20/10/2026
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Etiopia, la guerra interna minaccia l’Eritrea

Marilena Dolce
19/10/26
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Eritrea, vista dall'altopiano

Dalla fragile pace di Pretoria all’Alleanza antigovernativa, fino allo scontro diplomatico tra Addis Abeba e Asmara. Sullo sfondo, Assab e gli interessi degli Emirati.

Eritrea, vista dall'altopiano

Eritrea, vista dall’altopiano, foto EritreaLive

Settembre è stato un mese particolarmente difficile per il Corno d’Africa. E ottobre non sembra essere iniziato meglio, con la crisi interna dell’Etiopia, le tensioni con l’Eritrea e lo spettro di una nuova guerra regionale.

Che cosa sta accadendo realmente in Etiopia? E perché, a distanza di appena otto anni dalla storica riconciliazione tra Addis Abeba e Asmara, si torna a parlare di un possibile scontro armato tra i due Paesi?

Per comprendere l’attuale escalation occorre ripercorrere le vicende degli ultimi anni, tornando agli accordi di Pretoria del novembre 2022 che, pur mettendo fine alla guerra tra Tigray e governo centrale, non hanno risolto le questioni politiche, territoriali e militari che l’avevano alimentata.

Salito al potere nel 2018, il primo ministro etiope Abiy Ahmed si trova quasi subito coinvolto nel duro scontro con il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), formazione politica egemone per quasi trent’anni.

Nel novembre 2020 le tensioni sfociano nella guerra che devasterà il nord del paese, provocando centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati e una gravissima crisi umanitaria. Alcune stime indicano un bilancio complessivo vicino alle 600 mila vittime, sebbene il numero esatto rimanga controverso.

È questo il contesto nel quale si formano alleanze militari e politiche oggi modificate.

Allora il governo federale trovò nell’Eritrea un alleato contro il TPLF. Le forze eritree intervennero infatti nel conflitto per contrastare l’avanzata delle milizie tigrine che, nel 2021, arrivarono a minacciare Addis Abeba. Accanto ai federali si schierarono anche Amhara e Afar. Un’alleanza con lo scopo di impedire la presa del potere da parte del TPLF.

Di lì a poco però la situazione sarebbe nuovamente cambiata.

Nel novembre 2022, sotto una forte pressione diplomatica internazionale, in particolare degli Stati Uniti e dell’Unione Africana, il governo e il TPLF firmano a Pretoria un accordo per la cessazione delle ostilità.

L’intesa consente di fermare gran parte dei combattimenti, lasciando però aperte questioni fondamentali. L’Eritrea e le forze Amhara, pur avendo partecipato alla guerra a fianco del governo federale, non firmarono l’accordo.

Pretoria lascia di fatto irrisolto il disarmo delle milizie e, soprattutto, le controversie territoriali di Wolkait e Raya. Scelte politiche che, secondo i critici di Abiy, indirizzano la nuova politica del Premier, che tollera la mancata smobilitazione militare delle forze tigrine, chiedendo invece a quelle Amhara di deporre le armi. Una disparità percepita come minaccia, che provoca una crescente opposizione.  I Fano diventano così sempre più protagonisti nella ribellione contro Addis Abeba.

Anche il fronte tigrino si spacca in due. Da una parte la leadership del TPLF guidata da Debretsion Gebremichael, sempre più contrapposta al governo federale, dall’altra Getachew Reda, figura di primo piano della fase successiva agli accordi di Pretoria, che si avvicina ad Abiy Ahmed.

Gli alleati di ieri diventano quindi avversari, mentre le fratture interne all’Etiopia si allargano.

La svolta più significativa arriva il 20 settembre 2026, quando sette organizzazioni annunciano la costituzione dell’Ethiopian Peoples’ Forces Alliance for Survival.

