Eritrea, prevenzione e lockdown per combattere il Covid-19

Asmara, nella capitale eritrea durante il lockdown si circola in bicicletta

Perché l’Eritrea è ancora in lockdown, domanda che alcuni si sono posti. È una “dittatura sanitaria”?

L’Europa e in parte l’Italia sono nuovamente alle prese con un crescendo di casi di Covid-19.

L’Inghilterra, senza molto clamore, si blinda, la Francia decide chiusure e limitazioni per locali pubblici e trasporti. Anche in Italia il prossimo Dpcm prevede il mantenimento dello stato di allerta. L’emergenza non è finita in nessuna parte del mondo, America compresa.

Per alcuni però tale emergenza sanitaria sarebbe un espediente per limitare le libertà personali e politiche dei cittadini.  A questo punto di vista risponde Massimo Galli, infettivologo all’ospedale Sacco di Milano.

Durante una trasmissione televisiva su Rai3, il medico dice che non si può ritenere la lotta contro la pandemia “una dittatura sanitaria”. Con parole molto chiare spiega che i negazionisti “dovrebbero farsene una ragione, perché con una pandemia globalizzata non si possono fare trattative né politiche né sindacali”.

Parole che valgono per l’Occidente ma anche per l’Africa.

Non sarebbe necessario sottolinearlo se nei giorni scorsi non fosse uscito un articolo su Internazionale, ripreso da più parti,  che, riferendosi all’Eritrea, proprio questo sostiene. Ovvero che la “pandemia è stata una benedizione per il regime, che è sempre in cerca di scuse per tenere isolata la popolazione”. Aggiungendo che nel Paese “non c’è emergenza”. Ecco perché il lockdown è inutile.

In italiano tale assunto è presentato con il titolo “nessuno sa quando l’Eritrea uscirà dal suo lockdown”. Più esplicito ancora il titolo inglese dell’articolo originale, “Eritrea’s deteriorating state”. Come a dire che peggio di così proprio non potrebbe essere.

L’articolo costruisce la tesi “negazionista”, utilizzando il Government response stringency index,  messo a punto dall’Università di Oxford che ha identificato una serie di voci per classificare come i singoli paesi fronteggiano l’emergenza Covid-19.

Sono indicatori che analizzano per ogni Paese il tipo di chiusura previsto, assegnando un punteggio da zero a cento, che è ovviamente il valore della la massima chiusura.

Si va dalla chiusura totale delle scuole e delle attività al fermo intero o parziale dei trasporti pubblici. Dalla cancellazione degli eventi, al numero massimo di persone consentite per ritrovarsi. Infine ci sono indici su come ogni singolo paese consiglia o obbliga all’uso delle mascherine. E indici sulla qualità degli interventi sanitari.

Utilizzando questo sistema a marzo 2020 la situazione in Europa presentava un indice più alto nei paesi dell’Est. Albania 84, Slovacchia 71, Romania 67, Polonia 60, Ungheria 59, Grecia 56. I paesi dell’Europa occidentale invece avevano valori più bassi. Germania 37, Francia 50, Belgio 53, Gran Bretagna 11, Svizzera 46. I mesi successivi mostrano però che la chiusura più completa ha tutelato maggiormente le persone e che i paesi che vi hanno fatto ricorso hanno avuto meno morti.

L’indice mette in evidenza le singole situazioni, senza stilare classifiche, né proclamare vincitori o vinti.

Torniamo all’Indice per seguirlo in tre paesi dell’Africa, Eritrea, Etiopia ed Egitto. Tre Paesi diversi per geografia e numero di abitanti ma con rapporti e scambi economici e  commerciali.

L’indice più alto in questo caso, 93.52, è dell’Eritrea, mentre per l’Etiopia è 80.56 e per l’Egitto 62.96.

La differenza di valore con l’Egitto è, per esempio, per il maggior numero di persone, fino a mille, che possono radunarsi.

