Unione Nazionale Donne Eritree festeggia 40 anni

L’UNIONE NAZIONALE DONNE ERITREE (NUEW) FESTEGGIA 40 ANNI IN ITALIA.
Unione Nazionale Donne Eritree festeggiano a Bellaria i 40 anni, ©Stefano Pettini
L’Unione Nazionale Donne Eritree (NUEW), nata nel 1979, festeggia i suoi primi 40 anni in Italia, a Bellaria.
Bellaria, una Bologna sul mare, è la meta scelta dalle donne eritree per ricordare gli anni in cui la città di Bologna accoglieva e sosteneva la lotta eritrea per l’indipendenza (1961-1991).
In una bella giornata di metà settembre sono arrivate in tante a Bellaria. Più di duemila donne provenienti da tutta Europa. Donne felici di festeggiare un anniversario importante. Di ritrovarsi per ripercorrere la storia e ricordare il proprio ruolo negli anni della lotta.

Ad accoglierle l’ambasciatore eritreo in Italia, Fessahzion Petros, insieme ad altri diplomatici che oggi rappresentano l’Eritrea nel mondo.
Apre i lavori Tekha Tesfamichael, presidente dell’Unione Nazionale Donne Eritree,(NUEW). Accanto a lei Nighisti Zeggai, rappresentante della sezione Europa, Anna Cometti, per la città di Bologna e Rahel Seium per le giovani generazioni.
“Bologna è una bella città italiana molto lontana dall’Eritrea, tuttavia strettamente legata ad essa e alla lotta del suo popolo in esilio”. Così diceva negli anni Settanta il sindaco di Bologna, Renzo Imbeni, riferendosi ai congressi eritrei in città.
Dal 1974 al 1991, infatti, la diaspora eritrea, tutte le estati, per una settimana, arrivava a Bologna. Giornate importanti, per riabbracciarsi e per incontrare chi, uscito da poco, portava notizie dalle zone libere dell’Eritrea.
Dopo la morte dell’imperatore Heilè Selassie nel 1975 la situazione in Eritrea peggiora. Molti fuggono all’estero per scappare dalla violenza del Derg di Menghistu Heile Mariam che prende il potere nel 1977. Fuggono senza però rinunciare alla lotta. All’estero la diaspora eritrea si organizza per sostenere il Fronte che combatte all’interno del paese.
E Bologna, come scrive l’Espresso, diventa “la capitale eritrea”. Lì si svolgono gli annuali congressi. Arrivano le notizie, si organizzano le strategie per sostenere la resistenza.
L’Hamade cioè l’Unione Nazionale delle Donne Eritree, nasce nelle zone liberate del Paese,nel 1979. In quegli anni tra i combattenti che lottano per l’indipendenza vi sono moltissime donne, circa il trenta per cento.
Donne che combattono accanto agli uomini, sia in patria, sul campo, sia dall’estero, organizzando l’aiuto.
E ben presto il loro obiettivo, oltre all’indipendenza, è il raggiungimento della parità. Così l’Unione Nazionale Donne Eritree darà un forte scossone alla società patriarcale.
Il destino della donna d’ora in avanti, dicono, non sarà più quello subordinato di figlia, sposa e madre, con una completa dipendenza dalla famiglia e dal marito.
A Bellaria, per festeggiare i 40 anni dell’Unione Nazionale Donne Eritree, arrivano molte di queste combattenti, donne che hanno saputo cambiare regole antiche e ingiuste.
Sono qui con figlie e nipoti, indossando con orgoglio abiti tradizionali, perché anche nella tradizione ci sono cose belle.
“Siamo contente” dice Nighisti “di essere in tante e che tra noi ci siano Kudisan Tesfamariam, Merhet Hapte, Demekesh Tesfazghi, fondatrici storiche della nostra Hamade”.
Donne fortissime, abituate a lottare, che però chiamate sul palco per un riconoscimento, si commuovono per l’ondata di affetto delle compagne in sala. La loro storia è simile a quella di molte.
“Quando sono scappate dall’Eritrea non sapevano né leggere né scrivere. Così, arrivate in Europa, la loro angoscia è di non poter ricevere né dare notizie ai parenti. Perciò la domenica portano le lettere a qualche connazionale istruito, per farsele leggere e poter rispondere”, spiega Nighisti.
Oltre a ricevere quest’aiuto, molte di loro partecipano ai corsi di alfabetizzazione e, anche in questo caso, vincono un’importante battaglia.
“In sala con noi”, continua Nighisti “c’era anche chi era, a quel tempo, un giovane insegnante, come Petros Tsegai, ora ambasciatore in Russia”.