Un’Alleanza che riunisce gruppi provenienti da diverse regioni del Paese e organizzazioni che, durante la guerra precedente, avevano combattuto su fronti opposti. Tra i principali protagonisti dell’Alleanza ci sono infatti il TPLF, il movimento Fano e l’Oromo Liberation Army, insieme ad altre organizzazioni minori.

Il fatto politicamente rilevante è che si tratti di un’Alleanza tra gruppi prima antagonisti, che ora mettono da parte, almeno formalmente, le rivalità, individuando nella fine del governo di Abiy Ahmed e nella costituzione di un esecutivo di transizione, l’obiettivo comune.

Nella dichiarazione iniziale l’Alleanza accusa il governo di aver aggravato in questi anni le divisioni interne, alimentato i conflitti, impoverito la popolazione e indebolito la coesione nazionale.

Denunciano inoltre sia la forte concentrazione del potere politico sia il rischio di una pericolosa frammentazione. L’Alleanza sostiene di volere l’unità dell’Etiopia grazie a un nuovo governo che ne rappresenti le diverse componenti, rivedendo al contempo la parte della costituzione che stabilisce i rapporti tra etnie, territori e potere politico.

Nella visione dei suoi promotori, la futura Etiopia dovrebbe inoltre riallacciare buoni rapporti con i Paesi confinanti. La nascita dell’Alleanza rappresenta al momento un cambiamento significativo nello scenario politico di un paese con una situazione interna molto complicata.

Nella regione Amhara il movimento Fano controlla ancora vaste aree. Le notizie provenienti dal territorio descrivono combattimenti, spostamenti di popolazione e un progressivo deterioramento delle condizioni di vita e di sicurezza.

Anche nel Tigray sono riprese le ostilità, confermando la temuta fragilità degli accordi di Pretoria.

L’avanzata delle forze antigovernative e la successiva controffensiva federale hanno riportato la guerra nel nord, aggravando una situazione umanitaria già drammatica. In questo quadro, le tensioni interne si accompagnano a un evidente peggioramento dei rapporti diplomatici con diversi Paesi della regione.

La crisi più grave riguarda l’Eritrea.

All’inizio di ottobre, Addis Abeba ha disposto l’espulsione di diplomatici eritrei e la chiusura della sua rappresentanza. In questo contesto particolarmente delicata è la questione dei diplomatici eritrei accreditati presso l’Unione Africana, la cui posizione solleva interrogativi sul rispetto delle prerogative e delle immunità previste per le rappresentanze presso le organizzazioni internazionali.

Asmara ha reagito interrompendo a sua volta le relazioni diplomatiche con l’Etiopia.

Il deterioramento dei rapporti non riguarda solo l’Eritrea ma anche Egitto e Sudan. Nel primo caso al centro della discordia c’è la questione della diga sul Nilo, mentre nel secondo le forti tensioni lungo i confini e l’appoggio alla guerra civile. Pesano inoltre le accuse relative ai collegamenti con le Forze di Supporto Rapido sudanesi (RSF), nonché il ruolo attribuito da diverse fonti agli Emirati Arabi Uniti nel conflitto in Sudan.

Da parte sua, il governo etiopico accusa Eritrea, Egitto e Sudan di sostenere le formazioni impegnate contro Addis Abeba. Accuse respinte dai paesi chiamati in causa.

Il 9 ottobre arriva il momento più critico dell’escalation diplomatica tra Eritrea ed Etiopia.  Il governo etiope infatti scrive una comunicazione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nella quale accusa l’Eritrea di aver inviato proprie truppe oltre il confine e di occupare parti del territorio etiopico settentrionale.

Nella lettera, Addis Abeba cita l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto degli Stati alla legittima difesa in caso di attacco armato.

Secondo la versione etiopica, la presenza di forze eritree e il presunto sostegno di Asmara ai gruppi insurrezionali costituirebbero una minaccia alla sovranità e all’integrità territoriale del Paese tale da giustificare l’adozione di misure difensive.

