Ginevra: 10mila eritrei davanti all’ONU, no alle accuse contro l’Eritrea

Ginevra, manifetanti eritrei davanti al palazzo dell'Onu per protestare contro il rapporto della Commissione d'Inchiesta

Ginevra, 21 giugno,  manifetanti eritrei davanti al palazzo dell’Onu per protestare contro il rapporto della Commissione d’Inchiesta

Diecimila eritrei davanti all’ONU dicono no alle accuse

A Ginevra più di diecimila eritrei arrivati da tutto il mondo, davanti all’ONU  per dire no alle accuse di crimini contro l’umanità mosse dalla Commissione d’Inchiesta al governo dell’Eritrea.

In Svizzera, a Ginevra, martedì 21 giugno, moltissimi eritrei e amici dell’Eritrea, gli organizzatori stimano più di 10mila persone, si sono ritrovate per manifestare pacificamente davanti al Palazzo delle Nazioni Unite (ONU) scandendo, #IStandWithEritrea, “Io sto con l’Eritrea”.

È una dura protesta contro il report della Commissione d’Inchiesta (COI, Commission of Inquiry) presentato lo scorso 8 giugno che accusa i governanti eritrei di aver commesso crimini contro l’umanità.

Uomini e donne, moltissimi giovani, radunati al mattino nel bel Parc des Cropettes, hanno marciato pacificamente verso il Palazzo delle Nazioni Unite per far sentire la propria voce.

Per una giornata il centro di Ginevra, la piazza dominata dalla Broken Chair, sedia simbolo dell’orrore provocato dalle mine antiuomo, è stata eritrea. Nessuna violenza, nessuno scontro, tanto orgoglio e colori nazionali.

Moltissimi giovani raccontano, con veemenza, perché sono a Ginevra, perché si oppongono alle accuse della Commissione. Tra le seconde generazioni, arrivate da molti paesi, oltre al tigrino che non tutti conoscono, si parlano le lingue europee, si comunica in inglese.

Dicono, con pacatezza, che in Eritrea, come nel resto del mondo, non tutti la pensano allo stesso modo ma che davanti alle accuse presentate a Ginevra, giudicate false, l’unione era indispensabile.

L’attacco li ha rafforzati, dicono, e non farà vacillare l’amore che hanno per il paese dei genitori e dei nonni, un paese nel quale molti di loro vorrebbero andare a vivere dopo aver finito gli studi.

Non si sottraggono alle interviste, spiegano di aver letto il rapporto e sentito le dichiarazioni del Ministro degli Esteri eritreo, di essere a Ginevra per far sentire la propria voce.

Un sedicenne, che ha compiuto gli anni nella notte del viaggio verso Ginevra, mi dice: “l’Eritrea ha lottato per tantissimi anni da sola, (ndr 1961-1991) nel silenzio di tutti, perdendo moltissimi uomini, ora che sta in fase di crescita arrivano le sanzioni e le accuse, non è giusto”.

“L’Eritrea è degli eritrei” ripetono in molti. “Abbiamo un solo fine, stare con il nostro paese”, dicono.
Chiedo a tutti perché sono a Ginevra. “Perché?” Risponde una giovane donna “te lo dico alla romana, tiriamo fuori le corna”.

L’accusa contenuta nel report della Commissione è pesante, se il Consiglio dei Diritti Umani la formalizzerà, il passo successivo potrebbe essere davanti alla Corte Penale Internazionale.

Lo scorso 8 giugno, in risposta al report, Yemane Ghebreab, advisor del presidente Isaias Afwerki, in conferenza stampa, ha definito il lavoro della Commissione “privo di obiettività, imparzialità, non selettività e rigore”.

Alle 500 testimonianze contro l’Eritrea presentate dalla Commissione, Yemane ha contrapposto 42mila testimonianze a favore, inviate dalla diaspora di 20 paesi e ignorate dalla Commissione. Così com’è stata ignorata la disponibilità di 856 eritrei di testimoniare a Ginevra in favore del proprio paese. Un paese che conta circa 4 milioni di abitanti.

Al termine della manifestazione, due rappresentanti della diaspora hanno consegnato, entrando nel palazzo delle Nazioni Unite, i pacchi cartacei con 200mila petizioni firmate da eritrei e da amici dell’Eritrea.

Mentre la piazza, nonostante la fitta pioggia, si riempie di gente, all’interno del palazzo Yemane Ghebreab interviene, durante la 32ma sessione del Consiglio sui Diritti Umani, per ribattere punto per punto tutte le accuse.

“Il mese scorso il popolo eritreo” dice “ha festeggiato i 25 anni d’indipendenza con orgoglio e gioia”. “La commissione però” prosegue “ha negato questa realtà sostenendo che l’Eritrea ha commesso crimini contro l’umanità dal primo giorno della sua indipendenza nel maggio 1991”.

“Andando oltre il suo mandato” continua Yemane, “la Commissione ha espresso giudizi senza prove concrete” e senza tenere in considerazione “fatti e cifre” presentate dall’Eritrea.

Yemane ha inoltre ricordato l’impegno e il lavoro dell’Eritrea con l’UPR, (ndr Universal Periodic Review) sempre per i diritti umani e l’accettazione di 92 raccomandazioni, nonché la cooperazione con le Nazioni Unite.

