21/05/2026
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Etiopia, quando una canzone diventa geopolitica

Marilena Dolce
20/05/26
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Photo: frame from online video, edited by EritreaLive

Dal successo di Teddy Afro alle tensioni sul Mar Rosso: perché la crisi dell’Etiopia non è più solo una questione africana

Lo scorso mese in Etiopia è uscito un nuovo album di Teddy Afro, musicista e cantante impegnato, seguitissimo nel paese. In pochi giorni ha raggiunto numeri altissimi, con decine di milioni di visualizzazioni online.

Ma non è questa la notizia.

Poco dopo, il 21 aprile, la polizia ha arrestato una collaboratrice di Tewodros Kassahun, questo il vero nome di Teddy Afro, Mahlet Solomon. Fermata con l’accusa di “coinvolgimento in episodi di corruzione”, è stata portata in carcere, anche se finora non sono emerse prove pubbliche a suo carico. Nello stesso periodo è stato fermato anche un altro collaboratore del cantante, mentre il suo studio sarebbe stato perquisito.

Come mai una canzone ha provocato una reazione tanto dura?

Das Tal, una delle tracce più ascoltate dell’album, è una metafora dell’Etiopia di oggi. Il das è il capannone che si allestisce in occasione di matrimoni e funerali. Nella canzone il paese appare come una casa che crolla, con il tetto che cede e i pilastri che si piegano, mentre le persone si sentono straniere nella propria patria.

Il verso più forte si chiede: “dove si va a piangere quando muore una nazione?”.

Lo spirito della canzone, però, non è la resa. Teddy Afro invita a non abbandonare la bandiera, a non restare in silenzio, ma a cercare “unità, verità e dignità nazionale”.

C’è anche un passaggio dedicato ad Addis Abeba, che dovrebbe tornare ad essere la città di tutti, non solo la capitale-vetrina che accoglie gli ospiti incurante della sofferenza quotidiana delle persone.

Parole di critica al governo e alla crisi che il paese sta attraversando.

Una crisi che ha profondamente ridimensionato le speranze nate nel 2018 con l’arrivo al potere del premier Abiy Ahmed e culminate nel Nobel per la Pace del 2019, prima della guerra nel Tigray e dell’instabile Accordo di Pretoria.

Agli inizi di quest’anno l’Ambasciata americana ad Addis Abeba ha indicato le aree del paese dove non è consigliabile viaggiare per motivi di sicurezza: Tigray, Afar, Gambella, Amhara, Benishangul Gumuz, Sidama, oltre a vaste zone dell’Etiopia centrale, meridionale e sudoccidentale. Restano ad alto rischio anche i confini con la Somalia, il Sudan e il Kenya. Per ora, Addis Abeba è considerata relativamente sicura.

Ancora oggi sono in atto scontri tra le milizie Fano, attive nella regione Amhara, e l’esercito federale, in uno scenario che ha visto spezzarsi le alleanze nate durante la guerra del Tigray. All’inizio del conflitto contro il Tplf, Tigray People’s Liberation Front, le forze Amhara avevano combattuto a fianco del governo federale. Dopo l’accordo di pace, però, l’alleanza si è incrinata fino a sfociare in un nuovo conflitto con l’esercito federale.  Uno dei motivi degli scontri è la mancata assegnazione del territorio rivendicato dagli Amhara e incorporato nel Tigray negli anni Novanta. Una questione ancora oggi oggetto di forte contesa.

Ma i problemi per l’Etiopia non sono solo interni.

La sua fragilità si intreccia oggi con la competizione strategica sul Mar Rosso, trasformando la profonda crisi in una questione regionale e internazionale.

In queste settimane il governo del Sudan ha accusato Etiopia ed Emirati Arabi Uniti di aver condotto attacchi con droni, anche sull’aeroporto civile della capitale Khartoum. In una conferenza stampa il ministro degli Esteri, Mohieddin Salem e il portavoce dell’esercito hanno detto che ci sono prove che siano stati lanciati quattro droni, forniti da Abu Dhabi, e partiti dalla base etiopica di Bahir Dar. L’Etiopia ha respinto le accuse.

Tuttavia il governo sudanese ha più volte accusato l’Etiopia di sostenere gli interessi degli Emirati nel conflitto sudanese.

A febbraio un’inchiesta Reuters e uno studio dell’Università di Yale hanno documentato la presenza in Etiopia di campi utilizzati per l’addestramento delle Rsf, Rapid Support Forces, le milizie guidate da Mohammed Dagalo, detto Hemetti, in guerra contro l’esercito regolare sudanese del generale al Burhan.

