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Eritrea, la logica della politica estera

Marilena Dolce
23/07/26
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Asmara, municipio della città

Asmara, il Municipio della città

Dal Mar Rosso al Sudan, la visione di Asmara tra sovranità, sicurezza regionale e cooperazione economica

Negli ultimi mesi l’Eritrea è tornata al centro dell’attenzione internazionale.

Per chi segue il Corno d’Africa è interessante ricostruirne la politica estera, mettendo in relazione le principali aree di crisi con le dichiarazioni ufficiali e i documenti diffusi da Asmara.

La crisi del Mar Rosso, la guerra in Sudan, il confronto sull’accesso al mare rivendicato dall’Etiopia e le tensioni tra le potenze regionali hanno riportato Asmara sulle pagine dei giornali.

Eppure la politica estera eritrea continua a essere letta quasi esclusivamente attraverso categorie semplicistiche: isolamento, rigidità, alleanze opportunistiche. Una lettura che, secondo il governo eritreo, trascura il principio che guida da sempre la sua azione diplomatica, cioè la difesa della sovranità nazionale.

Tra i molti temi che coinvolgono l’Eritrea ce n’è uno particolarmente importante, la questione del Mar Rosso. Come può un paese così grande, con oltre 120 milioni di abitanti, non avere uno sbocco sul mare? È la domanda che pone l’Etiopia. La diffusa narrazione internazionale risponde accusando l’Eritrea di ignorare le esigenze economiche dell’Etiopia.

In realtà Asmara ha più volte dichiarato che l’Eritrea non ha nessun interesse a impedire all’Etiopia un utilizzo commerciale dei suoi porti, sia Assab sia Massawa. Sarebbe un utilizzo positivo per entrambi i paesi. Arriverebbero nuove entrate, maggiore occupazione, investimenti, collegamenti stradali e ferroviari, sviluppo delle aree di confine e maggiore integrazione economica regionale. Dunque l’accesso commerciale a un porto eritreo non sarebbe per niente un problema, anzi. Posto però che non equivalga a cederne la sovranità territoriale.

Ancora una volta va sottolineato che, per il diritto internazionale, la condizione geografica dell’Etiopia e il fatto che non abbia uno sbocco sul mare, non implica la possibilità di acquisirlo dai paesi confinanti. Se si accettasse il principio secondo cui una necessità economica può giustificare una rivendicazione territoriale, si aprirebbe un precedente pericoloso.

In sostanza Asmara ritiene possibili rapporti economici e commerciali nei propri porti, senza concedere territori o permettere presidi militari.

La campagna etiopica per l’accesso al Mar Rosso è iniziata in uno dei periodi più bui della sua storia.  Dopo la guerra nel Tigray, l’Etiopia continua a essere segnata da conflitti, insurrezioni e forti tensioni, soprattutto nelle regioni Amhara e Oromia. A ciò si aggiungono problemi economici, sfollamenti, disoccupazione, indebitamento e malcontento generalizzato.

È questo il contesto in cui il tema dell’accesso al mare è diventato “esistenziale”, quasi fosse un mezzo per recuperare credibilità agli occhi di una popolazione stremata. Si tratta però di una strategia che comporta rischi considerevoli.

Per Asmara, l’unità e la stabilità dell’Etiopia restano invece un interesse strategico.

La sua prospettiva non è un’Etiopia in frammenti, divisa per etnie e religioni. Un’Etiopia lacerata da molti conflitti, ma un’Etiopia pacificata e coesa.

In questo momento la chiusura o limitazione dello stretto di Hormuz, hanno acceso ancor di più i riflettori sull’importanza di Bab el Mandeb, una via marittima alternativa e di interesse globale.

Asmara ritiene che gli stati rivieraschi non possano essere semplici spettatori di decisioni prese altrove e propone una cooperazione stabile tra paesi costieri. Un coordinamento che preveda scambio di informazioni, sorveglianza, contrasto alla pirateria, al terrorismo e ai traffici di armi, droga ed esseri umani.

