Etiopia, la guerra interna minaccia l’Eritrea
Dalla fragile pace di Pretoria all’Alleanza antigovernativa, fino allo scontro diplomatico tra Addis Abeba e Asmara. Sullo sfondo, Assab e gli interessi degli Emirati.
Eritrea, vista dall’altopiano, foto EritreaLive
Settembre è stato un mese particolarmente difficile per il Corno d’Africa. E ottobre non sembra essere iniziato meglio, con la crisi interna dell’Etiopia, le tensioni con l’Eritrea e lo spettro di una nuova guerra regionale.
Che cosa sta accadendo realmente in Etiopia? E perché, a distanza di appena otto anni dalla storica riconciliazione tra Addis Abeba e Asmara, si torna a parlare di un possibile scontro armato tra i due Paesi?
Per comprendere l’attuale escalation occorre ripercorrere le vicende degli ultimi anni, tornando agli accordi di Pretoria del novembre 2022 che, pur mettendo fine alla guerra tra Tigray e governo centrale, non hanno risolto le questioni politiche, territoriali e militari che l’avevano alimentata.
Salito al potere nel 2018, il primo ministro etiope Abiy Ahmed si trova quasi subito coinvolto nel duro scontro con il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), formazione politica egemone per quasi trent’anni.
Nel novembre 2020 le tensioni sfociano nella guerra che devasterà il nord del paese, provocando centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati e una gravissima crisi umanitaria. Alcune stime indicano un bilancio complessivo vicino alle 600 mila vittime, sebbene il numero esatto rimanga controverso.
È questo il contesto nel quale si formano alleanze militari e politiche oggi modificate.
Allora il governo federale trovò nell’Eritrea un alleato contro il TPLF. Le forze eritree intervennero infatti nel conflitto per contrastare l’avanzata delle milizie tigrine che, nel 2021, arrivarono a minacciare Addis Abeba. Accanto ai federali si schierarono anche Amhara e Afar. Un’alleanza con lo scopo di impedire la presa del potere da parte del TPLF.
Di lì a poco però la situazione sarebbe nuovamente cambiata.
Nel novembre 2022, sotto una forte pressione diplomatica internazionale, in particolare degli Stati Uniti e dell’Unione Africana, il governo e il TPLF firmano a Pretoria un accordo per la cessazione delle ostilità.
L’intesa consente di fermare gran parte dei combattimenti, lasciando però aperte questioni fondamentali. L’Eritrea e le forze Amhara, pur avendo partecipato alla guerra a fianco del governo federale, non firmarono l’accordo.
Pretoria lascia di fatto irrisolto il disarmo delle milizie e, soprattutto, le controversie territoriali di Wolkait e Raya. Scelte politiche che, secondo i critici di Abiy, indirizzano la nuova politica del Premier, che tollera la mancata smobilitazione militare delle forze tigrine, chiedendo invece a quelle Amhara di deporre le armi. Una disparità percepita come minaccia, che provoca una crescente opposizione. I Fano diventano così sempre più protagonisti nella ribellione contro Addis Abeba.
Anche il fronte tigrino si spacca in due. Da una parte la leadership del TPLF guidata da Debretsion Gebremichael, sempre più contrapposta al governo federale, dall’altra Getachew Reda, figura di primo piano della fase successiva agli accordi di Pretoria, che si avvicina ad Abiy Ahmed.
Gli alleati di ieri diventano quindi avversari, mentre le fratture interne all’Etiopia si allargano.
La svolta più significativa arriva il 20 settembre 2026, quando sette organizzazioni annunciano la costituzione dell’Ethiopian Peoples’ Forces Alliance for Survival.
Un’Alleanza che riunisce gruppi provenienti da diverse regioni del Paese e organizzazioni che, durante la guerra precedente, avevano combattuto su fronti opposti. Tra i principali protagonisti dell’Alleanza ci sono infatti il TPLF, il movimento Fano e l’Oromo Liberation Army, insieme ad altre organizzazioni minori.
Il fatto politicamente rilevante è che si tratti di un’Alleanza tra gruppi prima antagonisti, che ora mettono da parte, almeno formalmente, le rivalità, individuando nella fine del governo di Abiy Ahmed e nella costituzione di un esecutivo di transizione, l’obiettivo comune.
