06/07/2026
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Etiopia, due paesi dopo le elezioni

Marilena Dolce
06/07/26
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Etiopia, per le strade del centro storico della capitale, Addis Abeba

Dietro la vittoria elettorale del Prosperity Party emergono due immagini opposte dell’Etiopia: quella della modernizzazione e quella dei conflitti ancora aperti.

Ai primi di giugno, dopo la tornata elettorale, il Prosperity Party ha ottenuto una nuova maggioranza parlamentare, aprendo la strada alla riconferma di Abiy Ahmed per un ulteriore mandato quinquennale.

Secondo i risultati comunicati dalla National Election Board of Ethiopia, il partito di governo ha ottenuto 438 seggi su 501, ben oltre la soglia necessaria per controllare la Camera dei rappresentanti. Il nuovo Parlamento dovrebbe riunirsi in ottobre per confermare Abiy Ahmed alla guida del governo.

Più che sulla riconferma, in larga parte prevedibile, del primo ministro, gli interrogativi riguardano ora la tenuta del suo progetto politico e, più in generale, la stabilità interna del Paese.

Le elezioni, le settime dal 1995, non si sono svolte in tutto il territorio nazionale.

Non si è votato nel Tigrai, a causa del permanere di condizioni politiche e di sicurezza estremamente fragili. Anche in alcune aree dell’Amhara e dell’Oromia il voto è stato impedito o interrotto per ragioni di sicurezza.  Secondo Associated Press 143 seggi non hanno potuto aprire a causa dell’instabilità nelle regioni Oromia e Amhara.

Nel Tigrai il conflitto tra le forze tigrine e l’esercito federale, esploso tra il 2020 e il 2022, in realtà non si è mai veramente concluso sul piano politico. Si teme ancora una ripresa delle ostilità, in un quadro generale preoccupante anche dal punto di vista umanitario e amministrativo.

Le tensioni post-belliche, l’esclusione del Tigrai dal voto e la mancata piena normalizzazione dei rapporti tra Mekelle e Addis Abeba restano tra i principali fattori di instabilità nazionale.

Nella regione Amhara, il movimento armato e popolare dei Fano continua a rappresentare una delle principali sfide al governo federale. In Oromia, il conflitto con l’Oromo Liberation Army è ancora in corso e rischia di coinvolgere altri attori armati locali. In entrambe le regioni, la frammentazione dei gruppi combattenti rende estremamente difficile immaginare una rapida soluzione negoziata.

Come ha scritto di recente Hilary Matfess su Foreign Affairs, la guerra in Etiopia “non è finita”. Gli accordi di pace conclusi negli ultimi anni non hanno risolto le cause profonde della violenza e, in alcuni casi, hanno lasciato spazio a nuovi conflitti locali. Matfess sottolinea in particolare il rischio che la moltiplicazione degli attori armati e la sfiducia verso il governo centrale rendano sempre più fragile qualsiasi processo di pacificazione.

Attualmente però la situazione interna etiopica è seguita poco dai media internazionali.

Nel periodo 2020-2022, la guerra nel Tigrai aveva ricevuto un’enorme copertura da parte della stampa mondiale. Oggi, invece, anche le elezioni sono passate quasi sotto silenzio, nonostante si siano svolte in un contesto segnato da conflitti armati, esclusioni territoriali, repressione dell’opposizione e gravi tensioni intercomunitarie.

È come se esistessero due Etiopie.

Da una parte c’è l’Etiopia istituzionale del primo ministro Abiy Ahmed, del Prosperity Party, dell’alleanza strategica con gli Emirati Arabi Uniti, dei grandi progetti immobiliari e infrastrutturali nella capitale. Dall’altra c’è l’Etiopia delle popolazioni che vivono in una condizione di insicurezza, precarietà e pura sopravvivenza.

In questo contesto profondamente dicotomico, è significativo l’intervento del principe Asfa-Wossen Asserate, pronipote di Hailé Selassié, al Parlamento europeo. Il principe ha descritto l’Etiopia come un Paese attraversato da una crisi politica, sociale, economica, spirituale, psicologica, ambientale e geopolitica, definendola una minaccia esistenziale per questo antico Stato.

