Sono anche eritrea. Intervista a Suor Thomas Johnston, 60 anni in Eritrea

Suor Thomas Johnston in Eritrea @Shabait

“Sono anche eritrea”. Shabait intervista suor Thomas Johnston, che ha vissuto quasi sessant’anni in Eritrea. In partenza ora, a 82 anni suor Thomas Johnston racconta con affetto la sua vita in Eritrea, il rapporto con le persone, l’esperienza dell’insegnamento e la vicinanza durante la lotta, fino all’indipendenza nel 1991.

“Mi ha dato la forza e il coraggio per arrivare dove sono ora”. “Non è un’insegnante, è più un’amica  per tutti noi”. “È una donna forte ma allo stesso tempo comprensiva”. “Lei è sempre stata al nostro fianco, soprattutto nei momenti difficili”. “Non è solo un’insegnante, ma una madre espansiva”. “Si scherza, ma poi ti dà consigli essenziali per la vita.”

Queste solo alcune delle parole dei suoi ex studenti e colleghi dell’Università di Asmara. Se ti stai chiedendo chi sia questa persona, leggi la sua storia.

È suor Thomas Johnston, nata nel 1938 da una famiglia operaia. Sangue irlandese nelle vene perché il padre e la nonna erano di origine irlandese. Cattolica, ma  diventare una suora non era  nei suoi pensieri. Lo diventa dopo i vent’anni, dopo aver insegnato musica. Sei anni dopo arriva in Eritrea, paese nel quale vive ancora. Arriva  a 26 anni nel 1964 e sta  per partire ora, nel  2021  a 82 anni. Ha vissuto in Eritrea per tutto questo tempo, durante il periodo della lotta e dei sacrifici, insieme alla gente, come dice durante l’intervista a Shabait.  “Ho letteralmente provato a vivere la vita del popolo eritreo. Quindi non posso negare il fatto che sono anche eritrea. Ho iniziato la mia carriera all’Università di Asmara, un compito difficile per me. Mentre insegnavo infatti io stessa ero uno studente. Il mio soggiorno qui però è stato segnato dalla resilienza che ho trovato nelle persone. Hanno attraversato momenti difficili per poter ora avere una vita più  felice in futuro”.

“Io c’ero” prosegue Suor Thomas Johnston, “quando la gente soffriva. Ne sono la prova vivente. Sono stata testimone insieme a loro dei tempi buoni e di quelli cattivi. Questa è una caratteristica speciale delle persone che ho avuto l’opportunità di prendere da loro. Tutti noi attraversiamo momenti belli e brutti nella nostra vita. Momenti felici in Eritrea ci sono stati. Per esempio l’inaugurazione dell’Università di Asmara, uno dei momenti più felici della mia permanenza qui. L’altro è stata la prima cerimonia di laurea, che si è tenuta nel 1969. Tuttavia nulla può essere paragonato al momento in cui i combattenti eritrei sono arrivati ad Asmara. Il 24 maggio 1991 stavo letteralmente esultando e ballando con la gente come se fosse l’indipendenza del mio paese. Quel giorno ho sentito la libertà ed ero troppo felice per riuscire a trattenermi. Poi ero presente in aeroporto quando i primi assistenti di volo hanno iniziato il loro lavoro nel 1993. Un altro momento memorabile è stato il tempo trascorso con la gente di Afabet. Non si può avere idea di quanto sia stato bello il mio tempo con loro.

Sono stata ad Afabet dal 1996 al 2012. Ho passato bei momenti ad Afabet. Quelle persone hanno davvero un grande posto nel mio cuore. Ero così felice tra loro che mi sentivo una di loro. Sono persone semplici, in senso buono, gentili e adorabili. Quello che c’è in ogni eritreo, c’è anche in loro. Io sono cristiana mentre la maggior parte delle persone di Afabet sono musulmane. Tuttavia mi hanno accettata calorosamente, come fossi un’eritrea e mi hanno reso parte della loro società. Questo è un tesoro nazionale che non c’è in nessun altro paese. Da solo è stato sufficiente per farmi innamorare del loro fascino e del loro calore. Lasciate che vi racconti questo. Una volta indossavo una sciarpa che chiamano “shash”. Quel tipo di shash (bianco con strisce nere) è indossato solo dagli uomini. Le donne che mi hanno visto indossarla si sono sorprese e mi hanno detto che era per gli uomini. La sciarpa  però mi piaceva, così ho cercato di giustificarmi dicendo che sono anche un uomo perché sono una suora. Si sono messe a ridere e mi hanno permesso di fare a modo mio perché hanno visto che mi piaceva proprio  quel tipo di sciarpa. Più passavo del tempo con le persone più stavo bene con loro.”

