Eritrea, festa nazionale, 28 anni d’indipendenza

Eritrea, festa nazionale, 28 anni d’indipendenza

Asmara, le luci di una strada del centro per la festa dell’indipendenza, 28 anni

Quest’anno l’Eritrea, il 24 maggio, festeggia 28 anni d’indipendenza.

Lo scramble for Africa, l’accaparramento coloniale, divide il continente in due, da una parte le colonie inglesi, dall’altro quelle francofone. Questa, a grandi linee, è la situazione quando, agli inizi degli anni Sessanta, comincia il processo di decolonizzazione. La gran parte degli stati africani diventeranno indipendenti proprio in questo periodo. Altri, come Angola, Mozambico, Guinea Bissau e Capo Verde nel decennio seguente.

Conquistano la libertà per ultimi, Zimbawe, Namibia, Eritrea e, nel 2011, Sud Sudan.

L’Eritrea, diventa indipendente, di fatto, il 24 maggio 1991, e di diritto, due anni dopo, con il referendum. Quest’anno l’Eritrea festeggia 28 anni d’indipendenza. Una libertà conquistata, però, non scalzando un paese europeo, ma affrancandosi dal dominio etiopico.

Nel 1941, infatti, l’Italia, che aveva creato la colonia Eritrea nel 1890, perde, oltre alla guerra, tutti i possedimenti dell’Africa Orientale, tra questi, l’Eritrea.

Con l’uscita di scena dell’Italia, dopo la sconfitta di Keren in quello stesso anno, l’amministrazione di transizione è affidata agli inglesi, che governano con un mandato delle Nazioni Unite.

Da quella data, paradossalmente, per l’Eritrea l’indipendenza si allontanerà sempre più.

Gli inglesi in realtà sono poco interessati al Paese. Lo ritengono una creazione artificiale italiana. Vorrebbero dividerlo in due e togliersi il pensiero. La loro ipotesi sarebbe quella di incorporare al Sudan la parte a maggioranza musulmana, mentre all’Etiopia quella cristiana.

Nel frattempo in Eritrea si formano i primi partiti. I due maggiori sono tra loro contrapposti. Gli unionisti, sostenuti dall’Etiopia e gli indipendentisti il cui motto è Ertrá ne Eritrauiàn, Eritrea agli eritrei. Per loro il maggior pericolo, come dice Woldeab Woldemariam, sarebbe proprio la divisione su base religiosa, regionale o etnica. Gli eritrei devono rimanere uniti per combattere per l’indipendenza.

L ’8 novembre 1950 l’Assemblea generale dell’Onu si apre con la notizia della guerra in Corea. A questo punto Il negus Heilè Selassiè gioca la carta pro America, inviando in Corea, a fianco degli americani, gli uomini del battaglione Kagnew. In questo modo il negus maturerà un credito che l’America pagherà dandogli l’Eritrea.

Così, con la risoluzione 390 l’Eritrea, sotto molti aspetti il paese più avanzato e progredita del Corno d’Africa, sarà federata all’Etiopia.

“Dal punto di vista della giustizia”, dirà il segretario di Stato John Foster Dulles, nel suo intervento all’Onu, “le opinioni degli eritrei devono essere prese in considerazione. Tuttavia, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso e considerazioni sulla sicurezza e la pace mondiale, rendono necessario che il paese sia legato all’Etiopia”.

In quegli anni alcuni scrissero che, mentre il resto dell’Africa stava conquistando la propria autonomia, l’Eritrea, ancora una volta, era colonizzata. Con il beneplacito dell’Occidente.

“È con profonda soddisfazione”, proclama il negus quello stesso anno che “l’Etiopia, tagliata fuori dal mare per tanti anni, ritrova la sua posizione sul Mar Rosso”. In seguito, durante la sua prima visita in Eritrea dirà che sono “soltanto sessant’anni” che si usa la parola Eritrea, il cui territorio è sempre stato identificato con il nostro impero”.

Viste le premesse, non stupisce che la federazione, per come la intendeva l’imperatore, fosse solo la premessa all’annessione che, infatti, avviene poco dopo.

A questo punto, per gli eritrei, la via è chiara. Nessuno li aiuterà. Se vogliono l’indipendenza dovranno prendersela.

