L’Eritrea nel cuore, lettere sull’Africa

Asmara, la centralissima Harnet Avenue, un tempo Viale Mussolini, costruita nel 1925

L’ERITREA NEL CUORE, LETTERE SULL’AFRICA di AVVENIRE

L’Eritrea nel cuore, lettere sull’Africa di Avvenire, scritte da chi legge EritreaLive. Per un dialogo a distanza con i reportage usciti in questi giorni.

Pubblichiamo due lettere. Una scritta da un eritreo che vive in Italia. L’altra da un italiano che ha vissuto circa 10 anni in Eritrea e che, regolarmente, vi ritorna.

Persone con l’Eritrea nel cuore, seppur in modo e per motivi diversi.

Gian Paolo Carini, preside dal 2003 al 2012 della Scuola Italiana di Asmara, la più grande all’estero scrive:

“La nuova stagione, con la fine delle sanzioni e, soprattutto, una diversa relazione con l’Etiopia (ndr, la pace del 9 luglio) è un’opportunità e una speranza per coloro che vivono in Eritrea e per tutti quelli che quel paese conoscono.

Asmara non è una capitale fantasma, è una città in puro stile razionalista che ha conservato le proprie strutture grazie all’attenzione possibile, date le risorse, della gente e delle sue istituzioni. Certamente il clima è un dato positivo ma non basta.

La scuola statale italiana ha svolto sempre il suo compito. Per me è stata una soddisfazione vedere la visita della vice ministra agli Esteri, Emanuela Del Re.

La lingua italiana, peraltro, si è mantenuta ed è parlata da molti funzionari eritrei. Grazie proprio alla scuola italiana, intesa come sistema. Tante sono però le scuole che nel tempo hanno formato la popolazione in città come nei piccoli centri. Nel merito ci sono ricerche e anche il mio libro, Storia della scuola italiana in Eritrea, (editore Giorgio Pozzi) scritto con Roberto La Cordara,  è una di queste.

Ancora, il sistema scolastico del paese è stato curato, come quello sanitario, quest’ultimo grazie anche a progetti di cooperazione con ospedali italiani, come testimoniato da indagini internazionali.

L’esperienza Za.Er (ndr, industria tessile Zambaiti-Eritrea ex Barattolo) citata nell’articolo, va chiarito, non è un’esperienza di cooperazione ma un’impresa.

Circa L’Eritrea e le diverse fedi, chiesa cattolica, copta, moschea e sinagoga coesistono nella stessa area e si rispettano. La Chiesa Cattolica è stata ed è, con i suoi uomini e le sue donne, operosa in luoghi di servizio.

Quanto ai dati demografici essi riflettono problemi e difficoltà ma anche la ricerca umana di condizioni più vantaggiose.  Porto con me le immagini di tanti ragazzi partiti ma anche rientrati, anche solo per le ferie”.

Con l’Eritrea nel cuore, ferito dalle parole del reportage di Avvenire, ci invia una lunga lettera Daniel Wedi Korbaria, scrittore eritreo che ha pubblicato molti articoli in italiano poi tradotti in inglese, francese, tedesco, norvegese. Vive da tempo in Italia.  

Della sua lettera, per motivi di spazio, pubblichiamo un breve stralcio.

L’Avvenire ritorna a “colpire al cuore” l’Eritrea. A cosa dobbiamo la visita del suo inviato? Che ci è andato a fare in Eritrea? Cosa voleva raccontare oltre a quanto già raccontato in questi anni? Nella guerra tra Eritrea ed Etiopia (ndr 1998-2000) invece della neutralità ha scelto il più grosso, denigrando tutto ciò che era eritreo. Un lavoro meticoloso. In data 12 dicembre, cercandola sul sito del giornale la parola “Eritrea” la si trova 9.780 volte, contro 1.400 “Etiopia”, 111 volte Isaias Afwerki, (ndr presidente dell’Eritrea), contro 4 per Meles Zenawi (presidente Etiopia morto nel 2012), 143 volte “Corea del Nord africana”, come è definita l’Eritrea e 453 “dittatura”.

Fin qui i numeri, che non dicono tutto.

Poi ci sono i titoli. “Il collasso dell’Eritrea”, “Paese senza speranza”, “Stato-caserma”, “Stato più impenetrabile d’Africa”, “Regime paranoico, Il più repressivo al mondo dopo la Corea del Nord”, “Un regime autocratico e iper nazionalista”, “La soffocante cultura della paura”, “Tiranno Isaias”, “Espulsi missionari e Ong perché occidentali”, “Fabbrica di profughi” “L’esodo che porta ogni giorno almeno cinquemila eritrei in Etiopia”.

Ora, finalmente per l’inviato è arrivato il momento del viaggio in Eritrea. Embedded alla missione Farnesina, il giornale, primo quotidiano italiano, è riuscito a entrare in Eritrea. Così si legge nell’articolo. In realtà molti giornalisti, anche italiani, ci sono stati in questi anni. Senza nessuna missione alle spalle. E tutti tornati a casa sani e salvi. Certo non perché in Eritrea non si sappia leggere l’italiano…

Fosse per me, però, caro inviato, il visto per entrare all’Asmara, come la chiami tu, non te l’avrei dato. Per me sei persona non grata per la tua violenza. Ovviamente verbale. Ma come ben si sa, ne uccide più la lingua che la spada. E posso garantire che molti eritrei in Italia hanno sofferto per le tue parole, per non aver mai potuto rispondere alle inchieste fatte dalla scrivania. Mentre loro del proprio paese conoscono luoghi, persone, problemi e speranze”.

L’Eritrea ha una storia interessante e difficile. Colonialismo, post colonialismo, decolonizzazione mancata. Lotta per la liberazione, fronti interni diversi e divisi. Indipendenza.

Tutti momenti che hanno lasciato tracce che vanno seguite, per immaginare il futuro. Se ignorate si vendicano, facendo diventare la storia, un banale “viaggio nel tempo”, privo di riferimenti.

Anche passeggiando per le vie di Asmara, nelle insegne delle strade, si incontra la storia. La centralissima Harnet Avenue con un nome che significa “libertà”, arteria costruita nel 1925, prima era Viale Mussolini, in onore del duce. Non Corso Vittorio Emanuele, come scrive Avvenire. Un piccolo tassello di storia che si può correggere con facilità.

 

 

 

Comments

  • Valerio
    Dicembre 19, 2018

    Molto condivisibile la lettera di Daniel.
    Quanti ignoranti (nel senso di non conoscere) hanno parlato dell’Eritrea dicendo solo castronerie.

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