Eritrea, uno Stato laico che permette libertà religiosa

Eritrea, uno Stato laico che permette la libertà religiosa. Questa, citando la legge relativa è la risposta eritrea all’accusa di aver chiuso le strutture sanitarie cattoliche.

Asmara, Ospedale Orotta. In Eritrea ci sono 350 tra ospedali e strutture sanitarie.
L’Eritrea è uno Stato laico che permette la libertà religiosa. Tutte le confessioni possono esercitare liberamente il proprio credo come stabilito dalla legge 73 del 15 luglio 1995.
Così scrive l’Ambasciata d’Eritrea in Italia in una nota diffusa per rispondere alle polemiche sulla chiusura delle strutture sanitarie cattoliche.
Il 13 giugno i vescovi eritrei hanno scritto una lettera alla ministra della sanità Amina Nurhussein.
Nella lettera chiedono che il loro “obbligo di fornire supporto materiale e spirituale” possa continuare. Parole che si riferiscono agli accadimenti del giorno precedente. Infatti per l’emanazione di una direttiva governativa i funzionari del ministero hanno chiuso diverse strutture cattoliche che fornivano assistenza sanitaria.
In seguito, il 15 giugno, la notizia della chiusura è ripresa e diramata dall’Agenzia Fides, organo d’informazione delle Pontificie opere missionarie. In essa si legge che “Il governo dell’Eritrea ha ordinato alla Chiesa cattolica di consegnare allo Stato tutti i centri sanitari gestiti dalla Chiesa”.  L’Agrnzia spiega che  funzionari governativi sono andati nelle strutture cattoliche. Il loro compito era far firmare agli amministratori un documento per il passaggio di proprietà. Dal momento che gli amministratori si sono rifiutati, i funzionari hanno chiuso le strutture.
Una decisione interpretata come atto di intimidazione contro la Chiesa Cattolica e contro la libertà di culto. Una “ritorsione” si scrive, “del regime nei confronti della Chiesa che chiede riconciliazione nazionale e giustizia sociale”.
“Sembra di essere tornati al 1982 quando il regime del terrore di Menghistu Hailemariam confiscava molti beni della Chiesa cattolica, compresi conventi, scuole, centri medici, con l’uso della forza bruta”. Così dichiara agli organi di stampa padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo, presidente dell’Agenzia Habeshia
Negli anni del Derg, la giunta etiopica che ha deposto nel 1974 l’ imperatore Heilè Selassiè,  tutto è nazionalizzato.  Non solo i beni della Chiesa cattolica, anche quelli dello Stato Italiano.  Per esempio le scuole, cedute ad Addis Abeba con l’accordo Palleschi, nel 1982.
Una scelta che non coinvolge l’Eritrea di oggi, diventata indipendente nel 1991.
In molti temono, però, che la temporanea chiusura delle strutture cattoliche possa avere ripercussioni gravissime sul paese che si dice rimasto privo di ospedali.
Della situazione sanitaria in Eritrea parla Yordanos, giovane donna eritrea che ha lavorato ad Asmara per UNFPA, United Nations Population Fund. “L’Eritrea”, spiega “è uno dei pochi paesi in Africa ad aver raggiunto molti obiettivi del Millennio, (ndr, il secondo, il quarto il quinto e il sesto). Quelli sulla salute e sull’educazione.
Tutto fatto senza spendere molti soldi, senza grandi investimenti, con la volontà di agire. In questo modo abbiamo fermato la diffusione dell’HIV e combattuto la malaria.  Per diminuire la mortalità infantile invece sono sorti un po’ ovunque piccole strutture sanitarie. Il loro scopo è la prevenzione e la somministrazione di vaccini”.
“In Eritrea” spiega in un’intervista ad Asmara Amina Nurhussien, ministro della Sanità “ci sono 350 tra ospedali e presìdi sanitari decentrati. Vogliamo arrivare a tutti, anche a chi vive più distante dalle città”. “Nel 2004” aggiunge “c’erano 215 medici, oggi ce ne sono più di 10.000 e ogni anno se ne laureano molti nei sei corsi di specializzazione, (ndr all’Orotta School of Medicine).
“Durante la lotta per l’indipendenza (ndr 1961-1991) avevamo un solo medico che si occupava di bambini” dice il Ministro. “Ora, fortunatamente, non è più così”, conclude.
Sulla questione della chiusura dei centri medici cattolici, è arrivata venerdì scorso una risposta dell’Ambasciata d’Eritrea in Italia.
Nel comunicato si spiega che, “contrariamente a quanto riportato da alcuni organi di stampa, l’Eritrea permette a tutte le confessioni di esercitare liberamente il proprio credo, nel rispetto della legge 73 del 15 luglio 1995 che articola giuridicamente istituzioni e attività religiose e i loro rapporti con lo Stato eritreo”.
Quanto all’assistenza sanitaria, il comunicato precisa che il governo eritreo “sovvenziona servizi in tutto il paese”, mentre “le strutture cattoliche chiuse nei giorni scorsi non sono ospedali bensì piccoli ambulatori”.  “Inoltre”, precisa la nota, “non si tratta di chiusura, bensì di passaggio di gestione, secondo quanto sancito dalla legge 73/1995”.
Una legge che definisce l’Eritrea uno Stato laico.
Questo perché il paese è sorto nel rispetto della la multi etnicità e delle diverse religioni che lo compongono. La laicità è, quindi, la condizione essenziale perchè nel paese vi sia una coesistenza pacifica e armoniosa fra le diverse anime della società.
Ricordiamo che in Eritrea la gente appartiene a nove diverse etnie. Circa 4 milioni di persone che, in un territorio più piccolo di quello italiano, abitano aree molte diverse per cultura e  tradizioni. Dall’altopiano, con capitale Asmara, dove la maggioranza è cristiana, scendendo fino alla costa dove invece la maggioranza è musulmana.
Tuttavia, sulla base della separazione tra “Stato, come sistema politico” e “confessioni e istituzioni, come enti religiosi e morali”, la società eritrea ha permesso non solo la convivenza di cristiani e musulmani, ma  anche di altre confessioni praticate da gruppi più piccoli.
I rapporti tra istituzioni e confessioni religiose, regolati dalla legge 73/1995, garantiscono “libertà religiosa e di coscienza a ciascun individuo”, stabilendo che lo Stato non può interferire nelle attività e istituzioni religiose e viceversa.
Questa legge è il frutto della scelta di laicità fatta dal paese nel momento della sua fondazione e indipendenza. L’Eritrea è uno Stato laico basato su una “netta separazione di ruoli, senza che la libertà di culto ne sia minacciata”.

 

 

 

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