Nella dichiarazione iniziale l’Alleanza accusa il governo di aver aggravato in questi anni le divisioni interne, alimentato i conflitti, impoverito la popolazione e indebolito la coesione nazionale.
Denunciano inoltre sia la forte concentrazione del potere politico sia il rischio di una pericolosa frammentazione. L’Alleanza sostiene di volere l’unità dell’Etiopia grazie a un nuovo governo che ne rappresenti le diverse componenti, rivedendo al contempo la parte della costituzione che stabilisce i rapporti tra etnie, territori e potere politico.
Nella visione dei suoi promotori, la futura Etiopia dovrebbe inoltre riallacciare buoni rapporti con i Paesi confinanti. La nascita dell’Alleanza rappresenta al momento un cambiamento significativo nello scenario politico di un paese con una situazione interna molto complicata.
Nella regione Amhara il movimento Fano controlla ancora vaste aree. Le notizie provenienti dal territorio descrivono combattimenti, spostamenti di popolazione e un progressivo deterioramento delle condizioni di vita e di sicurezza.
Anche nel Tigray sono riprese le ostilità, confermando la temuta fragilità degli accordi di Pretoria.

L’avanzata delle forze antigovernative e la successiva controffensiva federale hanno riportato la guerra nel nord, aggravando una situazione umanitaria già drammatica. In questo quadro, le tensioni interne si accompagnano a un evidente peggioramento dei rapporti diplomatici con diversi Paesi della regione.
La crisi più grave riguarda l’Eritrea.
All’inizio di ottobre, Addis Abeba ha disposto l’espulsione di diplomatici eritrei e la chiusura della sua rappresentanza. In questo contesto particolarmente delicata è la questione dei diplomatici eritrei accreditati presso l’Unione Africana, la cui posizione solleva interrogativi sul rispetto delle prerogative e delle immunità previste per le rappresentanze presso le organizzazioni internazionali.
Asmara ha reagito interrompendo a sua volta le relazioni diplomatiche con l’Etiopia.
Il deterioramento dei rapporti non riguarda solo l’Eritrea ma anche Egitto e Sudan. Nel primo caso al centro della discordia c’è la questione della diga sul Nilo, mentre nel secondo le forti tensioni lungo i confini e l’appoggio alla guerra civile. Pesano inoltre le accuse relative ai collegamenti con le Forze di Supporto Rapido sudanesi (RSF), nonché il ruolo attribuito da diverse fonti agli Emirati Arabi Uniti nel conflitto in Sudan.
Da parte sua, il governo etiopico accusa Eritrea, Egitto e Sudan di sostenere le formazioni impegnate contro Addis Abeba. Accuse respinte dai paesi chiamati in causa.
Il 9 ottobre arriva il momento più critico dell’escalation diplomatica tra Eritrea ed Etiopia. Il governo etiope infatti scrive una comunicazione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nella quale accusa l’Eritrea di aver inviato proprie truppe oltre il confine e di occupare parti del territorio etiopico settentrionale.
Nella lettera, Addis Abeba cita l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto degli Stati alla legittima difesa in caso di attacco armato.
Secondo la versione etiopica, la presenza di forze eritree e il presunto sostegno di Asmara ai gruppi insurrezionali costituirebbero una minaccia alla sovranità e all’integrità territoriale del Paese tale da giustificare l’adozione di misure difensive.
L’Eritrea respinge le accuse. E nella risposta del 10 ottobre, il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh, denuncia la strategia etiopica volta, secondo Asmara, a giustificare politicamente e legalmente un’eventuale aggressione militare. Asmara sostiene che Addis Abeba cerca di presentarsi come vittima di un’aggressione per legittimare le azioni militari minacciate negli anni precedenti.
La posizione eritrea richiama le numerose dichiarazioni di esponenti politici e militari etiopici sul diritto dell’Etiopia a ottenere un accesso sovrano al Mar Rosso.
Secondo Asmara, è questo il punto centrale della controversia, che non può essere separato dalla crescente tensione militare lungo il confine.
Dietro la crisi diplomatica tra i due paesi c’è una questione di grande rilevanza geopolitica: l’accesso dell’Etiopia al mare.
