Eritrea: battaglia di Afabet, 19 marzo 1988, la marcia verso la liberazione

 

©EritreaLive/Michele Pignataro, Murale in preparazione sulla strada verso Asmara

Battaglia di Afabet, 19 marzo 1988, la marcia verso la liberazione del Paese.

La battaglia di Afabet del 19 marzo 1988 è un punto di non ritorno per l’esercito etiopico messo sotto scacco dai combattenti del Fple (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo). Una vittoria preludio dell’indipendenza raggiunta con la liberazione di Asmara il 24 maggio 1991.

La guerra degli indipendentisti eritrei contro l’esercito etiopico è lunga e impegnativa (1961-1991). Loro combattono per la libertà, mentre tra le fila etiopiche man mano si diffonde scontento e irrequietezza.

Le vittorie del Fronte in questo periodo si moltiplicano. Prima della conquista della città di Abafet, un attacco nella zona di Nakfa costringe le truppe di Addis Abeba ad arretrare.

Le zone semi libere diventano sempre di più.

Preoccupato per la situazione, a febbraio di quello stesso anno il colonnello Menghistu Heilé Mariam va ad Asmara, per vedere quello che sta succedendo. Così scrive Stefano Poscia, inviato di guerra dell’Ansa e grande conoscitore dell’Eritrea.

Le prime linee etiopiche sono stanche. La difensiva sta diventando insostenibile.

Per spiegare il malcontento alcuni militari vanno ad Asmara, per incontrare Menghistu.

La reazione del leader etiopico è violenta. Il generale Tariku Yayene, comandante della brigata Nadew, sul fronte di Nakfa, è fucilato. La sua colpa è aver detto esplicitamente quello che molti pensano,che la situazione militare è diventata impossibile.

Per questo lui viene ammazzato e molti altri rimossi. Tra questi il capo delle truppe etiopiche in Eritrea, generale Regaza Jimma e il comandante della brigata Makit.

Mentre Menghistu epura i vertici del suo esercito, il Fple esulta per le vittorie. Il nemico è alle strette, anche se non si deve fare l’errore di sottovalutarne la possibile ripresa.

Il Fronte è ottimista. E si rivolge agli indipendentisti etiopici, perché si alleino con loro, contro Menghistu.

“Ricordando”, così scrivono in un comunicato, “che la vittoria del popolo eritreo e la caduta del regime dittatoriale del Derg, comporteranno anche il benessere e la vittoria del popolo etiopico”.

Sempre in questo periodo gli eritrei, con un comunicato, attaccano esplicitamente la politica filoetiopica dell’Italia. Il governo italiano infatti ha deciso, per il triennio 1988-’90, lo stanziamento di 750 miliardi di lire per l’Etiopia.

Ignorando ancora una volta la lotta di Addis Abeba contro l’indipendenza eritrea.

In un clima politico e militare sempre più arroventato, il Fronte conquista Afabet, durante la storica battaglia di marzo.

Afabet, a circa 50 chilometri da Keren, è la seconda cittadina del Sahel e, soprattutto, in quel momento era la sede del comando etiopico sul fronte di Nakfa.

Durante la battaglia di Afabet, in una due giorni di combattimenti furiosi, i combattenti eritrei mettono fuori gioco tre divisioni etiopiche, la 14ma, la 19ma e la 21ma, oltre alla 29ma brigata meccanizzata.

Il 19 marzo Afabet è conquistata. Portando in dote un ingente bottino di guerra.

Scrive Vincenzo Meleca riferendosi ad esso, “ci sono molti carri armati T-54/55, mezzi blindati per trasporto truppe BTR-60, BRDM-2 e BMP-1, pezzi d’artiglieria pesante campale, per lo più obici-cannoni D.30 da 122mm, sistemi lanciarazzi BM-21 e  camion Ural catturati pressoché intatti, alcuni dei quali avevano montate delle mitragliere binate ZU-23”.

Inoltre, per la prima volta i combattenti eritrei prendono prigionieri tre ufficiali sovietici.

Ad Afabet perdono la vita circa 18 mila etiopici, soldati cui inutilmente era stata inviata in soccorso una colonna di rinforzi bloccata dagli indipendentisti.

Per l’Etiopia la sconfitta è durissima. Sono cadute le migliori forze contro il “banditismo secessionista” eritreo.

Basil Davidson, storico inglese che era nelle zone già liberate scrive che la battaglia di Afabet è “una delle più grandi vittorie di un movimento di liberazione, dopo la battaglia di Dien Bien Phu”, che nel 1954 aveva posto fine al dominio coloniale francese in Vietnam.

“Per quello che posso capire” dichiarò Devidson alla Bbc, “si è trattato di un accerchiamento a sorpresa, e penso che le unità che lo hanno attuato dovevano essere sul luogo già da un po’ di giorni prima che la battaglia avesse materialmente inizio, perché esse non erano attese dagli etiopici che erano schierati verso il fronte, mentre le loro spalle erano completamente indifese”.

Un’impressione confermata da quanto dirà il capitano etiopico Yigeza Adugna, catturato dal Fronte insieme ad altri migliaia di soldati.

“I miei uomini” dice il capitano “mi gridavano al telefono che gli eritrei sembravano cavallette, che erano uno contro tre. Io dicevo loro di star calmi. Di non perdere il controllo della nostra linea. Ma era evidente che il nemico ci aveva sorpresi”.

“Da questo momento in poi”, scrive Vincenzo Meleca riferendosi alla battaglia di Afabet gli etiopici “non fanno altro che arretrare, abbandonando progressivamente il territorio eritreo”. “Inoltre”, spiega, “dopo i reportage dei giornalisti occidentali arrivati sui luoghi dei combattimenti, l’attenzione mediatica aumenta, suscitando una crescente simpatia per la causa eritrea”.

“Per Menghistu” conclude “fu l’inizio della fine. Alla sconfitta militare di Afabet si aggiunsero quelle subìte nel Tigrai ad opera del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (Tplf), nonché il progressivo ritiro degli aiuti economici e militari da parte del Cremlino” che, fino a quel momento, aveva sostenuto l’Etiopia politicamente e militarmente.

 

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

 

 

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