La sicurezza, in questo momento, è la priorità, come dimostra l’annuncio di blocco navale da parte degli Huthi dello Yemen. Un danno all’Arabia Saudita e ai collegamenti tra Bab el Mandeb e il Golfo di Aden.

Sulla questione dello Yemen, Asmara ritiene però che, accanto alla sicurezza, debba esserci una soluzione politica, perché il Mar Rosso non diventi un teatro di guerra tra potenze esterne.

Un’altra minaccia per la sicurezza del Mar Rosso e del Corno d’Africa, è l’attuale guerra in Sudan.

La vicinanza di Asmara alle istituzioni statali sudanesi non è da intendersi come il sostegno a una guerra infinita. Anche in questo caso, secondo l’Eritrea, divisioni etniche e religiose non possono costituire il fondamento di uno Stato. Un Paese può essere multietnico e multireligioso senza essere ridotto in frammenti, purché le differenze non diventino il fondamento della divisione politica dello Stato. In questo senso, le iniziative internazionali possono essere utili se sostengono i sudanesi nel raggiungimento di un’intesa. Possibile anche il lavoro dei mediatori, purché non sostengano nessuna fazione e non siano parte diretta o indiretta del conflitto.

Come nel caso dell’Etiopia, anche per il Sudan, la politica estera eritrea è per soluzioni che, oltre alla pace portino benessere economico, con la riapertura dei corridoi commerciali, lo sviluppo dei porti, la costruzione di infrastrutture stradali e ferroviarie. Questo perché la pace regionale non è solo un valore politico o morale, ma la premessa per lo sviluppo.

La sicurezza del Mar Rosso è uno dei punti della propria politica estera che Asmara condivide con Il Cairo. Non l’unico però. Esiste anche una comune preoccupazione relativa ad alcune politiche etiopiche. Per l’Egitto, la questione del Nilo e della Grande diga, per l’Eritrea le dichiarazioni sull’accesso al mare e le rivendicazioni su Assab. La politica di entrambi i paesi sulla priorità degli stati rivieraschi nelle questioni del mare, è il risultato di intese, non di una semplice ostilità verso l’Etiopia.

Quanto ai rapporti tra Eritrea ed Iran, va detto che, pur esistendo rapporti diplomatici tra i due paesi, l’Eritrea non ha messo a disposizione dell’Iran i propri porti. È interessante ricordare che, in passato c’erano state accuse simili sulla presenza in Eritrea di basi israeliane e, successivamente, russe. Affermazioni che non hanno mai trovato conferme pubbliche. Asmara non è né un avamposto iraniano né lo strumento di una strategia anti-iraniana. Dunque è fuor di luogo chiedere che Assab diventi etiopica contro Teheran.

Parlando delle sue relazioni estere, l’Eritrea è spesso accusata di isolazionismo.

In realtà sono molti i paesi con cui intrattiene rapporti stretti di collaborazione, sia nel Corno d’Africa, sia in Medio Oriente, in Europa, Cina, Russia, oltre all’Egitto e a moltissimi altri paesi africani.

La migliore risposta però può arrivare dalla sua stessa storia. L’Eritrea è un giovane paese composto da nove gruppi etnici, con lingue, religioni, culture e tradizioni differenti. La sua unità si basa sull’uguaglianza tra le diversi componenti, un risultato raggiunto dopo l’indipendenza. Ma è proprio la lunga e solitaria lotta per la conquista dell’indipendenza ad averne forgiato la tempra e anche la politica. Non dimentichiamo che, dopo la conquistata libertà, il percorso è stato difficile. Nel 1998 è arrivato un nuovo conflitto, quindi il mancato riconoscimento del confine, pur se stabilito da una commissione internazionale. Tutto ciò ha forgiato una generazione che non molla ma che ha anche imparato a non fidarsi.

E proprio questa diffidenza, che è un punto difficile da comprendere per gli osservatori esteri, è fondamentale per capire il paese. E non potrebbe essere altrimenti, ricordando gli enormi sacrifici e le molte vite donate per il raggiungimento di un principio mai negoziabile, la sovranità dello Stato.

