La musica eritrea, colonna sonora della lotta per l’indipendenza

La musica eritrea, colonna sonora della lotta per l’indipendenza

Asmara, la musica tradizionale di un suonatore di Wata, strumento di forma romboideale con una corda suonata grazie a un archetto.

 

La musica tradizionale eritrea è stata negli anni che hanno preceduto l’indipendenza del Paese (1991), la colonna sonora importante della battaglia e delle aspirazioni di libertà.

Simona Berhe ha scritto un interessante articolo sulla musica eritrea, pubblicato da Bibliomanie.

Nell’articolo la professoressa, che insegna a Milano all’Università Statale, spiega i testi e la musica delle canzoni eritree, dalla fine del colonialismo italiano per arrivare all’indipendenza. E il loro ruolo durante la lotta dei guerriglieri.

La divulgazione della musica eritrea, spiega, inizia negli anni Cinquanta grazie alla Kagnew Station, ex Radio Marina che  diventa, con l’arrivo degli americani, un ambito punto d’ascolto sul continente. Grazie a questa stazione radio gli asmarini conoscono rock and roll, soul, swing, e rhythm and blues. Novità ritmiche made in Usa assimilate  e rielaborate dai gruppi musicali eritrei. In quegli anni si  mettono da parte gli strumenti tradizionali per suonare con chitarre elettriche, sassofoni e batteria.

In seguito, nel 1961, nasce ad Asmara l’Associazione del Teatro, Mahber Tiyatr Asmera, MaTA. Un’orchestra che si esibisce con successo sui palcoscenici dei cinema cittadini. Purtroppo però il declino arriva presto. Nel 1974 con la persecuzione del Derg, la giunta di Menghistu Hailè Marian che ha rimosso l’imperatore Hailè Selassiè, suonare diventa pericoloso. La musica del MaTa non è fatta solo di melodie romantiche, è anche impegnata perché, grazie alla musica e ai testi, si formi un solido spirito nazionale. Inni per l’unità e per la lotta che certamente non piacciono ai nuovi conquistatori etiopici.

Negli anni Settanta nasce la Zerai Deres Band, dal nome dell’eroe, prima incarcerato poi internato in un manicomio italiano per la lotta contro il colonialismo.  Anche in questo caso il gruppo musicale è costretto a sciogliersi nel 1975, perché il Derg che vuole reprimere l’identità eritrea in tutte le sue forme, non ne apprezza la libertà intellettuale.

Spariscono anche i diversi gruppi musicali formati da italo eritrei rimasti dopo il 1941 nel Paese.  Il più famoso The Imperials si era esibito nel 1969 durante l’elezione di Zeudi Araya a Miss Eritrea.

Nel 1974-1975, per la repressione del Derg, la fuga all’estero o sulle montagne,  Asmara non è più al centro della vita culturale, neppure di quella musicale.

Molti musicisti scappano. Altri scrivono musica per incitare alla lotta, entrando come combattenti nelle fila del Fronte.

La musica che suonano i guerriglieri usa strumenti tradizionali come krar, wata, koborò. I testi spronano a lottare per la liberazione. Tema centrale per il Fple (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo) diventa, anche in musica, l’unità del Paese pur  nella diversità delle molte etnie. La musica e successivamente i video sono prodotti per rinforzare il senso di appartenenza.

Lo spirito collettivo e comunitario è molto forte nella musica eritrea pensata per essere ballata tutti insieme. Tipico esempio la guayla, danza con movimenti delle spalle e piccoli passi in cerchio.

Una città importante per gli eritrei è Bologna, non a caso definita negli anni Ottanta, capitale eritrea. Qui la diaspora si ritrova tutti gli anni in estate per coordinare l’aiuto da inviare in patria, per abbracciare amici e parenti lontani, per  avere informazioni e infondersi coraggio.

Dal 1984 al 1991 Bologna e le sue amministrazioni comunali aprono le porte per ospitare una tre giorni di Festival, con tende piantate al Campo Dozza.  Per l’organizzazione del Festival la comunità eritrea in Italia, uomini e donne, lavora un anno per l’altro. Tutto è eritreo, cominciando dal cibo, injera e zighinì.

E certo non poteva mancare la musica, che era dal vivo, suonata dai cantanti eritrei all’estero e da gruppi arrivati in Italia da Eritrea, Sudan, Arabia Saudita. Le performance non erano dal palco alla platea ma un’interazione con il pubblico che partecipava con entusiasmo, ritrovando il proprio sound.

 

 

 

 

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