Massawa, Eritrea, una lettura estiva dai quaderni massawini

Eritrea, una lettura estiva dai quaderni massawini, di Fax Mac Allister

Massawa, Hotel Torino
Massawa, Hotel Torno, la lettura nei quaderni massawini
Fax Mac Allister, scrittore, vive e lavora in Sudafrica.  Conosce l’Eritrea per i racconti dei nonni che vivevano lì durante il periodo di amministrazione inglese. In seguito visita il paese molte volte. Viaggi che gli fanno conoscere la storia e le persone di alcune delle quali, nel corso degli anni, diventa amico. 

“Quando il nome è italiano ma il cognome no… “, fa parte dei  quaderni massawini.  Una pagina da leggere per conoscere Massawa, se non la si è mai visitata. E per capire  luci e ombre eritree, nei suoi diversi periodi storici. Quello italiano (1890-1941) lascia un segno anche nei nomi, e nei cognomi non dati.

Quando il nome è italiano ma il cognome no… (dai quaderni massawini)
Alle 8 della sera il sole allenta la morsa rovente.
È la vigilia della mia partenza. Massawa è deserta, decrepita. La amo. Misuro i respiri, temo che un sussulto possa sbriciolarla.
L’aria ferma è densa dei fantasmi di un passato fastoso, festoso e nefasto. L’Hotel Torino mi osserva silente con il biasimo dell’adulto che conosce la vita. La ragazza del baretto Isola Verde ci porta due birre Melotti al tavolino sbilenco esterno. Dal juke box riverbera gracchiante il ritornello italo disco, “buonasera, buonasera signorina, buonasera signorina ciao ciao…”
Achille sorseggia lentamente, poi riprende a raccontare in italiano: “Mia madre era di Adi Ugri, mio padre era un soldato del duce. Quando sono nato lui mi ha dato un nome italiano, ma il cognome no. Poi è partito. È andato a Roma. Forse stava male e voleva curarsi. Non è più tornato. non so come mai. Ho un nome italiano, il cognome no. Allora me lo sono dato io un cognome italiano. Lavoro il ferro, sono bravo sai! Trasformo il ferro in cose bellissime. Quindi il mio cognome è “Fabbro”.
Se vuoi spedirmi una lettera puoi scrivere sulla busta “Per Achille Fabbro”. Appena arriva a Massawa me la portano, mi conoscono tutti!”.
“Domani torno a casa Achille. Ti manderò delle cartoline dal Sudafrica.”
“E in Italia?Torni anche in Italia?”.
“Forse, per pochi giorni, tra qualche mese”.
Achille sussurra come evocando un segreto, “In Italia…”.
“Tra un anno sarò nuovamente qui a Massawa. Ci rivediamo a ottobre. C’è qualcosa che posso portarti dall’Italia?”.
Lui illuminandosi, “Una pipa!”.
“Vuoi fumare?”.
“Non c’ è niente di male! Sì, una pipa. Quando ero piccolo spiavo i signori italiani che fumavano all’ombra. Mi nascondevo lì (indica il bivio che apre ai Portici Savoia). Quanto erano eleganti non lo immagini! Le giacche stirate e certi cappelli. Sembrava una sfilata dei principi di Piemonte. Uscivano a passeggiare a quest’ora e si sedevano lì ai tavoli dei bar. Forse anche mio padre fumava una pipa. Non lo so, io non lo conosco. Se ne sono andati tutti…”.

MASSAWA. OTTOBRE. 12 MESI DOPO.
Cammino al crepuscolo verso l’Hotel Torino lungo la banchina che congiunge l’isola di Taulud a quella di Massawa. Emano l’aroma del repellente anti zanzare . Tutto è identico, immobile nella sua torrida letargia. L’inerzia afosa mi avvolge e rallento il moto. Anche il mare sembra essersi arreso e ribolle in un impercettibile sciabordio. Compiaciuto nel sentirmi una parte di quel tutto irreale avanzo con gli occhi socchiusi, quando un alito sussurra il mio nome
“Fax!”
Achille siede solitario su un muricciolo. dimostra duecento anni ma conserva lo stupore infantile nello sguardo. “Fax, sei tornato!”.
Si alza, mi abbraccia e poggia le mani leggere e grinzose sul mio viso, quasi ad accertarsi non si tratti di una proiezione. Ride e applaude.
Siedo con lui sul muretto.
“Sì Achille, come promesso un anno fa”.
“Un anno? Non può essere!”.
“È stato a ottobre, ricordi?”.
“Non dirmelo. Oggi è ottobre? Oh, sono vecchio di un altro anno”.  Ride.
“Ho un regalo per te”.
Sfilo la piccola sacca dalle spalle da cui estraggo un cofanetto in sughero. Sul coperchio è dipinta una Torino risorgimentale.
Gliela porgo.
Achille esita, “per me?”.
Solleva il coperchio, la scatola contiene una Bent Apple in radica e due differenti qualità di tabacco. Achille trema incredulo, si contorce le dita.
Intuisco che aveva rimosso la nostra conversazione e non si capacita del materializzarsi di un desiderio.
“Davvero è per me?”.
“Sì, per Achille Fabbro…”.
Estrae la pipa, la ammira reggendola sul palmo delle mani come cullandola e confida, “ho aspettato tutta la vita che l’Italia tornasse da me, e oggi l’Italia è tornata…”.
La mia vista si appanna, voglio trattenere le lacrime nel rispetto del bambino meticcio dal nome italiano (il cognome no) che forse il tempo di piangere raramente se lo è concesso.
Achille posa una mano sopra la mia, “sei un bravo figlio”.
Le lacrime mi vincono e Massawa si irradia di una luce liquida. Respingo il turbamento emotivo, gli propongo, “potresti fumare nel bar sotto i Portici Savoia, quello è il luogo giusto”.
Effimere sagome di fumo librano nell’aria dal porticato moresco eroso dalle crepe. I nugoli profumati vestono l’eco dei trattenimenti danzanti, dell’elegante struscio serale esibito con provinciale alterigia, delle note dei valzer.
Quei giochi di vapore solleticano la memoria degli archi, fatiscenti spettatori evocativi di un regno lontano e di un passato coloniale perduto.
Scruto silenzioso il panorama. Mentalmente associo la toponomastica originale alle strutture rovinose imparata su un quaderno illustrato appartenuto a mio nonno: Lungomare Umberto I, le banchine Regina Elena e Salvago Raggi, Via Roma, Piazza Principi di Piemonte…
Achille sbuffa un altro fumoso disegno, e mirando orgoglioso la pipa, “non sai quanto l’ho desiderata nel mio cervello. Sembro un signore italiano elegante?”.
Gli sorrido, “sembri un signore eritreo onesto”.
Ad Achille, ai meticci d’Eritrea, ai loro cugini italiani lontani.
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