L’Eritrea respinge le accuse. E nella risposta del 10 ottobre, il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh, denuncia la strategia etiopica volta, secondo Asmara, a giustificare politicamente e legalmente un’eventuale aggressione militare. Asmara sostiene che Addis Abeba cerca di presentarsi come vittima di un’aggressione per legittimare le azioni militari minacciate negli anni precedenti.

La posizione eritrea richiama le numerose dichiarazioni di esponenti politici e militari etiopici sul diritto dell’Etiopia a ottenere un accesso sovrano al Mar Rosso.

Secondo Asmara, è questo il punto centrale della controversia, che non può essere separato dalla crescente tensione militare lungo il confine.

Dietro la crisi diplomatica tra i due paesi c’è una questione di grande rilevanza geopolitica: l’accesso dell’Etiopia al mare.

Dall’indipendenza dell’Eritrea, nel 1991, l’Etiopia è priva di accesso al mare. Per il commercio internazionale dipende in larga misura dal porto di Gibuti, una condizione che Addis Abeba considera da tempo una vulnerabilità strategica. Negli ultimi anni Abiy Ahmed ha più volte ribadito la necessità per l’Etiopia di ottenere un accesso diretto al Mar Rosso, facendo della questione marittima una leva nella propria politica regionale. L’Eritrea non ha escluso la possibilità di accordi commerciali e logistici che consentano all’Etiopia di utilizzare i propri porti, compreso quello di Assab.

Sulla rivendicazione etiopica di Assab, oltre a quanto dichiarato dal premier Abiy, secondo fonti regionali, sembrerebbero esistere sullo sfondo gli interessi degli EAU. Il rapporto tra emiratini e governo etiopico sarebbe impostato infatti a un do ut des, per cui Abiy avendo ricevuto molto per armarsi e abbellire la propria “Dubai d’Africa”, dovrebbe ora, in cambio, conquistare il porto di Assab, che gli Emirati vorrebbero come propria base militare permanente.

Asmara comunque respinge qualsiasi pretesa etiopica su territori, infrastrutture e porti eritrei, così come l’eventualità di una presenza militare imposta. Il diritto internazionale tutela la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati e vieta l’uso della forza per modificare i confini internazionalmente riconosciuti. Nella lettera del 10 ottobre al Consiglio di Sicurezza, il governo eritreo richiama proprio questo principio, collegando le attuali accuse etiopiche alle precedenti dichiarazioni di Addis Abeba sull’accesso sovrano al Mar Rosso.

Asmara cita inoltre le parole attribuite, il 27 settembre, a un alto militare etiopico, secondo il quale l’offensiva in corso non avrebbe avuto come obiettivo finale soltanto il Tigray, ma proprio il Mar Rosso.

Le lettere all’Onu mostrano le due interpretazioni opposte. Per Addis Abeba, le misure militari adottate sono la risposta alle minacce alla propria sicurezza nazionale. Per Asmara, invece, le accuse di invasione sono il pretesto per avallare un’azione offensiva.

Nei primi giorni di ottobre, parallelamente al carteggio diplomatico, gli sviluppi sul campo hanno complicato la situazione.

Le forze federali etiopiche hanno riconquistato importanti posizioni nel Tigray e il 14 ottobre è stato riferito il loro ingresso a Zalambessa, città situata in prossimità del confine eritreo, che ha un significato particolare, non soltanto per la sua posizione strategica, ma anche per il ruolo avuto nel precedente conflitto tra Etiopia ed Eritrea. La presenza di forze militari in un’area così sensibile aumenta il rischio di incidenti, errori di valutazione e scontri che potrebbero rapidamente superare il confine.

A questo punto, In una regione segnata da decenni di guerre, la possibilità di un nuovo conflitto tra Addis Abeba e Asmara non può essere considerata una semplice ipotesi, con conseguenze che sarebbero pesantissime, non soltanto per i due paesi, ma per l’intero Corno d’Africa e per la sicurezza del Mar Rosso, una delle principali arterie del commercio internazionale.

