Intervista a Rahel Seium candidata per Verdi e Sinistra Italiana, per la giustizia sociale contro la Bossi-Fini

Rahel Seium candidata Verdi e Sinistra Italiana

 

La data delle elezioni, 25 settembre, si sta avvicinando. Per la Camera dei Deputati è candidata in Abruzzo, capolista dell’alleanza Verdi e Sinistra Italiana, Rahel Seium, una giovane donna italiana, originaria dell’Eritrea.

 Rahel, come mai ha deciso di candidarsi in questo momento politico certamente non facile?

Sono una candidata indipendente, non iscritta a nessun partito. Ho accettato perché già lavoro nel sociale, in Arci.

Per prima cosa ho letto con attenzione il programma confrontandolo con quello degli altri partiti. Una cosa mi ha colpita favorevolmente, mentre gli altri elencano problemi o cose da fare, Verdi e Sinistra Italiana cercano di dare spiegazioni, analizzano le questioni, fanno proposte e, non ultimo, pensano alle risorse. Per questo motivo mi sono sentita rappresentata, innanzi tutto come elettrice, perciò mi sono candidata. Tra l’altro nei 18 punti del programma ci sono temi che condivido da sempre, come giustizia sociale e ambientale. Di giustizia sociale in verità mi sono sempre occupata, per lavoro e per esperienze personali. Sono arrivata in Italia da bambina. Queste problematiche le ho vissute sulla mia pelle e poi aiutando gli altri, visto che avevo imparato bene la lingua, le tradizioni, gli usi.

Si dice che da giovani si lasci la terra d’origine per cercare un futuro migliore. Lei da che Paese arriva?

Io sono arrivata in Italia dall’Eritrea, a nove anni, per ricongiungimento familiare.

Mia mamma era già qui, con un permesso di soggiorno per lavoro. Allora si arrivava in sicurezza. Il motivo per cui mia mamma era scappata dall’Eritrea, lasciandomi con gli zii e i nonni era la guerra. Però non era previsto lo stato di rifugiato, chi usciva aveva quasi sempre un permesso di lavoro.

In che anni accadeva questo?

Mia mamma è arrivata in Italia nel 1982, io nel 1989. (ndr, negli anni Ottanta l’Eritrea è parte dell’Etiopia governata dal Derg, la giunta militare con a capo Menghistu Hailè Mariam. Sono anni difficilissimi per l’Eritrea. Le aziende sono nazionalizzate, è imposto il coprifuoco, cambiata la lingua, chiuse le scuole. Tantissimi eritrei fuggono verso l’Italia. Escono con un visto regolare con passaporto etiopico).

Lei come arriva in Italia?

Sono arrivata in aereo, da sola. Mia mamma non aveva potuto venire a prendermi perché lavorava. Fin dall’inizio lei aveva cercato di portarmi qui, ma non era facile. Comunque io ad Asmara vivevo bene, amata dai parenti cui ero affidata.

Ritorniamo ai problemi sociali, come giudica le attuali leggi sull’immigrazione?

Conosco la questione immigrazione fin da quando ero piccola.

Una volta arrivata ho cominciato la scuola in una classe nella quale ero l’unica straniera. Tutti gli altri bambini erano italiani. Il mio impegno è stato subito quello di imparare la lingua e le tradizioni per eliminare ogni barriera. Il mio obiettivo primario era l’impegno scolastico. Così in pochi mesi sono diventata una delle più brave della classe. Questo però non ha risolto tutti i problemi. Con la mamma vivevamo alla periferia di Pescara dove c’erano situazioni di degrado sociale. La paura di mia mamma era che fossi influenzata da chi, per situazione familiare, non era né aiutato né incentivato a proseguire gli studi. Capivo queste preoccupazioni. I suoi timori mi responsabilizzavano. Studiavo e lavoravo perché comunque la mamma era una donna sola e, anche se non chiedeva aiuti, mi sentivo di dargliene.

Perciò durante l’adolescenza ho lavorato nei bar, ristoranti, alberghi, un po’ di tutto fino alla laurea.

Poi, come tutti i giovani, ho passato momenti di precarietà. Per la prima volta però vedevo la differenza: io arrivavo da un Paese lontano. Questo era un ostacolo in più.  Ero una ragazza di periferia, che viveva solo con la mamma e senza cittadinanza italiana.

A Pescara allora c’erano pochissimi stranieri. Io stavo con i ragazzi italiani, mi sentivo italianissima ma ancora non lo ero. Ero “diversa”.