Si possono discutere il linguaggio o la rigidità di alcune posizioni. Ma è necessario comprendere il principio centrale alla base del pensiero eritreo: nessuno Stato dovrebbe essere costretto a rinunciare o barattare la propria sovranità.

Questa è, in sintesi, la visione che il governo eritreo propone. Una prospettiva fondata sulla sovranità degli Stati, sulla cooperazione economica e sul rifiuto delle guerre per procura. Una posizione destinata a rimanere oggetto di confronto e di dibattito, ma che aiuta a comprendere meglio la logica con cui Asmara interpreta gli equilibri e il futuro del Corno d’Africa. Una regione nella quale la stabilità renderebbe possibile l’attuazione di progetti che attendono da decenni. Un Corno d’Africa che potrebbe finalmente cessare di essere sinonimo di guerra per diventare uno spazio di pace e sviluppo condiviso.

 

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English version 

Understanding Eritrea’s Foreign Policy

From the Red Sea to Sudan, Asmara’s vision between sovereignty, regional security and economic cooperation

In recent months, Eritrea has returned to the center of international attention. For those following the Horn of Africa, it is interesting to reconstruct its foreign policy, relating the main areas of crisis with official statements and documents released by Asmara. The Red Sea crisis, the war in Sudan, the confrontation over access to the sea claimed by Ethiopia and tensions between regional powers have brought Asmara back to the newspaper pages.

Yet, Eritrean foreign policy continues to be read almost exclusively through simplistic categories: isolation, rigidity, opportunistic alliances. This interpretation according to the Eritrean government, neglects the principle that has always guided its diplomatic action, namely the defense of national sovereignty.

Among the many issues involving Eritrea, our stands out as particularly important: the question of the Red Sea.

How can such a large country, with over 120 million inhabitants, not have an outlet to the sea? This is the question Ethiopia poses. The widespread international narrative responds by accusing Eritrea of ignoring Ethiopia’s economic needs.

In reality, Asmara has repeatedly stated that Eritrea has no interest in preventing Ethiopia from commercial use of its ports, both Assab and Massawa. It would be a positive use for both countries. New revenues, increased employment, investments, road and rail links, development of border areas and greater regional economic integration would follow. Therefore, commercial access to an Eritrean port would not be a problem at all; on the contrary. Provided, however, that it does not mean ceding territorial sovereignty.

Once again, it must be emphasized that, under international law, Ethiopia’s geographical condition and the fact that it does not have an outlet to the sea do not imply the possibility of acquiring it from neighboring countries. If the principle were accepted that an economic necessity can justify a territorial claim, it would set a dangerous precedent.

Essentially, Asmara considers economic and commercial relations in its ports possible, without granting territory or allowing military outposts.

The Ethiopian campaign for access to the Red Sea began in one of the darkest periods of its history. After the war in Tigray, Ethiopia continues to be marked by conflicts, insurgencies and strong tensions, especially in the Amhara and Oromia regions.

Moreover the Country is facing economic and social problems like: displacement, unemployment, debt and general discontent.

This is the context in which the issue of access to the sea has become “existential,” almost as if it were a means of regaining credibility in the eyes of an exhausted population. However, it is a strategy that involves considerable risks.

For Asmara, the unity and stability of Ethiopia remain a strategic interest.

Its perspective is not solving division in Ethiopia fragmented by ethnicity and religion. Not an Ethiopia torn by many conflicts, but a pacified and cohesive Country. Right now the closure or limitation of the Strait of Hormuz has turned the spotlight even more on the importance of Bab el Mandeb, an alternative maritime route of global interest.

Asmara believes that coastal states cannot be mere spectators of decisions made elsewhere and proposes stable cooperation between coastal countries. A coordination that provides for the exchange of information, surveillance, and the fight against piracy, terrorism and the trafficking of arms, drugs and human beings.

Security is currently the priority, as demonstrated by the Houthi announcement of a naval blockade in Yemen, threatening Saudi Arabia and shipping routes between Bab el-Mandeb and the Gulf of Aden.

However, regarding Yemen, Asmara believes that security alone is not enough and must be accompanied by a political solution for Yemen, preventing the Red Sea from becoming an arena for external powers.