Poi per gli spostamenti più consentiti rispetto agli altri due paesi e per una limitata chiusura delle scuole e delle attività commerciali.

Quella dell’Egitto è stata, come spiegato fin dall’inizio della pandemia, una scelta “libertaria” per tutelare l’economia informale che opera in larghe aree del Paese, anche nella capitale, e che non sarebbe sopravvissuta a un totale lockdown.

Ma quest’atteggiamento è di per sé un bene? Quale sicurezza hanno i cittadini egiziani contro il virus? I tamponi sono fatti a chi ha sintomi, mentre l’uso della mascherina è richiesto solo in alcuni luoghi pubblici.
Ad oggi i contagiati in Egitto sono 103.317, con 5.946 morti.

E, va detto, i prossimi mesi non sembra che portino nel mondo una sconfitta del virus. Non pare che l’epidemia si stia spegnendo. Motivo per cui anche l’Europa sta prendendo nuovi provvedimenti.

Guardando al Corno d’Africa e paragonando la risposta di Eritrea ed Etiopia, la lotta contro il virus, come si vede dagli indici citati, è simile.

Nei mesi scorsi si è avuta la chiusura delle scuole, di gran parte delle attività, sono stati cancellati gli eventi pubblici, posto il limite di assembramento a 10 persone, fermati i trasporti pubblici, limitati gli spostamenti privati. In entrambi i paesi si è fatta una campagna d’informazione adeguata. La differenza è nell’intervento in caso di positività al virus. Giudicato buono quello etiopico, evidentemente grazie alle strutture già esistenti, sia per la quarantena, sia per i ricoveri, meno quello eritreo.

E questa parziale limitazione, come l’assenza di terapie intensive, è il motivo per cui l’Eritrea ha chiuso il Paese, puntando sulla prevenzione e sull’informazione.

Informazione significa che dall’inizio della pandemia ad oggi  il governo, ma soprattutto le organizzazioni decentrate e di quartiere, hanno spiegato alla gente i motivi per cui si dovevano modificare radicate abitudini.

Niente abbracci, niente feste né per matrimoni, né per altre ricorrenze. Nessuna funzione religiosa se non alla distanza. Si prega in casa, senza eccezioni. Poche le persone anche per il cordoglio durante i funerali. Giorno per giorno il Ministero dell’Informazione e la Task Force anti Covid-19 danno notizie rincuoranti.

Lo sforzo di tutti sta dando buoni risultati.

Al momento ci sono poco più di trecento positivi e nessun morto.

Ma sarebbe stato così se si fosse colpevolmente ignorato il virus lasciando aperte le frontiere e liberi tutti di circolare?

Certo per molti eritrei della diaspora è stato triste non poter andare quest’estate dai parenti, accontentandosi di parlare per telefono.

Tuttavia proprio gli eritrei della diaspora, e sono molti, hanno aiutato e sostenuto il Ministero della Sanità. Sono stati inviati circa 5 milioni di euro per l’emergenza. Tutti hanno capito l’importanza della prevenzione e della chiusura

Per un paese come l’Eritrea con molti ambulatori ma pochi grandi ospedali, non era logico correre il rischio di non avere posti in rianimazione.

In Eritrea la sanità pubblica ha fatto grandi passi. Dal 1991, anno dell’indipendenza, ad oggi la vita media si è allungata. Il rischio per le donne di morire di parto è bassissimo. Maggiore è la sicurezza neonatale e infantile grazie alle sempre più numerose vaccinazioni che hanno debellato malattie un tempo mortali o gravemente invalidanti. Sono stati raggiunti tutti gli obiettivi sulla salute posti per il 2015 dai MDG’s. È di fatto vinta la lotta contro la malaria.

Tuttavia per quella contro il Covid-19, per il momento la miglior risorsa è ancora il lockdown.

Per rispondere alla domanda iniziale, quando finirà questo lockdown? Sicuramente quando arriverà il vaccino atteso con ansia in tutti i paesi del mondo.

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