Si tratta di una posizione politica condivisa da una parte importante della diaspora amhara, che denuncia anche gravi violazioni della libertà religiosa e recenti attacchi contro la Chiesa ortodossa etiopica.

Ciò che colpisce è che, pur partendo da posizioni politiche diverse, molte letture della crisi etiopica convergono su una stessa preoccupazione: l’Etiopia appare oggi profondamente instabile.

A fine maggio e nei primi giorni di giugno, sui social network si sono moltiplicati i post di denuncia contro l’intolleranza religiosa.

Numerosi account hanno rilanciato la notizia di attacchi contro comunità cristiano-ortodosse nella zona di East Arsi, nella regione Oromia. Alcune organizzazioni cristiane internazionali hanno parlato di decine di vittime, chiese incendiate e centinaia di sfollati.  Altre fonti riportano numeri differenti, segno della difficoltà di verificare con precisione il bilancio in un contesto di forte tensione e accesso limitato alle aree colpite.

Il professor Gemechu Megerssa, antropologo oromo, ha offerto in passato una chiave di lettura utile per comprendere la profondità del problema identitario. Secondo questa interpretazione, in alcune aree dell’Oromia il cristianesimo ortodosso viene percepito non solo come appartenenza religiosa, ma anche come espressione storica dell’identità amhara e dell’influenza culturale del vecchio Stato imperiale. Questa sovrapposizione tra religione, identità e potere politico contribuisce a rendere particolarmente esplosive le tensioni locali.

All’inizio di marzo, Addis Standard ha pubblicato un articolo sull’uccisione di 21 civili a Shirka Woreda, nell’East Arsi.

La violenza è stata condannata non solo dalla Chiesa ortodossa etiopica, ma anche dal Consiglio interreligioso etiope e dal Consiglio supremo degli affari islamici. Nell’articolo veniva riportata anche la posizione dell’Oromo Liberation Army, che negava ogni responsabilità e accusava altri gruppi di alimentare deliberatamente le tensioni.

La stessa Chiesa ortodossa ha lanciato l’allarme. Il patriarca Abune Mathias ha denunciato una catena di violenze contro i fedeli ortodossi nell’Oromia sud-orientale e ha chiesto interventi urgenti per fermarle. Anche il Consiglio Mondiale delle Chiese ha ripreso l’appello del patriarca, ricordando gli attacchi a Shirka e le condanne arrivate da istituzioni religiose cristiane e musulmane etiopiche.

Al di là delle diverse correnti d’opinione, resta un dato politico evidente, mentre durante i due anni della guerra nel Tigrai l’attenzione mediatica internazionale era altissima, oggi, di fronte a un’Etiopia frammentata da molteplici conflitti interni e attraversata da una situazione sociale ed economica sempre più fragile, il racconto internazionale appare molto più selettivo.

La stampa estera tende a riprendere le dichiarazioni ufficiali del governo etiopico, i progetti di modernizzazione della capitale e la vittoria elettorale del Prosperity Party, senza interrogarsi fino in fondo su quale Etiopia esca davvero da questo voto.

Perché dietro l’immagine istituzionale di un Paese che conferma il proprio leader e rilancia la modernizzazione della capitale, esiste un’altra Etiopia: quella delle regioni in guerra, delle popolazioni sfollate, delle comunità religiose sotto pressione, delle milizie locali, delle amministrazioni paralizzate e di una società sempre più divisa.

Ed è proprio questa seconda Etiopia che rischia di determinare il futuro del Paese.

Marilena Dolce

Giornalista e fondatrice di EritreaLive, giornale indipendente dedicato al Corno d’Africa.

Da oltre dieci anni segue con continuità le dinamiche politiche e sociali dell’Eritrea e dell’Etiopia, con particolare attenzione ai rapporti regionali e agli equilibri geopolitici dell’area.

Ha collaborato con la testata online Affari Italiani, pubblicando articoli e analisi dedicati al Corno d’Africa e contribuendo alla copertura giornalistica di una regione spesso poco rappresentata nel panorama mediatico europeo.

Attraverso EritreaLive sviluppa un lavoro di informazione e analisi volto a rendere comprensibili le trasformazioni del Corno d’Africa a un pubblico italiano e internazionale.

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