Etiopia, quando una canzone diventa geopolitica
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Dal successo di Teddy Afro alle tensioni sul Mar Rosso: perché la crisi dell’Etiopia non è più solo una questione africana
Lo scorso mese in Etiopia è uscito un nuovo album di Teddy Afro, musicista e cantante impegnato, seguitissimo nel paese. In pochi giorni ha raggiunto numeri altissimi, con decine di milioni di visualizzazioni online.
Ma non è questa la notizia.
Poco dopo, il 21 aprile, la polizia ha arrestato una collaboratrice di Tewodros Kassahun, questo il vero nome di Teddy Afro, Mahlet Solomon. Fermata con l’accusa di “coinvolgimento in episodi di corruzione”, è stata portata in carcere, anche se finora non sono emerse prove pubbliche a suo carico. Nello stesso periodo è stato fermato anche un altro collaboratore del cantante, mentre il suo studio sarebbe stato perquisito.
Come mai una canzone ha provocato una reazione tanto dura?
Das Tal, una delle tracce più ascoltate dell’album, è una metafora dell’Etiopia di oggi. Il das è il capannone che si allestisce in occasione di matrimoni e funerali. Nella canzone il paese appare come una casa che crolla, con il tetto che cede e i pilastri che si piegano, mentre le persone si sentono straniere nella propria patria.
Il verso più forte si chiede: “dove si va a piangere quando muore una nazione?”.
Lo spirito della canzone, però, non è la resa. Teddy Afro invita a non abbandonare la bandiera, a non restare in silenzio, ma a cercare “unità, verità e dignità nazionale”.
C’è anche un passaggio dedicato ad Addis Abeba, che dovrebbe tornare ad essere la città di tutti, non solo la capitale-vetrina che accoglie gli ospiti incurante della sofferenza quotidiana delle persone.
Parole di critica al governo e alla crisi che il paese sta attraversando.
Una crisi che ha profondamente ridimensionato le speranze nate nel 2018 con l’arrivo al potere del premier Abiy Ahmed e culminate nel Nobel per la Pace del 2019, prima della guerra nel Tigray e dell’instabile Accordo di Pretoria.
Agli inizi di quest’anno l’Ambasciata americana ad Addis Abeba ha indicato le aree del paese dove non è consigliabile viaggiare per motivi di sicurezza: Tigray, Afar, Gambella, Amhara, Benishangul Gumuz, Sidama, oltre a vaste zone dell’Etiopia centrale, meridionale e sudoccidentale. Restano ad alto rischio anche i confini con la Somalia, il Sudan e il Kenya. Per ora, Addis Abeba è considerata relativamente sicura.
Ancora oggi sono in atto scontri tra le milizie Fano, attive nella regione Amhara, e l’esercito federale, in uno scenario che ha visto spezzarsi le alleanze nate durante la guerra del Tigray. All’inizio del conflitto contro il Tplf, Tigray People’s Liberation Front, le forze Amhara avevano combattuto a fianco del governo federale. Dopo l’accordo di pace, però, l’alleanza si è incrinata fino a sfociare in un nuovo conflitto con l’esercito federale. Uno dei motivi degli scontri è la mancata assegnazione del territorio rivendicato dagli Amhara e incorporato nel Tigray negli anni Novanta. Una questione ancora oggi oggetto di forte contesa.
Ma i problemi per l’Etiopia non sono solo interni.
La sua fragilità si intreccia oggi con la competizione strategica sul Mar Rosso, trasformando la profonda crisi in una questione regionale e internazionale.
In queste settimane il governo del Sudan ha accusato Etiopia ed Emirati Arabi Uniti di aver condotto attacchi con droni, anche sull’aeroporto civile della capitale Khartoum. In una conferenza stampa il ministro degli Esteri, Mohieddin Salem e il portavoce dell’esercito hanno detto che ci sono prove che siano stati lanciati quattro droni, forniti da Abu Dhabi, e partiti dalla base etiopica di Bahir Dar. L’Etiopia ha respinto le accuse.
Tuttavia il governo sudanese ha più volte accusato l’Etiopia di sostenere gli interessi degli Emirati nel conflitto sudanese.
A febbraio un’inchiesta Reuters e uno studio dell’Università di Yale hanno documentato la presenza in Etiopia di campi utilizzati per l’addestramento delle Rsf, Rapid Support Forces, le milizie guidate da Mohammed Dagalo, detto Hemetti, in guerra contro l’esercito regolare sudanese del generale al Burhan.
Secondo Reuters, il progetto sarebbe stato sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, da anni tra i principali alleati regionali di Abiy Ahmed.
Il ruolo degli Emirati nel Corno d’Africa viene ora osservato con crescente preoccupazione per la presenza di Abu Dhabi legata al controllo delle rotte commerciali ed energetiche tra Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo.
Ed è proprio il nuovo scenario geopolitico ad aver riportato il Corno d’Africa al centro dell’attenzione internazionale.
Le tensioni attorno allo stretto di Hormuz, dopo lo scontro tra Stati Uniti e Iran, hanno riacceso l’interesse sull’altro grande snodo strategico della regione: Bab el Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.
Bab el Mandeb non è soltanto un corridoio petrolifero. È anche la porta meridionale del Canale di Suez. Attraverso questo stretto passa una parte significativa del commercio marittimo mondiale e delle importazioni energetiche dirette verso l’Europa.
La crescente instabilità simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb sta ridefinendo il peso strategico del Corno d’Africa e dei paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Ed è in questo quadro che si inserisce la recente apertura americana verso l’Eritrea.
Ai primi di maggio diverse agenzie internazionali hanno riportato la notizia del cambiamento della politica americana verso Asmara. Prima ancora il Wall Street Journal aveva parlato di un riavvicinamento nel quadro della sicurezza del Mar Rosso. Successivamente la Reuters ha citato un documento interno statunitense che indica la decisione dell’amministrazione Trump di rimuovere le sanzioni contro l’Eritrea.
Le sanzioni più recenti erano state introdotte dall’amministrazione Biden nel 2021 con l’accusa verso Asmara di aver aiutato militarmente Addis Abeba durante la guerra del Tigray.
Secondo diversi osservatori regionali, un riequilibrio americano nel Corno d’Africa invierebbe un messaggio molto forte all’Etiopia che, negli ultimi anni, ha più volte ribadito di considerare indispensabile un accesso al mare.
La Reuters ha riportato che Washington ha comunicato ad Addis Abeba la propria opposizione a qualsiasi tentativo di ottenere con la forza uno sbocco sul Mar Rosso.
Da parte eritrea, il ministero dell’Informazione ha dichiarato di sperare che un eventuale superamento delle sanzioni possa aprire una nuova fase di relazioni basate su “giustizia, legalità e correttezza”.
Per l’Italia, che nel Corno d’Africa vede uno dei nodi strategici del Piano Mattei e della sicurezza mediterranea allargata, l’evoluzione della crisi di Addis Abeba non potrà restare una questione solo africana.
E forse è anche per questo che oggi, in Etiopia, perfino una canzone è diventata una questione di politica internazionale.
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