 L’Etiopia si trova dunque di fronte a una delle fasi più complesse della propria storia recente.

La guerra del Tigray non ha prodotto una riconciliazione nazionale. Le tensioni con le popolazioni Amhara, le persistenti insurrezioni in Oromia, le rivalità territoriali e la nascita di una nuova Alleanza antigovernativa mostrano le profonde fratture interne.

“Da quando Abiy è al potere l’Etiopia conosce solo guerre, sfollati, fame e miseria” dice un diplomatico che conosce bene il Paese. “Forse”, aggiunge, “questa nuova Alleanza potrà essere una soluzione per evitare la destabilizzazione di tutto il Corno d’Africa”.

La stabilità dell’Etiopia e quella del Corno d’Africa sono infatti strettamente legate. Una nuova guerra con l’Eritrea non risolverebbe i problemi interni, né la questione del Mar Rosso. Al contrario aprirebbe un fronte pericoloso in una regione già segnata da troppi conflitti.

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ENGLISH VERSION

Ethiopia’s Internal War Threatens Eritrea

From the fragile Pretoria peace agreement to the anti-government alliance and the diplomatic confrontation between Addis Ababa and Asmara. In the background, Assab and the interests of the United Arab Emirates.

September was a particularly difficult month for the Horn of Africa. October appears to have begun no better, with Ethiopia’s internal crisis, growing tensions with Eritrea and the spectre of a new regional war.

What is really happening in Ethiopia? And why, just eight years after the historic reconciliation between Addis Ababa and Asmara, is the possibility of an armed confrontation between the two countries once again being discussed?

To understand the current escalation, it is necessary to look back at developments over recent years, beginning with the Pretoria Agreement of November 2022. Although it brought an end to the war between Tigray and the federal government, it failed to resolve the political, territorial and military issues that had fuelled the conflict.

Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed, who came to power in 2018, soon found himself embroiled in a bitter confrontation with the Tigray People’s Liberation Front (TPLF), the political organisation that had dominated Ethiopia’s political landscape for almost thirty years.

In November 2020, tensions erupted into a war that would devastate northern Ethiopia, causing hundreds of thousands of deaths, displacing millions of people and triggering a severe humanitarian crisis. Some estimates put the overall death toll at nearly 600,000, although the exact figure remains disputed.

It was in this context that military and political alliances emerged, alliances that have since undergone profound changes.

At the time, the federal government found an ally in Eritrea against the TPLF. Eritrean forces intervened in the conflict to counter the advance of Tigrayan forces, which in 2021 came close to threatening Addis Ababa. Amhara and Afar forces also sided with the federal government. The alliance shared a common objective: preventing the TPLF from taking power.

Before long, however, the situation would change once again.

In November 2022, under intense international diplomatic pressure, particularly from the United States and the African Union, the Ethiopian government and the TPLF signed a cessation of hostilities agreement in Pretoria.

The agreement brought most of the fighting to a halt but left fundamental issues unresolved. Eritrea and the Amhara forces, despite having fought alongside the federal government, were not signatories.

In practice, the Pretoria Agreement left unresolved the disarmament of armed groups and, above all, the territorial disputes over Wolkait and Raya.

According to Abiy’s critics, the political choices made in the aftermath shaped the prime minister’s new approach: while allowing Tigrayan forces to remain mobilised, he demanded that Amhara forces lay down their weapons.

This disparity was perceived as a threat and fuelled growing opposition. The Fano movement thus became an increasingly prominent force in the rebellion against Addis Ababa.

The Tigrayan political front also split. On one side stood the TPLF leadership under Debretsion Gebremichael, increasingly opposed to the federal government. On the other was Getachew Reda, a leading figure in the post-Pretoria period, who gradually moved closer to Abiy Ahmed.

Yesterday’s allies became adversaries, while Ethiopia’s internal divisions continued to deepen.

