Eritrea, chiusura della Scuola Italiana di Asmara

Per il momento la Scuola Italiana di Asmara, in Eritrea è chiusa e l’anno scolastico non comincia.

Foto di Michele Pignataro per EritreaLive, Asmara, scuola italiana ricreazione nel cortile

Ma andiamo con ordine. Per capirne la vicenda è necessario conoscere, a grandi linee, la storia della scuola. È il 1902 quando l’Italia che ha fondato nel 1890 la colonia d’Eritrea, apre la prima scuola. Dopo quasi 100 anni l’istituto comprensivo di Asmara, che va dalla materna alle superiori, resta il più grande istituto italiano all’estero. Un’istituzione scolastica, con più di mille allievi, che dovrebbe essere un punto di riferimento culturale per mantenere e rinsaldare i legami tra Eritrea ed Italia.

La Scuola Italiana di Asmara diventa, infatti, nel tempo, un “ponte” tra i due paesi, espressione anche della diplomazia e della politica estera italiana.

Mettiamo però in chiaro un punto. Come si legge  nel capitolo dedicato al governatore Ferdinando Martini nel bel libro sulla “Storia della Scuola Italiana in Eritrea”, curato da Gian Paolo Carini, che  ad Asmara è stato preside fino al 2012, le scuole in Eritrea nascono per i bianchi. Sono i figli degli italiani e degli europei presenti nella colonia che vanno in quelle scuole, non gli eritrei.

Per loro i coloni pensano sia sufficiente imparare, in quattro anni, a parlare italiano, per poi dedicarsi alle competenze pratiche e con  “arti e mestieri” lavorare nelle botteghe  e nelle officine.

Va anche detto, a discolpa italiana, che negli anni in cui Martini si occupa di scuola in Eritrea, in Italia la Legge Coppino  stabilisce l’obbligatorietà della scuola in un “corso di due anni”, sufficiente per apprendere l’alfabeto.

Quindi, quando l’ex ministro dell’Istruzione Pubblica, Ferdinando Martini sbarca a Massawa, il 14 gennaio 1898, sa bene che i fondi che avrà a disposizione per la scuola come primo governatore civile in Eritrea, saranno pochi e risicati.

Interessante la nota nel suo Diario Eritreo, “visita alle scuole. Non ne parliamo. Quella miscela di bianchi e neri nella scuola non va. Secondo me i neri sono più pronti di noi e la superiorità del bianco, su cui si fonda ogni regime coloniale, nelle scuole è smentita”.

Nel periodo liberale, comunque, accanto alle classi per bianchi ci sono quelle per nativi, con libri e programmi diversi. Mentre, con l’avvento del fascismo, si separano anche gli edifici. Scuole per bianchi da un lato, per nativi e per meticci dall’altro.

Comunque, pur con questi limiti che vanno tenuti ben a mente, nell’anno scolastico 1927-1928 in Eritrea, su 300.000 persone gli studenti sono 3.656, 614 italiani, 2.928 eritrei, 114 di altre nazionalità.

La storia della Scuola Italiana non si interrompe neppure dopo la sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale.

Sotto l’imperatore Heilè Selassiè la condizione delle scuole italiane di Asmara resta sostanzialmente invariata. In quegli anni sono ancora molti gli italiani e gli europei che, vivendo e lavorando in Eritrea, mandano i figli alla scuola italiana.

Il drastico cambiamento arriva dopo la deposizione dell’imperatore, con il Derg. Siamo nel 1974 il governo del colonnello etiopico Menghistu non è interessato alle scuole, men che meno a quelle italiane.

Vuole  anzi allentare i rapporti tra Italia ed Eritrea, perciò negli anni Settanta, oltre a chiudere tutte le scuole italiane ne nazionalizza gli edifici.

Il 17 ottobre 1982 l’Italia firma ad Addis Abeba “l’accordo Palleschi”, dal nome dell’allora Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri. Con questo accordo, tra le altre cose, il governo italiano cede al governo militare etiopico la quasi totalità delle strutture scolastiche italiane in Eritrea.

Negli anni di dominazione del Derg la situazione ad Asmara è talmente critica che la scuola italiana funziona a fasi alterne, fino a riprendere dopo l’indipendenza, nell’anno scolastico 1992-1993.

In seguito, tra Italia ed Eritrea, si sottoscrivono diversi trattati di amicizia e cooperazione, dichiarazioni, e accordi per una gestione ottimale e congiunta delle scuole italiane di Asmara.