Nel 1961 la scintilla ufficiale della rivolta scocca nel Barka. Qui un giovane beni amer originario di Tessenei, Idris Awate, assale, insieme a un gruppo di compagni, un posto di polizia. È l’inizio della lotta armata.

Gli eritrei si organizzano in gruppi. A un primo Fronte, la Jebha, se ne affiancherà poi un secondo.

I pochi giornalisti testimoni della lotta di quegli anni, quando incontrano i guerriglieri, seguono quelli del FLE (Fronte di Liberazione Eritrea). Li definiscono gente simpatica. Combattenti di religione musulmana, con forti alleati nei paesi arabi.

I guerriglieri dell’EPLF (Eritrean People’s Liberation Front) invece sono ombrosi, diffidenti verso gli stranieri. Seri e scrupolosi, accolgono nelle loro fila moltissime donne, un terzo dei combattenti.

Il messaggio dell’EPLF è unione, senza divisioni di religione, etnia o sesso, per una rivoluzione politica e sociale.

Nel frattempo, mentre all’estero quella eritrea diventa una “questione”, in Etiopia, nel 1974 il vecchio imperatore è spodestato da un colpo di Stato. Al suo posto si insedia una giunta militare, il DERG, di cui presto diventa capo Menghistu Heilè Mariam.

Con lui l’Etiopia cercherà nuovi appoggi. Non più gli Stati Uniti, ma l’URSS e Cuba.

Per l’Eritrea questo cambiamento significa solo cadere dalla padella alla brace. Ora la gente ha due scelte, guerriglia o espatrio. I numeri raccontano la tragedia. Nel 1974 ad Asmara ci sono 200 mila persone, nel 1977 meno di 90 mila.

I tegadelti, guerriglieri uomini e donne, combattono duramente e dopo aver liberato molte zone del paese, il 19 maggio 1991 entrano a Dekamehre. Qualche giorno dopo Menghistu abbandona l’Etiopia e fugge in Zimbawe. Il 24 maggio 1991 Asmara è finalmente liberata.  E oggi può festeggiare 28 anni d’indipendenza.

Nel 1993, dal 23 al 25 aprile si svolge il referendum.

Agli eritrei si chiede: “vuoi che l’Eritrea diventi indipendente e sovrana?”.

Poiché molti non sanno leggere, il governo provvisorio dei combattenti, prepara schede di colore diverso, rosso per barrare il no. Blu per il sì.

Chi era presenta racconta dell’arrivo ai seggi di moltissime persone. Donne, anche quelle con il velo, pastori, uomini anziani appoggiati ai bastoni. Gli osservatori Onu dissero che quella che si stava svolgendo era una consultazione “libera ed equa”, con una percentuale di votanti pari al 98.5%.  Chi va a votare vota per il sì all’indipendenza, quesito che vince con il 99.8 per cento di voti.

Dall’estero si guarda con interesse questo piccolo Stato che ce l’ha fatta. E che ora è deciso a far da sé, senza dipendere dalla carità degli aiuti.

Le organizzazioni umanitarie, quelle per intendersi che impiegano la maggior parte dei fondi per gli stipendi dei funzionari, fin da subito, non sono le benvenute.

Per un po’ l’Eritrea per l’Occidente è la bella storia di una vittoria alla quale nessuno credeva.

Intanto in Etiopia, dopo la caduta del Derg, prende il potere la coalizione del TPLF, Tigray People’s Liberation Front guidata da Meles Zenawi. I due movimenti di liberazione, quello eritreo e quello etiopico, avevano avuto, durante la lotta contro Menghistu, obiettivi comuni. Tuttavia già nel 1975 il TPLF scriveva nel proprio manifesto, che la fondazione di una grande repubblica del Tigrai avrebbe dovuto comprendere un certo numero di territori eritrei. L’Eritrea, vista da loro come il risultato della separazione operata dal colonialismo italiano, era considerata parte dell’altopiano etiopico.

Subito dopo l’indipendenza, comunque, Eritrea ed Etiopia iniziano una politica di buon vicinato. Nasce un mercato unico, anche se la moneta, in un primo tempo, resta il birr etiopico per entrambi i paesi.