Secondo Reuters, il progetto sarebbe stato sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, da anni tra i principali alleati regionali di Abiy Ahmed.

Il ruolo degli Emirati nel Corno d’Africa viene ora osservato con crescente preoccupazione per la presenza di Abu Dhabi legata al controllo delle rotte commerciali ed energetiche tra Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo.

Ed è proprio il nuovo scenario geopolitico ad aver riportato il Corno d’Africa al centro dell’attenzione internazionale.

Le tensioni attorno allo stretto di Hormuz, dopo lo scontro tra Stati Uniti e Iran, hanno riacceso l’interesse sull’altro grande snodo strategico della regione: Bab el Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.

Bab el Mandeb non è soltanto un corridoio petrolifero. È anche la porta meridionale del Canale di Suez. Attraverso questo stretto passa una parte significativa del commercio marittimo mondiale e delle importazioni energetiche dirette verso l’Europa.

La crescente instabilità simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb sta ridefinendo il peso strategico del Corno d’Africa e dei paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Ed è in questo quadro che si inserisce la recente apertura americana verso l’Eritrea.

Ai primi di maggio diverse agenzie internazionali hanno riportato la notizia del cambiamento della politica americana verso Asmara. Prima ancora il Wall Street Journal aveva parlato di un riavvicinamento nel quadro della sicurezza del Mar Rosso. Successivamente la Reuters ha citato un documento interno statunitense che indica la decisione dell’amministrazione Trump di rimuovere le sanzioni contro l’Eritrea.

Le sanzioni più recenti erano state introdotte dall’amministrazione Biden nel 2021 con l’accusa verso Asmara di aver aiutato militarmente Addis Abeba durante la guerra del Tigray.

Secondo diversi osservatori regionali, un riequilibrio americano nel Corno d’Africa invierebbe un messaggio molto forte all’Etiopia che, negli ultimi anni, ha più volte ribadito di considerare indispensabile un accesso al mare.

La Reuters ha riportato che Washington ha comunicato ad Addis Abeba la propria opposizione a qualsiasi tentativo di ottenere con la forza uno sbocco sul Mar Rosso.

Da parte eritrea, il ministero dell’Informazione ha dichiarato di sperare che un eventuale superamento delle sanzioni possa aprire una nuova fase di relazioni basate su “giustizia, legalità e correttezza”.

Per l’Italia, che nel Corno d’Africa vede uno dei nodi strategici del Piano Mattei e della sicurezza mediterranea allargata, l’evoluzione della crisi di Addis Abeba non potrà restare una questione solo africana.

E forse è anche per questo che oggi, in Etiopia, perfino una canzone è diventata una questione di politica internazionale.

***

English version

Ethiopia: When a Song Becomes Geopolitics

From Teddy Afro’s success to tensions in the Red Sea: why Ethiopia’s crisis is no longer just an African issue

Last month, a new album by Teddy Afro — one of Ethiopia’s most influential and widely followed musicians — was released. Within days, it had reached extraordinary numbers, with tens of millions of online views.

But that is not the real story.

Shortly afterwards, on April 21, police arrested Mahlet Solomon, a collaborator of Tewodros Kassahun, better known as Teddy Afro. Accused of involvement in corruption-related cases, she was detained despite no public evidence against her having emerged so far. Around the same time, another associate of the singer was reportedly arrested, while his studio was said to have been searched.

Why would a song provoke such a strong reaction?

Das Tal, one of the album’s most listened-to tracks, is a metaphor for present-day Ethiopia. A das is a temporary structure traditionally erected for weddings and funerals. In the song, the country appears as a collapsing house, with a falling roof and weakening pillars, while people feel like strangers in their own homeland.

Perhaps the most striking line asks:“Where does one go to mourn when a nation dies?”

Yet the spirit of the song is not surrender. Teddy Afro calls for people not to abandon the flag, not to remain silent, but to seek “unity, truth and national dignity.”

There is also a passage dedicated to Addis Ababa, which, according to the song, should return to being a city belonging to everyone, rather than a showcase capital welcoming visitors while remaining detached from the everyday suffering of its citizens.

The lyrics have been interpreted as criticism of both the government and the deep crisis Ethiopia is experiencing.

A crisis that has profoundly diminished the hopes born in 2018 with the rise to power of Prime Minister Abiy Ahmed and culminated in the 2019 Nobel Peace Prize, before being overshadowed by the war in Tigray and the fragile Pretoria Agreement.