Another threat to the security of the Red Sea and the Horn of Africa is the current war in Sudan. Asmara’s proximity to Sudanese state institutions is not to be understood as support for an endless war. Again, according to Eritrea, ethnic and religious divisions cannot constitute the foundation of a state.

A country can be multi-ethnic and multi-religious without being reduced to fragments, as long as differences do not become the foundation of the state’s political division. For this reason international initiatives can be useful if they support the Sudanese in reaching an agreement.

The work of mediators is also possible, provided that they do not support any faction and are not a direct or indirect part of the conflict.

As for Ethiopia also in Sudan, Eritrean foreign policy favours solutions that bring peace, as well as economic well-being the reopening of commercial corridors, the development of ports, the construction of road and rail infrastructure.

In fact regional peace is not only a political or moral value, but the premise for development.

Concerning Eritrea’s relationship Egypt, both Countries consider security of the Red Sea a priority of their foreign policies. Moreover, both Asmara and Cairo share concerns regarding Ethiopian policies. For Egypt the main issue is represented by the river Nile and the Grand Renaissance Dam. For Eritrea the biggest problem is Ethiopia’s claims on Assab and Addis Ababa’s desire to gain access to the Red Sea at any coast.

For these reasons both Countries share the same view, that costal States should have priority in maritime disputes. A policy that is not intended as hostile towards Ethiopia but that is the result of many agreements.

Regarding relations between Eritrea and Iran although diplomatic relations exist between the two countries, Eritrea has not made its ports available to Iran. It is interesting to remember that, in the past, there were similar accusations about the presence of Israeli and, subsequently, Russian bases in Eritrea. Statements that have never found public confirmation. Asmara is neither an Iranian outpost nor the instrument of an anti-Iranian strategy. Therefore, it is out of place to ask that Assab becomes Ethiopian against Tehran.

Speaking of its foreign relations, Eritrea is often accused of isolationism. In reality, there are many countries with which it maintains close relations of cooperation, both in the Horn of Africa and in the Middle East, Europe, China, Russia, in addition to Egypt and many other African countries. The best answer, however, can come from its own history.

Eritrea is a young country composed of nine ethnic groups, with different languages, religions, cultures and traditions.

Its unity is based on equality between the different groups, a goal achieved after independence. But it is precisely the long and solitary struggle towards independence that has forged its policy.

Let us not forget that, after the independence, Eritrea’s path has been difficult. In 1998 a new conflict arrived, followed by a border dispute with Ethiopia despite the ruling of an international commission. All these facts have forged a generation that does not give up and that is also wary of outsiders.

And it is precisely this distrust, which is a difficult point for foreign observers to understand, that is fundamental to understand the country.

It could not be otherwise, remembering the enormous sacrifices and the many lives given for the achievement of a principle that is never negotiable: State sovereignty. The language and the rigidity of some positions can be discussed. But it is necessary to understand the central principle at the base of Eritrean philosophy: no state should be forced to renounce or trade its sovereignty.

This is, in summary, the vision upholded by the Eritrean government.

A perspective founded on State sovereignty, economic cooperation and the rejection of proxy wars.

A position destined to remain subject of comparison and debate, but which helps to better understand the logic with which Asmara interprets the balances the future of the Horn of Africa. A region in which stability would make it possible to implement projects that have been waiting for decades. A Horn of Africa that could finally cease to be a synonymous for war and that could become a space of peace and development.

 

 

Marilena Dolce

Giornalista e fondatrice di EritreaLive, giornale indipendente dedicato al Corno d’Africa.

Da oltre dieci anni segue con continuità le dinamiche politiche e sociali dell’Eritrea e dell’Etiopia, con particolare attenzione ai rapporti regionali e agli equilibri geopolitici dell’area.

Ha collaborato con la testata online Affari Italiani, pubblicando articoli e analisi dedicati al Corno d’Africa e contribuendo alla copertura giornalistica di una regione spesso poco rappresentata nel panorama mediatico europeo.

Attraverso EritreaLive sviluppa un lavoro di informazione e analisi volto a rendere comprensibili le trasformazioni del Corno d’Africa a un pubblico italiano e internazionale.

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