Fino ad arrivare all’ultimo, stilato nel 2012, che stabilisce, ancora una volta, norme, limiti e obiettivi per il buon funzionamento, delle scuole italiane, ora frequentate per la quasi totalità da ragazzi eritrei.

Un punto di quest’accordo, come di quello precedente stabilisce la costituzione di un Comitato Tecnico Congiunto, che però non si formerà mai, quasi a disattendere la premessa stabilita di lavoro comune.

Inoltre un articolo nell’Accordo 2012 ne stabilisce la durata quinquennale e il suo rinnovo di anno in anno, a meno che una delle due parti non decida diversamente, con un preavviso di sei mesi all’altra parte.

Che è quanto ha fatto a marzo 2020 l’Eritrea che ha comunicato all’Italia l’interruzione di tale Accordo.

Ripercorriamo gli avvenimenti che si intrecciano alla pandemia, per capire come mai l’Eritrea prende questa decisione.

Il 7 marzo in Italia il governo Conte è obbligato a chiudere il Paese per fronteggiare il coronavirus.

Il 28 febbraio, l’Eritrea per lo stesso pericolo aveva messo sul sito italiano “Viaggiare Sicuri” l’avviso di aver adottato misure preventive. Per questo motivo gli stranieri, italiani compresi, che arrivavano da paesi a rischio, sarebbero stati posti 14 giorni in quarantena presso una struttura ospedaliera pubblica alla periferia della capitale.

In quegli stessi giorni molti insegnanti della scuola italiana sono in Italia per “vacanze infraquadrimestrali”. Perciò sul loro rientro ad Asmara incombe la quarantena. Alcuni interpellano la Farnesina che consiglia di restare in Italia, allungando a proprie spese il congedo per ferie. Altri sentono l’Ambasciata d’Eritrea a Roma che conferma la quarantena ad Asmara.

Qualcuno resta, in sei, con la preside, partono. Atterrati ad Asmara,  dall’aeroporto sono portati presso la struttura ospedaliera stabilita per la quarantena.

Il 2 marzo i giornali italiani di solito restii a interessarsi di Eritrea, figuriamoci di scuola italiana in Eritrea, titolano: “Coronavirus, docenti italiani bloccati in aeroporto”.

“Costretti alla quarantena”, si legge. Ma come? Non era scritto sul sito del MAE? Non erano stati avvisati?

A parlare con i giornali è Rossana Di Bianco, rappresentate della Uil Scuola per l’Africa.

Tutti gli articoli riportano le sue precise parole. “Struttura fatiscente”, quella dell’ospedale. “Camere a tre letti e un solo bagno con acqua razionata in una situazione di promiscuità con cittadini provenienti da altri Paesi”. Magari addirittura con eritrei, vien fatto di pensare.

La rappresentante sindacale chiede l’intervento del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, perché “le disposizioni sulla quarantena non abbiano impatto sulla dignità e sui diritti fondamentali dei nostri connazionali”.

Parole forti cui si accompagna la richiesta che l’Ambasciata italiana ad Asmara proponga al governo eritreo, per gli insegnanti, una soluzione domiciliare.

Rossana Di Bianco conosce bene Asmara e l’Eritrea. Insegnava educazione fisica presso la Scuola Media e ha vissuto a lungo nella capitale con la famiglia. Di lei un collega dice che “è una sindacalista che si sente sempre in missione”. E stavolta la sua missione contro la quarantena eritrea, per i diritti offesi dei colleghi, la conduce dall’Italia, con il sostegno di Italia Viva.

Sul trattamento riservato ai docenti italiani, fonti italiane ed eritree in loco concordano nel dire che sono stati trattati con i guanti  bianchi e anche coccolati. Il cibo per loro arriva da fuori e si garantisce che non manchi l’acqua.

Il 3 marzo, con una nota diffusa da Askanews, i docenti mettono una pezza, che forse, è peggio del buco, a quanto dichiarato dalla loro  collega. Parlano, riferendosi alla quarantena, di “camere sufficientemente pulite, ma servizi igienici carenti come un po’ diffusamente in città”. Però, aggiungono non mancano acqua, luce e tanta cortesia. Infine ringraziano le istituzioni italiane ed eritree che hanno cercato di rendere la loro “permanenza più confortevole possibile”. Sembra quindi che la “dignità” sia salva.