Fuori, intanto, sul palco, prendono la parola in molti per raccontare la propria storia, per recitare poesie. Applaudito l’intervento di un diplomatico, ex ambasciatore etiopico in Somalia, che dice che l’Eritrea, paese molto stimato in Africa, dovrebbe essere imitata per fermezza e unità.

L’Eritrea, paese “rosso”, come dice il suo nome, nasce nel 1890 con il colonialismo italiano e un tricolore issato ad Assab prima dell’Unità. L’Italia, però, nel 1941, perde la colonia che passerà agli inglesi fino al 1947, poi l’Eritrea sarà federata all’Etiopia.

John Foster Dulles, allora segretario di stato americano, disse in quell’occasione che, sebbene i desideri del popolo eritreo dovessero essere tenuti in considerazione, “gli interessi strategici degli Stati Uniti imponevano che il paese fosse legato all’Etiopia alleata americana”.
“Interessi strategici” che provocheranno la più lunga guerra della storia.

Nel 1962, l’Imperatore Heilè Selassie abolisce la federazione e annette l’Eritrea che, nel silenzio delle democrazie occidentali, diventa una provincia dell’Etiopia. L’Occidente decide che per l’Eritrea è giusto il governo di un monarca assoluto che pensa di avere diritto divino.

Nel 1977, in Etiopia, destituito l’Imperatore, prende il potere Menghistu Heilè Marian che nazionalizza e smantella l’economia eritrea, azzera commerci, affama la popolazione, divide le famiglie, costringe gli eritrei a scegliere tra esilio e lotta.

Ancora oggi molti eritrei che sostengono e aiutano il paese dall’estero, continuando ad amarlo, vivono nei luoghi dove sono scappati per sfuggire a Menghistu.

La Commissione d’Inchiesta che per scandagliare, valutare, infine accusare l’Eritrea, usa un metro occidentale sembra non conoscerne la storia. Sembra pensare che sia possibile creare una società multipartitica senza un’adeguata base sociale ed economica che l’Eritrea, dal 1991 ad oggi, sta ancora cercando di costruire.

Perché dopo l’indipendenza ha avuto solo sette anni di pace, giusto il tempo di pianificare il futuro, la ricostruzione, grazie anche al sevizio nazionale (1994), poi tutto si è bloccato un’altra volta.

Nel 1998 una nuova guerra con l’Etiopia per un confine contestato che, nel 2002,una commissione internazionale giudicherà eritreo. Una situazione tesa che provocherà la morte di 19mila giovani, una pesante migrazione dalle aree occupate e un disastroso contraccolpo economico.

Per finire, come la comunità internazionale sa, l’Etiopia non ha mai accettato l’Accordo di Algeri e non ha mai abbandonato militarmente il confine, creando una situazione d’instabilità endemica.

Domenica 12 giugno, pochi giorni dopo le conferenze stampa di Ginevra, Eritrea ed Etiopia si scontrano, ancora una volta, su quel confine.

Le Nazioni Unite e il Segretario Generale Ban Ki-moon esprimono preoccupazione, richiamando alla calma “entrambi i paesi” e chiedendo che le armi lascino il posto al dialogo politico.

Tuttavia, al contrario di quanto si legge nel rapporto della Commissione, la gente che manifesta a Ginevra dice che, dal 1991 a oggi, il paese ha fatto molto.

L’Eritrea, dicono, è ora un paese unito, senza discriminazioni etniche né religiose, dove cristiani e musulmani convivono pacificamente. Un paese con  scuole, ospedali e ambulatori che hanno fatto crollare l’incidenza di morte neonatale e durante parto e gravidanza. Molti degli obiettivi raggiunti erano fra quelli del Millennio (MDG’s), perché non riconoscerli, si chiedono.

Quanto ai diritti delle donne, riferendosi all’accusa di stupri sistematici contenuta nel rapporto, Yemane dice che è un’offesa per la popolazione. “Lo stupro, crimine in Eritrea molto raro” continua “è ripugnante per la società e severamente punito dalla legge”. “l’Eritrea, aggiunge “è un paese dove le donne camminano per strada in qualsiasi momento del giorno e della notte senza timore di aggressioni fisiche o sessuali”.
“La parità di genere ottenuta dalle donne è” spiega Yemane, “il risultato del loro ruolo nella lotta per la libertà e la costruzione della nazione”.

Al termine della manifestazione di piazza, dalla 32ma sessione del Consiglio dei Diritti Umani arriva la notizia che Gibuti e Somalia, paesi in conflitto con l’Eritrea e fortemente legati all’Etiopia, hanno presentato una proposta di risoluzione contro l’Eritrea, accogliendo le accuse della Commissione d’Inchiesta.

In un comunicato la Missione Permanente dell’Eritrea presso l’ONU chiede agli stati che fanno parte dell’Unione Africana (AU) e del NAM, Movimento di Stati non Allineati, di respingere questa bozza, ricordando la decisione del Sedicesimo Summit NAM in cui si dichiara inammissibile che uno stato africano sia processato dalla Corte Penale Internazionale (ICC, International Criminal Court) senza l’approvazione dell’Assemblea dell’Unione Africana.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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