The most significant turning point came on 20 September 2026, when seven organisations announced the formation of the Ethiopian Peoples’ Forces Alliance for Survival.

The alliance brings together groups from different regions of the country, including organisations that had fought on opposing sides during the previous war.

Its principal members include the TPLF, the Fano movement and the Oromo Liberation Army, alongside several smaller organisations.

The political significance lies in the fact that formerly antagonistic groups have now set aside their rivalries, at least formally, to pursue a common objective: ending Abiy Ahmed’s government and establishing a transitional administration.

In its founding declaration, the Alliance accuses the government of deepening internal divisions, fuelling conflicts, impoverishing the population and undermining national cohesion.

It also denounces the concentration of political power and the danger of further fragmentation. The Alliance says it seeks to preserve Ethiopia’s unity through a new government representing the country’s different communities, while revising the constitutional provisions governing relations between ethnic groups, territories and political power.

Its leaders also envisage an Ethiopia that restores good relations with neighbouring countries.

For now, the formation of the Alliance represents a significant development in the political landscape of a country facing an extremely complex internal situation.

In the Amhara region, the Fano movement continues to control extensive areas. Reports from the region describe ongoing fighting, population displacement and a progressive deterioration in living conditions and security.

Hostilities have also resumed in Tigray, confirming the feared fragility of the Pretoria Agreement. The advance of anti-government forces and the subsequent federal counteroffensive have brought war back to northern Ethiopia, worsening an already dramatic humanitarian situation.

Against this background, internal tensions have been accompanied by a marked deterioration in diplomatic relations with several countries in the region.

The most serious crisis concerns Eritrea.

In early October, Addis Ababa ordered the expulsion of Eritrean diplomats and the closure of Eritrea’s diplomatic mission. Particularly sensitive is the situation of Eritrean diplomats accredited to the African Union, raising questions about the privileges and immunities granted to diplomatic representatives serving international organisations.

Asmara responded by severing diplomatic relations with Ethiopia.

The deterioration in relations extends beyond Eritrea to Egypt and Sudan. In Egypt’s case, the dispute centres on the dam on the Nile, while relations with Sudan are strained by border tensions and involvement in the civil war.

Allegations concerning links with Sudan’s Rapid Support Forces (RSF) also weigh on the situation, as does the role attributed by various sources to the United Arab Emirates in the Sudanese conflict.

For its part, the Ethiopian government accuses Eritrea, Egypt and Sudan of supporting armed groups fighting against Addis Ababa. The countries concerned reject these accusations.

On 9 October, the diplomatic escalation between Ethiopia and Eritrea reached a particularly critical point.

The Ethiopian government sent a letter to the United Nations Security Council accusing Eritrea of deploying troops across the border and occupying parts of northern Ethiopian territory.

In the letter, Addis Ababa invoked Article 51 of the United Nations Charter, which recognises the right of states to self-defence in the event of an armed attack.

According to Ethiopia’s account, the presence of Eritrean forces and Asmara’s alleged support for insurgent groups would constitute a threat to the country’s sovereignty and territorial integrity, justifying defensive measures.

Eritrea rejected the accusations.

In his response of 10 October, Eritrean Foreign Minister Osman Saleh denounced what Asmara considers an Ethiopian strategy aimed at providing political and legal justification for a possible military aggression.

Asmara maintains that Addis Ababa is seeking to portray itself as the victim of aggression in order to legitimise military action that Ethiopian officials have threatened in previous years.

The Eritrean position also refers to repeated statements by Ethiopian political and military figures asserting Ethiopia’s right to sovereign access to the Red Sea.

According to Asmara, this is the central issue in the dispute and cannot be separated from mounting military tensions along the border.

Behind the diplomatic crisis between the two countries lies a major geopolitical issue: Ethiopia’s access to the sea.

Since Eritrea gained independence in 1991, Ethiopia has been landlocked. For its international trade, it relies heavily on the port of Djibouti, a dependence that Addis Ababa has long regarded as a strategic vulnerability.

