Eritrea, sanzioni abolite dall’Onu con voto unanime

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ERITREA, dall’Onu arrivata, con voto unanime, l’abolizione delle sanzioni

Ginevra, eritrei manifestano davanti al palazzo delle Nazioni Unite

Con l’abolizione delle sanzioni contro l’Eritrea, decisa dall’ Onu il cammino della pace prosegue. Approvata il 14 novembre 2018, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con voto unanime, l’abolizione delle sanzioni contro l’Eritrea.

Un importante conferma che la pace con l’Etiopia e il lavoro iniziato per la sicurezza nella regione del Corno d’Africa è stato capito dal contesto internazionale che ha votato per l’abolizione delle sanzioni.  

Già nelle scorse settimane circolavano voci su una bozza scritta dalla Gran Bretagna favorevole all’Eritrea, per l’abolizione delle sanzioni.

Il 9 luglio, subito dopo la firma ad Asmara dell’accordo di pace, il premier etiopico Abiy Ahmed, nell’incontro con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres si era espresso per l’abolizione delle sanzioni.

La nuova risoluzione 2444 del 2018 elimina tutte le accuse che avevano determinato la risoluzione 1907 del 2009, in seguito prorogata.     

L’Eritrea non ha aiutato il fondamentalismo somalo. E ora, insieme all’Etiopia, ha stabilito rapporti d’amicizia e collaborazione con la Somalia e il suo presidente Mohamed Abdullahi Mohamed. Che ha fatto la prima visita nell’Eritrea indipendente proprio dopo la firma di pace con l’Etiopia. In seguito i tre ministri degli esteri di Eritrea, Etiopia e Somalia hanno avuto un incontro a Gibuti con il presidente Ismail Omar Guelleh, per ristabilire buoni rapporti con l’Eritrea. Missione dall’esito positivo.

Dunque con la risoluzione 2444 si elimina il blocco sull’acquisto di armi, il congelamento di beni e il divieto di viaggio per i politici eritrei.

Le sanzioni contro l’Eritrea, emanate nel 2009 e prorogate nel 2011, per un soffio non hanno compiuto dieci anni.

L’Eritrea ha sempre esposto chiaramente i motivi per cui tali sanzioni fossero sbagliate. Rispondendo a tutte le accuse. Anche a quella di “mancanza di collaborazione”. A suo tempo, per chiarirsi, Eritrea e Commissione di Monitoraggio Eritrea-Somalia, SEMG, avevano avuto 15 incontri e molte video conferenze. Senza nessun risultato apprezzabile secondo il SEMG.  

Quanto all’accusa per il conflitto con Gibuti, la situazione sul campo è risolta dal 2010. Finora è rimasta una matassa ingarbugliata, non solo da parte eritrea, sulle strategie economiche, il passaggio di merci e l’uso dei porti.

Questioni complicate che, con la pace raggiunta tra Eritrea ed Etiopia, si cercherà di dipanare.

L’accusa di aiutare Al Shabaab, il fondamentalismo somalo, l’Eritrea l’ha sempre respinta.  

E lo stesso SEMG ha scritto di non aver trovato prove di tale appoggio eritreo ad Al Shabaab.

Tuttavia, anche senza prove, l’accusa ha retto per nove lunghi anni. Modificandosi anzi in un più generico “aiuto a gruppi armati”.  

Ricostruendola, la storia delle sanzioni appare un accerchiamento contro l’Eritrea, per isolarla. Complice l’aiuto americano che ha identificato nell’Etiopia, più grande paese nell’area, l’alleato utile per l’Occidente.  

Ecco perché sono passate sotto silenzio dichiarazioni sprezzanti che, anche se appartengono al passato governo etiopico, non si possono dimenticare, se si vogliono comprendere gli avvenimenti.

Il 5 luglio del 2016, con un discorso al Parlamento, il premier etiopico Heilemariam Desalegn conferma un attacco militare condotto sulla linea di confine eritreo, aggiungendo che “l’Eritrea avrebbe qualcosa da temere”.

Del resto già nel 2012 l’allora primo ministro Meles Zenawi aveva detto in Parlamento che l’Etiopia avrebbe fatto di tutto per avere un regime change in Eritrea.

La questione tra Eritrea ed Etiopia però si risolve diversamente. Con un cambio al vertice in Etiopia.

Per anni la stampa occidentale ignora la crisi interna che agita l’Etiopia. Contro la politica tigrina del TPLF, Tigray People’s Liberation Front, gruppo al potere dall’indipendenza (1991) scendono in campo, alleandosi, Oromo e Amhara. Non a caso nel febbraio 2018 le dimissioni dell’ex primo ministro Heilemariam Desalegn lasciano spazio al cambiamento. Diventa primo ministro Abiy Ahmed, un politico giovane che appartiene al gruppo oromo.

È la pace del 9 luglio, quella fatta tra Eritrea ed Etiopia, senza mediatori, com’è stato detto, a mettere la parola fine alla guerra fredda contro l’Eritrea.

Una guerra appoggiata, si legge nel comunicato del governo eritreo che commenta l’abolizione delle sanzioni, dalle passate amministrazioni americane.

Lo scenario internazionale, non solo quello tra i due paesi, cambia con il ritiro delle truppe etiopiche dai territori che il trattato di Algeri (2002) definiva eritrei.

Una condizione attesa per 18 anni, raggiunta infine con la firma della pace tra Eritrea ed Etiopia.

Le sanzioni appena abolite erano l’ultima freccia scoccata contro un paese colpevole d’indipendenza, autonomia, coraggio. Che ha respinto i copiosi e spesso rocamboleschi report della Commissione d’Inchiesta, COI.

Nel 2016 in conferenza stampa a Ginevra, nel palazzo dell’Onu, vengono riportate le parole contenute nel rapporto del COI. Parole raccolte solo in paesi terzi. Rifiutando quella degli eritrei, all’interno del paese e della diaspora.

A questo punto gli eritrei stampano su carta quelle parole rifiutate e le recapitano fisicamente al palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra.  Un gesto simbolico, come la manifestazione che riempie la piazza davanti al palazzo, per dimostrare che loro, gli eritrei, continueranno a lottare.

Una lotta contro le sanzioni e i molti altri ostacoli che hanno fermato in questi anni lo sviluppo e la crescita del paese, facendo emigrare i giovani.

Oggi ad avere vinto contro un nemico dai mille volti, non ultimo quello mediatico, è la forza dell’Eritrea, dei molti che hanno continuato a sostenere il paese, anche in tempi difficili. Ecco perché la fine delle sanzioni e la pace con l’Etiopia sono una promessa, per un futuro migliore.

 

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