Sulla questione scatenata per la quarantena un insegnante della scuola di Asmara, che chiede l’anonimato perché la sua è una voce fuori dal coro, dice: “tutti quegli articoli e la tv sulla quarantena…Se fosse successo altrove non avrebbero detto niente. Ma in Eritrea si deve dar contro al governo. Pensando che piccona e piccona, magari si sgretola…”.

Il 15 marzo, terminata la quarantena, gli insegnanti italiani tornano a scuola, ma non per molto.

Il 19 marzo infatti l’Ambasciata italiana di Asmara comunica al Ministero degli Affari Esteri eritreo, la decisione di chiudere la scuola. Misura anticovid.

In Eritrea, che a oggi ha poco più di 300 casi, a quella data di fatto non ne aveva ancora. Comunque, diplomazia e logica avrebbero voluto che l’ambasciata o la preside, prima di chiudere la scuola, avessero parlato con il Ministero dell’Educazione, per sapere come avrebbero agito per le scuole eritree.

Le scuole eritree chiuderanno il 27 marzo.

Nella comunicazione inviata dall’Ambasciata Italiana al Ministero degli Affari Esteri, si fa riferimento  al pericolo Covid-19 nella regione, citando Etiopia, Sudan e Somalia, vediamo cosa succede in Etiopia.

In effetti la Scuola Italiana di Addis Abeba chiude il 15 marzo. Però in quel caso la decisione è presa, come spiega un insegnante, dopo una riunione con l’ambasciatore italiano e a seguito della chiusura delle scuole statali.

La stessa persona aggiunge che invece “in Eritrea hanno scavalcato il governo” perché “hanno agito di testa loro. Senza capire che se  sei su un suolo straniero e lavori dove tutto è eritreo, anche gli immobili scolastici, tutto si può revocare”.

Il 25 marzo, infatti, arriva dall’ufficio del Presidente una risposta secca indirizzata alla preside, Vilma Candolini. Poiché l’Italia ha preso unilateralmente la decisione di chiudere la scuola, il governo eritreo comunica la fine dell’Accordo Tecnico e la revoca della licenza per operare nel Paese.

A giugno, prima della fine dell’anno scolastico interrotto, come nel resto del mondo dal coronavirus, a Roma ci sono incontri tra l’ambasciatore d’Eritrea Fesshazion Petros e la vice ministra agli Affari Esteri, Marina Sereni. Per il momento però tra interpellanze parlamentari, incontri e  una lettera inviate dal premier Giuseppe Conte al presidente Isaias Afwerki, la situazione della scuola italiana è in stallo.

Il 3 luglio alla Preside è chiesto di consegnare le chiavi della scuola e l’inventario dei beni.

Sempre a luglio tutti gli studenti sostengono l’esame di maturità, prima del rimpatrio definitivo degli insegnanti italiani.

Il 1 settembre la vice ministra agli Esteri Marina Sereni dichiara all’agenzia Askanews che per la scuola italiana si è stabilito un “decreto cautelare di chiusura temporanea dell’attività”.

Sarà questa la fine della centenaria scuola italiana, almeno nella forma che ha avuto finora?

Vorrei aggiungerei un’ultima  considerazione ripresa da alcuni studiosi, non solo italiani, e che condivido.

Se il sistema scolastico italiano in Eritrea, fino al 1941, aveva creato sudditi, dopo quella data però sulla scena politica eritrea si muovono cittadini che conoscono le regole del dialogo con le istituzioni e che hanno chiari i propri obiettivi.

Ciò a dire che, persino la scuola coloniale, magari a sua insaputa, era riuscita a far bene, ad avere un ruolo positivo per il Paese.

Oggi a maggior ragione la scuola italiana di Asmara, per continuare a vivere, dovrebbe lavorare insieme all’Eritrea per far raggiungere ai giovani gli obiettivi futuri di sviluppo posti dal Paese.

Del resto questa era la condizione stabilita dall’articolo 2 dell’Accordo precedente a quello del 2012.

Tale articolo stabilisce la necessità che Italia e Eritrea integrino i rispettivi curricula educativi “in linea con l’obiettivo di assicurare alle Scuole Italiane di Asmara la natura di istituzioni multiculturali e plurilinguistiche, nonché di venire incontro alle esigenze della società eritrea e del suo sistema educativo”.

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