Eritrea, la logica della politica estera
Asmara, il Municipio della città
Dal Mar Rosso al Sudan, la visione di Asmara tra sovranità, sicurezza regionale e cooperazione economica
Negli ultimi mesi l’Eritrea è tornata al centro dell’attenzione internazionale.
Per chi segue il Corno d’Africa è interessante ricostruirne la politica estera, mettendo in relazione le principali aree di crisi con le dichiarazioni ufficiali e i documenti diffusi da Asmara.
La crisi del Mar Rosso, la guerra in Sudan, il confronto sull’accesso al mare rivendicato dall’Etiopia e le tensioni tra le potenze regionali hanno riportato Asmara sulle pagine dei giornali.
Eppure la politica estera eritrea continua a essere letta quasi esclusivamente attraverso categorie semplicistiche: isolamento, rigidità, alleanze opportunistiche. Una lettura che, secondo il governo eritreo, trascura il principio che guida da sempre la sua azione diplomatica, cioè la difesa della sovranità nazionale.
Tra i molti temi che coinvolgono l’Eritrea ce n’è uno particolarmente importante, la questione del Mar Rosso. Come può un paese così grande, con oltre 120 milioni di abitanti, non avere uno sbocco sul mare? È la domanda che pone l’Etiopia. La diffusa narrazione internazionale risponde accusando l’Eritrea di ignorare le esigenze economiche dell’Etiopia.
In realtà Asmara ha più volte dichiarato che l’Eritrea non ha nessun interesse a impedire all’Etiopia un utilizzo commerciale dei suoi porti, sia Assab sia Massawa. Sarebbe un utilizzo positivo per entrambi i paesi. Arriverebbero nuove entrate, maggiore occupazione, investimenti, collegamenti stradali e ferroviari, sviluppo delle aree di confine e maggiore integrazione economica regionale. Dunque l’accesso commerciale a un porto eritreo non sarebbe per niente un problema, anzi. Posto però che non equivalga a cederne la sovranità territoriale.
Ancora una volta va sottolineato che, per il diritto internazionale, la condizione geografica dell’Etiopia e il fatto che non abbia uno sbocco sul mare, non implica la possibilità di acquisirlo dai paesi confinanti. Se si accettasse il principio secondo cui una necessità economica può giustificare una rivendicazione territoriale, si aprirebbe un precedente pericoloso.
In sostanza Asmara ritiene possibili rapporti economici e commerciali nei propri porti, senza concedere territori o permettere presidi militari.
La campagna etiopica per l’accesso al Mar Rosso è iniziata in uno dei periodi più bui della sua storia. Dopo la guerra nel Tigray, l’Etiopia continua a essere segnata da conflitti, insurrezioni e forti tensioni, soprattutto nelle regioni Amhara e Oromia. A ciò si aggiungono problemi economici, sfollamenti, disoccupazione, indebitamento e malcontento generalizzato.
È questo il contesto in cui il tema dell’accesso al mare è diventato “esistenziale”, quasi fosse un mezzo per recuperare credibilità agli occhi di una popolazione stremata. Si tratta però di una strategia che comporta rischi considerevoli.
Per Asmara, l’unità e la stabilità dell’Etiopia restano invece un interesse strategico.
La sua prospettiva non è un’Etiopia in frammenti, divisa per etnie e religioni. Un’Etiopia lacerata da molti conflitti, ma un’Etiopia pacificata e coesa.
In questo momento la chiusura o limitazione dello stretto di Hormuz, hanno acceso ancor di più i riflettori sull’importanza di Bab el Mandeb, una via marittima alternativa e di interesse globale.
Asmara ritiene che gli stati rivieraschi non possano essere semplici spettatori di decisioni prese altrove e propone una cooperazione stabile tra paesi costieri. Un coordinamento che preveda scambio di informazioni, sorveglianza, contrasto alla pirateria, al terrorismo e ai traffici di armi, droga ed esseri umani.
La sicurezza, in questo momento, è la priorità, come dimostra l’annuncio di blocco navale da parte degli huthi dello Yemen. Un danno all’Arabia Saudita e ai collegamenti tra Bab el Mandeb e il Golfo di Aden.
Sulla questione dello Yemen, Asmara ritiene però che, accanto alla sicurezza, debba esserci una soluzione politica, perché il Mar Rosso non diventi un teatro di guerra tra potenze esterne.
Un’altra minaccia per la sicurezza del Mar Rosso e del Corno d’Africa, è l’attuale guerra in Sudan.
