Eritrea, 20 giugno, commemorazione e ricordo dei martiri

20 giugno commemorazione dei martiri, Cimitero di Asmara

In Eritrea il 20 giugno è il giorno della commemorazione e del ricordo dei martiri.

 Il 20 giugno è una ricorrenza triste. Una data molto sentita, non solo in patria, anche all’estero.

Ovunque ci siano comunità eritree.

Tutto il mese di giugno è dedicato al ricordo di chi ha combattuto per la libertà. E sono molti. Ogni famiglia ha i propri martiri.  “Il mese di giugno è un mese solenne”, ha scritto giorni fa in un tweet il ministro dell’informazione Yemane Ghebremeskel.

L’anno scorso, proprio il 20 giugno, il presidente Isaias Afwerki aveva annunciato l’invio di una delegazione ad Addis Abeba. Per la prima volta dal 1998, anno dello scontro tra Eritrea ed Etiopia, una delegazione del governo di Asmara sarebbe andata ad Addis Abeba. Da quella data, profondamente simbolica per l’Eritrea, si può dire sia iniziato l’attuale processo di pace.

Il 9 luglio, infatti, ad Asmara, il premer Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afwerki hanno firmato l’accordo di pace.

Dopo quasi vent’anni sono riprese le relazioni ed è terminato lo stato di non pace e non guerra. L’Eritrea può iniziare a lavorare per lo sviluppo del paese.

Finora era mancata la pace, premessa necessaria per costruire un paese. Nel 1991, dopo la gioia per la conquista dell’indipendenza, confermata de jure dal referendum del 1993, la pace era durata un soffio, spazzata via dalla guerra del 1998.

L’Eritrea che aveva già pagato un prezzo molto alto per conquistare la propria bandiera, torna in campo per difenderla.

Al termine del colonialismo italiano, nel 1941,  l’Eritrea non diventa indipendente, passa invece sotto l’amministrazione inglese.

All’interno del paese nascono i primi movimenti indipendentisti. Voci soffocate dalle decisioni dell’Europa e dell’Onu. Per entrambi, in quel momento, l’alleato più importante nella regione è l’Etiopia. L’imperatore Heilè Selassiè vuole l’Eritrea, non per la sua gente ma per completare il grande impero con i porti sul Mar Rosso.

A quel tempo si parlò di “sbocco al mare”, oggi si direbbe logistica. Fatto sta che nel 1950, con i voti a favore delle Nazioni Unite, l’Eritrea è federata all’Etiopia.

Dieci anni dopo, il 1 settembre 1961, un gruppo di guerriglieri, guidati da Idris Awate, assalta una stazione di polizia nel Gash Barka.

L’anno successivo l’imperatore abolisce la simbolica federazione per annettere l’Eritrea, che diventa “quattordicesima provincia”.

Inizia in quel periodo il lungo tempo di lotta (1961-1991).

Nasce il Fronte di Liberazione Eritreo. Il FLE ha una visione indipendentista ma oligarchica del potere. L’obiettivo è liberare l’Eritrea per governarla in pochi. I suoi membri non cercano di essere popolari tra la gente. Quando arrivano nei villaggi fanno razzie, non spiegano i motivi della lotta, non coinvolgono le persone. A questo primo nucleo si oppongono le Forze Popolari di Liberazione Eritrea (FPLE), mossi da un’ideologia egualitaria.

Loro diffondono nei villaggi gli ideali di giustizia e libertà, ottenendo l’appoggio e l’aiuto della gente.

Sono gli anni della lotta. Uomini e donne combattono e muoiono per la libertà. Abbandonano le città e il lavoro per vivere clandestini nel loro stesso Paese. Creano una società parallela dove ognuno, rispettando le regole stabilite, svolge il compito ricevuto. L’obiettivo è avere un paese indipendente.

I guerriglieri eritrei, tagadelti, non hanno né armi, né munizioni. Quelle che usano  le prendono in battaglia al nemico, che invece è ben armato. L’Etiopia prima riceve armi dall’America che sostiene Heilè Selassie. Poi, nel 1974, con l’arrivo al potere della giunta militare (Derg) di Menghistu Heilè Mariam, da Urss, Cuba e Israele.

All’estero questa guerra non interessa. Per motivi diversi, il mondo parteggia per l’Etiopia. La lotta sembra impari, nessuno crede che l’Eritrea possa farcela. I tagadelti però hanno dalla loro la conoscenza palmo a palmo delle montagne, delle rocce e dei sentieri. Un territorio che percorrono a piedi da sempre.

Anno dopo anno, sempre più giovani lasciano la scuola, dove si insegna in amarico, lingua dell’Etiopia, per unirsi alla lotta. Gli insegnanti spesso li seguono. Insieme combattono e insieme costruiscono scuole e ospedali sotterranei. Nelle zone liberate nasce la prima Eritrea indipendente.

La reazione di Menghistu alla resistenza del Paese “fratello” è pesantissima.  Chiude l’Università, nazionalizza le imprese, svuota le biblioteche, requisisce le case. Chi può scappa all’estero, ma non dimentica la patria. Dall’estero i rifugiati inviano gli aiuti, soprattutto soldi e medicinali.

Intanto molti eritrei rientrano nel paese per combattere contro un nemico che, a volte, non sa neppure perché sta combattendo.

La guerriglia eritrea coinvolge tutti. Combattono le donne, gli universitari, ma anche i contadini. Combattono i cristiani, i musulmani. Tutte le etnie fanno fronte insieme. Nessuno gira la testa dall’altra parte. Nessuno finge di non vedere.

Finalmente il 24 maggio 1991 Asmara è liberata.

Le giornate della liberazione sono state, per tutti gli eritrei, le più felici. Hanno gioito con l’animo gonfio di lacrime, pensando a chi non ha potuto esserci. Con la determinazione di dedicare al loro sacrificio la liberazione per cui in  hanno perso la vita.

Un giovane eritreo ricorda il dolore e la felicità della zia che, proprio pochi giorni prima del 24 maggio, aveva saputo della morte del figlio. Uno dei tanti eroi rimasto sul campo.

A loro, e a chi li ha sostenuti, tutti gli anni l’Eritrea dedica il mese di giugno. Il giorno 20 è una data importante, una data simbolica, per non dimenticare mai i martiri, caduti per il proprio paese in una delle guerre più lunghe della storia.

 

 

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