In recent years, Abiy Ahmed has repeatedly stressed Ethiopia’s need for direct access to the Red Sea, making the maritime issue a lever of his regional policy.

Eritrea has not ruled out commercial and logistical agreements allowing Ethiopia to use its ports, including Assab.

Beyond Prime Minister Abiy’s public statements regarding Ethiopia’s claims to Assab, regional sources suggest that the interests of the United Arab Emirates may also be at play behind the scenes.

According to this interpretation, relations between the Emiratis and the Ethiopian government may be based on a quid pro quo: having received substantial support to strengthen his military capabilities and transform his capital into a “Dubai of Africa”, Abiy would now be expected, in return, to seize the port of Assab, which the UAE allegedly wants to establish as a permanent military base.

Asmara, however, rejects any Ethiopian claims to Eritrean territory, infrastructure or ports, as well as the possibility of an imposed military presence.

International law protects the sovereignty and territorial integrity of states and prohibits the use of force to alter internationally recognised borders.

In its letter of 10 October to the Security Council, the Eritrean government invokes precisely this principle, linking Ethiopia’s current accusations to earlier statements from Addis Ababa concerning sovereign access to the Red Sea.

Asmara also cites remarks attributed to a senior Ethiopian military officer on 27 September, according to which the ongoing offensive was not intended to end in Tigray but was ultimately directed towards the Red Sea.

The letters to the United Nations reveal two opposing interpretations.

For Addis Ababa, the military measures undertaken are a response to threats to national security. For Asmara, the accusations of invasion serve as a pretext to justify an offensive operation.

In early October, alongside the diplomatic exchanges, developments on the ground further complicated the situation.

Ethiopian federal forces recaptured important positions in Tigray, and on 14 October they were reported to have entered Zalambessa, a town near the Eritrean border. The town holds particular significance, not only because of its strategic location but also because of its role in the previous war between Ethiopia and Eritrea.

The presence of military forces in such a sensitive area increases the risk of incidents, miscalculations and clashes that could quickly spread across the border.

At this point, in a region marked by decades of warfare, the possibility of a new conflict between Addis Ababa and Asmara can no longer be dismissed as a mere hypothesis.

The consequences would be extremely serious, not only for the two countries but for the entire Horn of Africa and the security of the Red Sea, one of the world’s major international trade routes.

Ethiopia is therefore facing one of the most complex periods in its recent history.

The Tigray war has not produced lasting national reconciliation. Tensions involving the Amhara population, continuing insurgencies in Oromia, territorial rivalries and the emergence of a new anti-government alliance all reveal the depth of the country’s internal divisions.

“Since Abiy came to power, Ethiopia has known nothing but wars, displacement, hunger and misery,” says a diplomat familiar with the country.

“Perhaps,” the diplomat adds, “this new Alliance could offer a solution to prevent the destabilisation of the entire Horn of Africa.”

Ethiopia’s stability and that of the Horn of Africa are closely interconnected.

A new war with Eritrea would neither resolve Ethiopia’s internal problems nor settle the question of access to the Red Sea. On the contrary, it would open another dangerous front in a region already scarred by too many conflicts.

Marilena Dolce

Giornalista e fondatrice di EritreaLive, giornale indipendente dedicato al Corno d’Africa.

Da oltre dieci anni segue con continuità le dinamiche politiche e sociali dell’Eritrea e dell’Etiopia, con particolare attenzione ai rapporti regionali e agli equilibri geopolitici dell’area.

Ha collaborato con la testata online Affari Italiani, pubblicando articoli e analisi dedicati al Corno d’Africa e contribuendo alla copertura giornalistica di una regione spesso poco rappresentata nel panorama mediatico europeo.

Attraverso EritreaLive sviluppa un lavoro di informazione e analisi volto a rendere comprensibili le trasformazioni del Corno d’Africa a un pubblico italiano e internazionale.

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