Earlier this year, the U.S. Embassy in Addis Ababa listed several areas of Ethiopia where travel is discouraged for security reasons: Tigray, Afar, Gambella, Amhara, Benishangul-Gumuz, Sidama, as well as large parts of central, southern and southwestern Ethiopia. Border areas with Somalia, Sudan and Kenya remain high-risk. For now, Addis Ababa is considered relatively safe.

Clashes are still ongoing between the Fano militias, active in the Amhara region, and federal forces, in a context shaped by alliances that fractured after the Tigray war. At the beginning of the conflict against the TPLF (Tigray People’s Liberation Front), Amhara forces fought alongside the federal government. Following the peace agreement, however, that alliance broke down and evolved into renewed conflict with the federal army. One of the unresolved issues remains the disputed territories claimed by Amhara groups and incorporated into Tigray during the 1990s.

But Ethiopia’s challenges are no longer only domestic.

Its fragility is increasingly intertwined with strategic competition around the Red Sea, transforming an internal crisis into a regional and international issue.

In recent weeks, Sudan’s government accused Ethiopia and the United Arab Emirates of carrying out drone attacks, including against Khartoum’s civilian airport. During a press conference, Foreign Minister Mohieddin Salem and military spokesmen stated that there was evidence suggesting four drones, allegedly supplied by Abu Dhabi and launched from Ethiopia’s Bahir Dar base, had been used. Ethiopia denied the allegations.

Sudan has repeatedly accused Ethiopia of supporting Emirati interests in the Sudanese conflict.

In February, a Reuters investigation together with research from Yale University documented the existence in Ethiopia of camps reportedly used to train the RSF (Rapid Support Forces), the militia led by Mohamed Dagalo, known as Hemedti, currently fighting Sudan’s regular army under General al-Burhan.

According to Reuters, the project was backed by the United Arab Emirates, long regarded as one of Abiy Ahmed’s main regional allies.

The role of the UAE in the Horn of Africa is now viewed with growing concern, due to Abu Dhabi’s involvement in securing commercial and energy routes linking the Persian Gulf, the Red Sea and the Mediterranean.

It is precisely this evolving geopolitical landscape that has brought the Horn of Africa back to the centre of international attention.

Tensions around the Strait of Hormuz, following the confrontation between the United States and Iran, have renewed focus on another strategic chokepoint: Bab el-Mandeb, the passage connecting the Red Sea with the Gulf of Aden and the Indian Ocean.

Bab el-Mandeb is not merely an oil corridor. It is also the southern gateway to the Suez Canal. A significant share of global maritime trade and energy imports bound for Europe passes through this route.

The simultaneous instability surrounding both Hormuz and Bab el-Mandeb is reshaping the strategic importance of the Horn of Africa and the countries bordering the Red Sea.

It is within this context that recent U.S. openness towards Eritrea should be understood.

At the beginning of May, several international agencies reported changes in Washington’s approach to Asmara. Earlier, The Wall Street Journal had already discussed a possible rapprochement within the framework of Red Sea security. Reuters later cited an internal U.S. document indicating the Trump administration’s decision to remove sanctions against Eritrea.

The most recent sanctions had been introduced by the Biden administration in 2021, accusing Asmara of supporting Addis Ababa militarily during the Tigray war.

According to regional observers, a U.S. strategic rebalancing in the Horn of Africa would also send a strong message to Ethiopia, which in recent years has repeatedly stated that access to the sea is essential.

Reuters reported that Washington communicated its opposition to any attempt to secure maritime access through force.

For its part, Eritrea’s Ministry of Information expressed hope that the lifting of sanctions could open a new phase of relations based on “justice, legality and fairness.”

For Italy, which views the Horn of Africa as one of the strategic pillars of the Mattei Plan and broader Mediterranean security, the evolution of Ethiopia’s crisis can no longer remain solely an African issue.

And perhaps that is why today, in Ethiopia, even a song has become a matter of international politics.

Marilena Dolce

Giornalista e fondatrice di EritreaLive, giornale indipendente dedicato al Corno d’Africa.

Da oltre dieci anni segue con continuità le dinamiche politiche e sociali dell’Eritrea e dell’Etiopia, con particolare attenzione ai rapporti regionali e agli equilibri geopolitici dell’area.

Ha collaborato con la testata online Affari Italiani, pubblicando articoli e analisi dedicati al Corno d’Africa e contribuendo alla copertura giornalistica di una regione spesso poco rappresentata nel panorama mediatico europeo.

Attraverso EritreaLive sviluppa un lavoro di informazione e analisi volto a rendere comprensibili le trasformazioni del Corno d’Africa a un pubblico italiano e internazionale.

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