“Comunque”, aggiunge, “poiché ho vissuto in Eritrea per 56 anni, ero lì quando la loro storia veniva fatta. Quindi, ho vissuto anche momenti tristi che mi hanno spezzato il cuore, e  altri mi hanno sconvolta. Ve ne racconto alcuni; a quei tempi i miei studenti amavano la scuola e lo studio. La loro ambizione per l’istruzione e la conoscenza era davvero incredibile. Questo motivava il mio impegno a insegnare loro sempre di più. Frequentavano regolarmente le lezioni ed erano sempre impegnati a studiare nonostante circolassero guerra e caos. C’era questo particolare momento che mi spezzava davvero il cuore, quando uno studente veniva nel mio studio da solo, dopo la lezione e bisbigliava, sorella, lascio la mia bici qui all’università, oppure sorella, potresti non vedermi domani. Quei momenti sono stati molto difficili da sopportare. Non potevo trattenere la tristezza nel vedere questi ragazzi lasciare gli studi e andare al fronte ma loro erano pronti a tutto per ottenere la libertà e una vita in pace. In momenti come quello, non puoi mai rimanere non coinvolta perché sei già affezionata a loro.

Il 1 febbraio 1975 è stato un giorno importante. Siamo andati a Massaua perché avevamo del lavoro da fare lì. È stato il viaggio di una notte. Al ritorno, con un Fratello della congregazione di  La Salle, abbiamo discusso come invece nel resto del mondo, le aree rurali e le popolazioni remote e difficili da raggiungere hanno spesso i peggiori risultati sociali, economici, educativi e sanitari e sono scarsamente servite, trascurate e non considerate. Purtroppo rimangono quasi dimenticati, qualcosa di secondario. Invece in Eritrea la giustizia sociale si riflette anche nel fatto che le scuole di recente apertura, offrono lezioni agli studenti nella loro lingua madre, in conformità a una scelta che prevede che l’istruzione sia resa disponibile nelle diverse lingue utilizzate in tutta l’Eritrea. Di conseguenza, ciò contribuisce a mettere in grado le comunità locali di conservare il loro ricco patrimonio e  la propria cultura.  Questo porta a un accesso più equo per tutti i gruppi etnolinguistici e un più alto tasso di scolarizzazione, frequenza e apprendimento. In definitiva, queste scuole e queste politiche contribuiranno a garantire che un maggior numero di bambini, indipendentemente dal loro livello di partenza, dalle differenze o dalla loro posizione sociale, abbiano l’opportunità di iscriversi a scuola, imparare a leggere e scrivere, massimizzare il proprio potenziale e trasformare il proprio futuro.  Tornati ad Asmara abbiamo sentito sparare e così il Fratello  mi ha accompagnato all’Università dove abitavo. Per quel giorno avevo in precedenza organizzato un corso serale per gli studenti ma solo 15 mi aspettavano in università mentre gli altri se ne erano già andati. Mi avevano atteso fino all’arrivo. Non potevo rimandarli a casa perché in città stavano sparando dappertutto.

Quindi, ho tirato fuori una stuoia  e siamo stati tutti la notte in una classe a dormire sulla stuoia, non sapendo che il peggio doveva ancora venire. La mattina dopo ci siamo svegliati e gli spari erano cessati. Poi sono iniziati ancora in modo spaventoso. Potevamo sentire i colpi che si avvicinavano sempre di più. Improvvisamente, alcuni soldati dell’esercito etiope sono venuti in classe armati di tutto punto e ci hanno ordinato di portarli dai soldati della Shabia, che stavano attaccando dal tetto dell’università con un cecchino o saremmo stati ritenuti loro complici. Poi ho notato che l’università era circondata da soldati. Non sapevamo nemmeno che c’erano soldati con dei cecchini proprio sopra di noi. Hanno cercato e cercato ma non sono riusciti a trovarli. Infine, ci hanno rilasciati verso sera. Quel momento, essere circondati da soldati con le pistole puntate contro di noi, è stato davvero terrificante. Stava diventando pericoloso per me, così sono andata a Sidamo, una provincia etiope. Ma sono tornata in Eritrea dopo un paio di mesi. Questo è quello che ho imparato dagli eritrei: la resilienza. Nel 1976, abbiamo ricominciato le lezioni. Che storia!”. In conclusione, qualche pensiero finale?

“Aver vissuto la mia vita in Eritrea”, spiega “è semplicemente un dono che Dio in persona mi ha fatto. Non posso negare di essere scozzese ma comunque non posso neppure negare di essere eritrea. Ho trascorso molti anni qui. Ho passato la giovinezza e la tarda età con un popolo accogliente, gli eritrei, e questa è stato per me qualcosa di veramente grande. Vedendo quelli che una volta erano studenti e ora sono adulti di successo, molti di loro con famiglia, sono soddisfatta. Infine sono felice di aver portato gioia, vivendo la mia vita con persone così generose e gentili. Ed è davvero con tristezza che adesso , dopo aver trascorso tanti bellissimi anni con queste persone, parto”.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

10 − 8 =