“È la lotta per l’indipendenza che porta le donne eritree a conquistare la parità”, dice Nighisti, che aggiunge “fin dall’inizio della lotta il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo, (Fple), si accorge della forza delle donne che combattono con determinazione, come gli uomini, più di loro”.
Senza le donne l’Eritrea non avrebbe raggiunto l’indipendenza.
“Si” dice Nighisti “questa è una frase del presidente Isaias Afwerki che ha molto rispetto per le donne, come del resto tutti gli uomini eritrei”.
“Vorrei spiegarlo con un esempio” aggiunge. “Dal 1991 ad oggi, tutti gli anni, poco prima di Natale, in Eritrea si fa una festa per le donne che hanno aiutato il paese dall’Italia, prima dell’indipendenza. È una festa molto bella e sempre commovente. Il Presidente e i ministri mangiano con le donne, proprio perché il loro aiuto non dovrà mai essere dimenticato”.
L’ultimo congresso eritreo a Bologna è nel 1991.
Da quella data in poi gli obiettivi dell’Unione Nazionale Donne Eritree cambiano, ma il lavoro prosegue incessante.
Tra i risultati dell’Hamade c’è il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio (MDG’s) sulla salute di donne e bambini. Traguardi raggiunti grazie alla diffusione delle vaccinazioni infantili, alla drastica riduzione della mortalità neonatale e a gravidanze e parti più sicuri.
“Gli Obiettivi del Millennio erano i nostri fin dalla lotta per l’indipendenza, dice Tekha Tesfamichael (NUEW) che spiega che “sono state condotte campagne capillari per coinvolgere ogni più piccolo villaggio del Paese”.
Inoltre nel 2007 l’Eritrea emana una legge per vietare le mutilazioni genitali femminili (FGM).
Anche per vincere questa battaglia l’Unione Nazionale Donne Eritree coinvolge villaggi e famiglie, con campagne casa per casa. Senza dimenticare, prima di applicare le sanzioni previste dalla legge, di spiegare alle donne che le praticavano, la pericolosità delle mutilazioni, offrendo inoltre un’alternativa di lavoro. Oggi circa 350 mila donne eritree partecipano all’Unione Nazionale Donne.
“Anche la branchia europea dell’Unione” dice Nighisti. “ha fatto molto in questi anni. Prima del 1991 l’aiuto della diaspora era destinato al Fronte. In seguito ci siamo impegnate nel sostegno delle donne che studiano e per dar loro una formazione”.
“A livello scolastico” dice Tekha Tesfamichael “la componente femminile è molto presente. Questo è il risultato dell’aumento del numero di scuole. Un tempo c’era solo l’Università di Asmara, oppure Addis Abeba. Oggi ci sono college specializzati in molti campi. Le donne partecipano in tutti i settori. Lavorano come gli uomini. Il matrimonio ora è una scelta, non più un obbligo. Un altro passo avanti è che le donne oggi ereditano la terra che un tempo potevano avere solo i maschi”.
Prima dell’indipendenza in Eritrea c’erano 471 scuole frequentate da 220 mila ragazzi e una sola Università. Ora ci sono 1.540 scuole per 860 mila studenti (su 4 milioni di abitanti) e 7 college nei diversi capoluoghi.
La metà degli studenti, fino all’Università, è femmina e la scuola è gratuita per tutti.
“Con l’indipendenza le donne eritree ottengono l’uguaglianza” dice Nighisti. “Adesso però” continua, “devono avere un lavoro. All’inizio l’Hamade ha aiutato le donne nelle campagne. Dovevano avere un’asina per il trasporto dell’acqua e il lavoro nei campi e altri animali da fattoria per avere uova, latte, burro. Ora invece sosteniamo la formazione delle donne, con la creazione di centri e scuole. L’Italia, per esempio, ha costruito il centro di Keren. La Germania quello di Barentu, l’Inghilterra di Mendefera, la Svizzera di Tessenei e così via”. A Keren, per aiutare le donne che seguono corsi di tessitura, cucito e computer, l’Unione Nazionale Donne Eritree ha deciso di aprire anche un nido all’interno della scuola.
“L’Unione Nazionale Donne Eritree è presente in tutti i villaggi, anche nei più piccoli, dove non arrivano le macchine. Vogliamo che ogni donna, in ogni angolo del paese, abbia accesso ai propri diritti. In alcuni casi per farlo bisogna prima costruire la strada o almeno un sentiero”.  L’Unione non è solo un fiore all’occhiello ma, spiega Nighisti, svolge compiti concreti, soprattutto di welfare.