Per l’economia eritrea aver accesso al mercato del grande vicino è senza dubbio un bene. Mentre l’Etiopia, con il suo nuovo sistema politico federato, spera nell’unione con l’Eritrea per rinforzare numericamente la minoritaria leadership tigrina.

Quando, nel 1997, l’Eritrea emetterà moneta, il Nakfa, dedicato alla città del Fronte, per l’Etiopia naufragheranno le speranze di una possibile unione.

Ancora in quegli anni quella eritrea è definita, dal Los Angeles Times che intervista Isaias Afwerki, una storia di successo. Il cui protagonista è un presidente che guida da sé la vecchia auto e rifiuta l’aiuto internazionale, contrapponendogli l’autosufficienza.

Purtroppo, poco dopo, a maggio di quello stesso anno, la breve pace eritrea si infrange contro un nuovo conflitto con l’Etiopia.

Motivo ufficiale il vecchio confine coloniale tra i due paesi.

Badme, il villaggio da cui parte l’escalation militare, è eritreo per le mappe coloniali che risalgono al governatore Ferdinando Martini. Per l’Etiopia, invece, quella stessa area apparteneva a loro, secondo gli accordi tra l’Italia e Menelik, quando però l’Eritrea era ancora in fieri.

Il 6 maggio 1998 l’esercito etiopico spara sui soldati eritrei a Badme.  L’Eritrea reagisce, riconquistando la cittadina.

I media e l’America, tra i due contendenti, scelgono il più grande, l’Etiopia. È il premier Meles a dichiarare di fatto una guerra che durerà due anni, fino al 2000.

A giugno, ad Algeri, iniziano i colloqui di pace.

Due anni dopo arriverà il verdetto della commissione che definisce i confini tra Eritrea ed Etiopia, comprendendo il territorio di Badme nella zona eritrea.

L’Eritrea accetta il verdetto che invece L‘Etiopia rifiuta, definendolo ingiusto.

La situazione tra i due paesi diventa una guerra fredda. O meglio uno stato di “non guerra e non pace”. Una tensione che lascia sul campo, oltre ai morti nel conflitto, due questioni politiche l’indipendenza eritrea e il federalismo etnico etiopico.

Il nodo si sbroglierà vent’anni dopo con un cambio al vertice dell’Etiopia.  Morto Meles Zenawi nel 2012 il suo successore Heilemariam Desalegn non riuscirà a contrastare il crescente malcontento delle etnie maggioritarie, amhara e oromo che vogliono contare di più. Dal 1993 infatti il potere è mantenuto saldamente dall’èlite tigrina.

Costretto a proclamare lo stato d’emergenza, Heilemariam Desalegn si si dimette, lasciando il posto, ad aprile 2018, ad Abiy Ahmed, nuovo premier di etnia in parte oromo in parte amhara. Abiy, oltre ad affrontare con determinatezza le questioni interne tende, fin dall’inizio, la mano all’Eritrea. Non chiedendo più colloqui per rivedere la situazione dei confini, accetta la decisione presa a suo tempo dalla Commissione internazionale di Algeri.  

Così, poco dopo, il 9 luglio 2018, Abiy Ahmed e Isaias Afwerki firmano ad Asmara un accordo che riporta la pace tra i due paesi.  

Immediatamente riprendono le relazioni, i voli, il commercio, le linee telefoni tra i due paesi sono riattivate. Con l’apertura dei confini cominciano gli scambi commerciali e il passaggio delle persone che ora possono muoversi liberamente. Molti, dopo tanti anni, riabbracciano amici e familiari.

Quella che l’Eritrea in patria e all’estero festeggia quest’anno è, perciò, una festa più bella del solito, di un paese finalmente in pace.

Il 24 maggio è una festa molto amata dagli eritrei perché sottolinea l’orgoglio di appartenenza, la volontà che uomini e donne hanno avuto di resistere, pur di avere una terra, una patria, una bandiera.

Certamente con gli ideali non si risolvono i problemi e solo con quelli non si costruisce un paese. Oggi la generazione più giovane, che ha ereditato la libertà, guarda con apprensione al proprio futuro.  

La strada è ancora in salita. Tuttavia poterla percorrere senza il sigillo dello straniero sul petto, non può che essere simbolo di speranza.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*