Dall’indipendenza dell’Eritrea, nel 1991, l’Etiopia è priva di accesso al mare. Per il commercio internazionale dipende in larga misura dal porto di Gibuti, una condizione che Addis Abeba considera da tempo una vulnerabilità strategica. Negli ultimi anni Abiy Ahmed ha più volte ribadito la necessità per l’Etiopia di ottenere un accesso diretto al Mar Rosso, facendo della questione marittima una leva nella propria politica regionale. L’Eritrea non ha escluso la possibilità di accordi commerciali e logistici che consentano all’Etiopia di utilizzare i propri porti, compreso quello di Assab.
Sulla rivendicazione etiopica di Assab, oltre a quanto dichiarato dal premier Abiy, secondo fonti regionali, sembrerebbero esistere sullo sfondo gli interessi degli EAU. Il rapporto tra emiratini e governo etiopico sarebbe impostato infatti a un do ut des, per cui Abiy avendo ricevuto molto per armarsi e abbellire la propria “Dubai d’Africa”, dovrebbe ora, in cambio, conquistare il porto di Assab, che gli Emirati vorrebbero come propria base militare permanente.
Asmara comunque respinge qualsiasi pretesa etiopica su territori, infrastrutture e porti eritrei, così come l’eventualità di una presenza militare imposta. Il diritto internazionale tutela la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati e vieta l’uso della forza per modificare i confini internazionalmente riconosciuti. Nella lettera del 10 ottobre al Consiglio di Sicurezza, il governo eritreo richiama proprio questo principio, collegando le attuali accuse etiopiche alle precedenti dichiarazioni di Addis Abeba sull’accesso sovrano al Mar Rosso.
Asmara cita inoltre le parole attribuite, il 27 settembre, a un alto militare etiopico, secondo il quale l’offensiva in corso non avrebbe avuto come obiettivo finale soltanto il Tigray, ma proprio il Mar Rosso.
Le lettere all’Onu mostrano le due interpretazioni opposte. Per Addis Abeba, le misure militari adottate sono la risposta alle minacce alla propria sicurezza nazionale. Per Asmara, invece, le accuse di invasione sono il pretesto per avallare un’azione offensiva.
Nei primi giorni di ottobre, parallelamente al carteggio diplomatico, gli sviluppi sul campo hanno complicato la situazione.
Le forze federali etiopiche hanno riconquistato importanti posizioni nel Tigray e il 14 ottobre è stato riferito il loro ingresso a Zalambessa, città situata in prossimità del confine eritreo, che ha un significato particolare, non soltanto per la sua posizione strategica, ma anche per il ruolo avuto nel precedente conflitto tra Etiopia ed Eritrea. La presenza di forze militari in un’area così sensibile aumenta il rischio di incidenti, errori di valutazione e scontri che potrebbero rapidamente superare il confine.
A questo punto, In una regione segnata da decenni di guerre, la possibilità di un nuovo conflitto tra Addis Abeba e Asmara non può essere considerata una semplice ipotesi, con conseguenze che sarebbero pesantissime, non soltanto per i due paesi, ma per l’intero Corno d’Africa e per la sicurezza del Mar Rosso, una delle principali arterie del commercio internazionale.
L’Etiopia si trova dunque di fronte a una delle fasi più complesse della propria storia recente.
La guerra del Tigray non ha prodotto una riconciliazione nazionale. Le tensioni con le popolazioni Amhara, le persistenti insurrezioni in Oromia, le rivalità territoriali e la nascita di una nuova Alleanza antigovernativa mostrano le profonde fratture interne.
“Da quando Abiy è al potere l’Etiopia conosce solo guerre, sfollati, fame e miseria” dice un diplomatico che conosce bene il Paese. “Forse”, aggiunge, “questa nuova Alleanza potrà essere una soluzione per evitare la destabilizzazione di tutto il Corno d’Africa”.
La stabilità dell’Etiopia e quella del Corno d’Africa sono infatti strettamente legate. Una nuova guerra con l’Eritrea non risolverebbe i problemi interni, né la questione del Mar Rosso. Al contrario aprirebbe un fronte pericoloso in una regione già segnata da troppi conflitti.
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ENGLISH VERSION
Ethiopia’s Internal War Threatens Eritrea
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