In Italia l’Hamade sta creando gruppi dove tra donne si condividono competenze e capacità, aiutando gratuitamente chi ha bisogno di assistenza. Al momento l’Unione Nazionale Donne Eritree è presente in Europa in nove paesi, Italia, Inghilterra, Olanda, Francia, Svizzera, Germania, Norvegia, Svezia e Danimarca. Tra poco entrerà a a farne parte anche il Belgio.
Le giovani donne eritree partecipano all’Unione Nazionale Donne?
“All’inizio” spiega NIghisti, “erano solo le combattenti a farne parte. Ora invece partecipano anche le ragazze. Molte giovani sono arrivate a Bellaria. In effetti l’Hamade ha cambiato modo di porsi. Per esempio per i congressi eravamo abituate a uno stile molto spartano. Si dormiva in tenda, si mangiava quello che ciascuna portava da casa. Ora i tempi sono cambiati. Quest’anno ci siamo riunite in un centro congressi e abbiamo dormito in albergo. L’Unione Nazionale Donne Eritree non è più solo lotta e sofferenza. Le giovani donne, che non hanno vissuto situazioni estreme hanno apprezzato il cambiamento”. “Non è stata una scelta scontata” continua Neghisti, “ma tutto cambia. Un tempo per ritrovarci dovevamo fare chilometri, oggi ci parliamo via skype…”.
In Eritrea dal 2018 c’è la pace con l’Etiopia. Tuttavia il servizio militare, anche per le donne, non è stato abolito…
“Sì, è vero. La pace è un bel cambiamento” dice Nighisti che aggiunge “però non possiamo ignorare l’ostilità del Tigray, la zona dell’altopiano che confina con l’Eritrea. La pace tra Eritrea ed Etiopia c’è ma se la regione del Tigray crea problemi all’interno del proprio paese, noi non possiamo far finta di niente. Per questo motivo l’Eritrea non può ancora rinunciare al servizio militare cui, da sempre, partecipano le donne. Nessuno nel nostro paese dimentica i sacrifici delle persone morte. Ventimila solo nell’ultimo conflitto (ndr,1998-2000)”.
Al termine del percorso di studi, prima del lavoro o del college, tutti i giovani eritrei passano un anno a Sawa, che è anche un centro di addestramento.  I rapporti internazionali accusano l’Eritrea di permettere che, sia nel campo di Sawa, sia nei campi militari, le giovani eritree subiscano sistematiche violenze, anche sessuali…
“Sono affermazioni e accuse assurde”, dice Nighisti “l’obiettivo di queste denunce false è l’instabilità. Vogliono un’Eritrea divisa. Quello che dicono non è assolutamente vero. Certo, che capiti un caso non si può escludere. L’Eritrea è come il resto del mondo. Ma la violenza non è la norma e certamente chi se ne macchia non la passa liscia. L’Occidente crede a queste infamanti accuse perché non conosce la cultura e la storia eritrea. Noi abbiamo un’educazione contraria alla violenza. E quella contro le donne è inammissibile. Chi la pratica non solo è punito severamente ma è anche emarginato dalla famiglia e dalla società. E ricordiamo che l’Eritrea è un paese piccolo dove tutti si conoscono e le notizie corrono…”.
“Bologna è una donna emiliana”, canta Francesco Guccini. Ed è forse questo il motivo per cui il legame tra Bologna e le donne eritree non si è mai spezzato,  festeggiando a Bellaria i suoi primi 40 anni.
Marilena Dolce @EritreaLive

 

 

4 Commenti

  1. Kesete Solomon

    Volevo ringraziarti per il tuo continuo impegno cosi dolce verso l’Eritrea e il suo popolo.
    Grazie

  2. Enrico Sebastiani

    Bel convegno dell’associazione donne dell’eritrea. Una bella testimonianza dell’evento e della storia dell’eritreaGrazie gent.ma Dr.ssa Marilena Dolce.

  3. Grazie delle informazioni che ci dà, carissima Dr.ssa Dolce. I suoi articoli sono, obbiettivamente molto utili specialmente per chi come tanti di noi, non possono avere informazioni approfondite e autentiche.

  4. Cara Marilelena una voce fuori dal coro, testimone della verita’ senza se senza ma, grazie di esistere. Tu con la tua penna e Stefano con la sua macchina fotografica siete piu’ Eritrei di tutti noi. Che non avete mai messo in dubbio la verita’ e la giustizia per il nostro amato paese, quando quasi tutti e giornalisti embedded ci giudicavano e ci condannavano. Grazie di questo bell’articolo.

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