La vicinanza di Asmara alle istituzioni statali sudanesi non è da intendersi come il sostegno a una guerra infinita. Anche in questo caso, secondo l’Eritrea, divisioni etniche e religiose non possono costituire il fondamento di uno Stato. Un Paese può essere multietnico e multireligioso senza essere ridotto in frammenti, purché le differenze non diventino il fondamento della divisione politica dello Stato. In questo senso, le iniziative internazionali possono essere utili se sostengono i sudanesi nel raggiungimento di un’intesa. Possibile anche il lavoro dei mediatori, purché non sostengano nessuna fazione e non siano parte diretta o indiretta del conflitto.
Come nel caso dell’Etiopia, anche per il Sudan, la politica estera eritrea è per soluzioni che, oltre alla pace portino benessere economico, con la riapertura dei corridoi commerciali, lo sviluppo dei porti, la costruzione di infrastrutture stradali e ferroviarie. Questo perché la pace regionale non è solo un valore politico o morale, ma la premessa per lo sviluppo.
La sicurezza del Mar Rosso è uno dei punti della propria politica estera che Asmara condivide con Il Cairo. Non l’unico però. Esiste anche una comune preoccupazione relativa ad alcune politiche etiopiche. Per l’Egitto, la questione del Nilo e della Grande diga, per l’Eritrea le dichiarazioni sull’accesso al mare e le rivendicazioni su Assab. La politica di entrambi i paesi sulla priorità degli stati rivieraschi nelle questioni del mare, è il risultato di intese, non di una semplice ostilità verso l’Etiopia.
Quanto ai rapporti tra Eritrea ed Iran, va detto che, pur esistendo rapporti diplomatici tra i due paesi, l’Eritrea non ha messo a disposizione dell’Iran i propri porti. È interessante ricordare che, in passato c’erano state accuse simili sulla presenza in Eritrea di basi israeliane e, successivamente, russe. Affermazioni che non hanno mai trovato conferme pubbliche. Asmara non è né un avamposto iraniano né lo strumento di una strategia anti-iraniana. Dunque è fuor di luogo chiedere che Assab diventi etiopica contro Teheran.
Parlando delle sue relazioni estere, l’Eritrea è spesso accusata di isolazionismo.
In realtà sono molti i paesi con cui intrattiene rapporti stretti di collaborazione, sia nel Corno d’Africa, sia in Medio Oriente, in Europa, Cina, Russia, oltre all’Egitto e a moltissimi altri paesi africani.
La migliore risposta però può arrivare dalla sua stessa storia. L’Eritrea è un giovane paese composto da nove gruppi etnici, con lingue, religioni, culture e tradizioni differenti. La sua unità si basa sull’uguaglianza tra le diversi componenti, un risultato raggiunto dopo l’indipendenza. Ma è proprio la lunga e solitaria lotta per la conquista dell’indipendenza ad averne forgiato la tempra e anche la politica. Non dimentichiamo che, dopo la conquistata libertà, il percorso è stato difficile. Nel 1998 è arrivato un nuovo conflitto, quindi il mancato riconoscimento del confine, pur se stabilito da una commissione internazionale. Tutto ciò ha forgiato una generazione che non molla ma che ha anche imparato a non fidarsi.
E proprio questa diffidenza, che è un punto difficile da comprendere per gli osservatori esteri, è fondamentale per capire il paese. E non potrebbe essere altrimenti, ricordando gli enormi sacrifici e le molte vite donate per il raggiungimento di un principio mai negoziabile, la sovranità dello Stato.
Si possono discutere il linguaggio o la rigidità di alcune posizioni. Ma è necessario comprendere il principio centrale alla base del pensiero eritreo: nessuno Stato dovrebbe essere costretto a rinunciare o barattare la propria sovranità.
Questa è, in sintesi, la visione che il governo eritreo propone. Una prospettiva fondata sulla sovranità degli Stati, sulla cooperazione economica e sul rifiuto delle guerre per procura. Una posizione destinata a rimanere oggetto di confronto e di dibattito, ma che aiuta a comprendere meglio la logica con cui Asmara interpreta gli equilibri e il futuro del Corno d’Africa. Una regione nella quale la stabilità renderebbe possibile l’attuazione di progetti che attendono da decenni. Un Corno d’Africa che potrebbe finalmente cessare di essere sinonimo di guerra per diventare uno spazio di pace e sviluppo condiviso.
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