Per esempio, da liceale, non avevo potuto andare in Inghilterra perché non mi era stato dato il visto. Per la prima volta toccavo con mano ciò che mi diceva la mamma, che non ero italiana e che per questo nella vita avrei sempre dovuto impegnarmi più degli altri. Il senso di riscatto di mia mamma è stato uno stimolo importante per andare avanti con determinazione.

Che differenza c’è tra il suo essere stata immigrata e l’attuale situazione dei migranti?

Innanzitutto, come dicevo prima, io sono arrivata in aereo. Oggi questo non è più possibile perché nel 2002 è stata approvata la legge Bossi-Fini che avrebbe dovuto regolamentare l’immigrazione per ridurla ma che, di fatto, è la causa delle morti in mare. Oggi si dice che i morti in mare sono il risultato di un’immigrazione incontrollata ma secondo me la causa è proprio quella legge che va cambiata. Chi arriva dovrebbe avere già in tasca un contratto di lavoro, condizione di fatto impossibile.

In realtà un tempo questo accadeva. Era uno strascico del colonialismo italiano, della conoscenza della lingua, della presenza della chiesa cattolica che faceva da tramite…

 C’era anche la possibilità di essere aiutati da un familiare che già viveva e lavorava nel Paese d’arrivo. Oggi ci sono persone che vivono all’estero e che potrebbero supportare un parente, aiutandolo sia economicamente sia per l’integrazione, ma non è più possibile. Vediamo invece che i migranti che arrivano dalla Libia, posto che si salvino dal terribile viaggio, devono poi affrontarne un altro viaggio tra i meandri della burocrazia, richiedendo asilo, dimostrando di non essere migrante economico…Sembra non sia più ammessa la condizione di una persona che vive in povertà e che per questo cerca una strada per uscirne. Io stessa ho lavorato un anno in Inghilterra per imparare meglio la lingua, poi però sono tornata in Italia che consideravo casa.

Questi sono contrasti che fanno capire quanta giustizia sociale serva nel mondo. Per questo motivo mi sono candidata.

Donna e lavoro è un’altra condizione non sempre facile. Mancano aiuti per le famiglie per conciliare impegno fuori casa e figli, una situazione che, spesso, diventa penalizzante…

Si. Io ho studiato lingue perché avrei voluto fare l’interprete. All’inizio invece ho fatto la mediatrice. Niente di male, anzi. Però sembrava che in quanto straniera la mia conoscenza delle lingue mi ingabbiasse in quel lavoro. L’ho fatto per molte organizzazioni e quando chiedevo, mandando il curriculum, di essere inserita nell’organico, le risposte erano sempre negative.

L’Arci invece mi ha liberata da quel ruolo. Oggi non sono più mediatrice, mi occupo di amministrazione e gestione di progetti. L’opportunità di fare altro rispetto allo stereotipo in cui si finisce in quanto “stranieri” non sempre arriva, come invece è successo a me.

Anche essere donna e madre può essere complicato. Per questo ho proposto, nel nostro ambito un’organizzazione più flessibile, con turni di lavoro differenti in estate e inverno. In modo che le donne, lavorando per esempio il sabato, quando in inverno c’è la scuola, avessero durante la settimana, qualche ora libera da dedicare ai figli. Una scelta che ha funzionato anche per me e per mia figlia. Pensiamo alle donne straniere che non hanno una rete familiare ad aiutarle, per loro scelte di questo tipo cambiano le prospettive di vita.

Un altro punto di questa campagna elettorale è il diritto di cittadinanza: come si diventa italiani? Per ius soli, temperato o meno, ius scholae o come altro?

Mi meraviglio che se ne parli ogni legislazione. È il cavallo di battaglia per chi dice di volere fare riforme che poi non arrivano…tante proposte, nessun risultato.

Anche per questo mi sono candidata, per affrontare il problema della cittadinanza.

Personalmente sono diventata cittadina italiana a 18 anni, mentre mia mamma già lo era.

Vedo da vicino però i problemi di chi nato e vissuto qui ma non è cittadino. Per esempio un mio cuginetto piccolo nato e cresciuto in Italia, non ha potuto iscriversi alla scuola calcio perché erano chiesti vari documenti dal paese d’origine…una complicazione burocratica per chi nel Paese dei nonni ormai ci va solo in vacanza…

Secondo lei questi mancati cambiamenti nascondono paure?

Penso sia sempre una questione di giustizia sociale. Così però si negano pari opportunità a chi potrebbe  dimostrare di avere talento. È razzismo.

Limitare i diritti è sempre razzismo.

Per concludere, cosa direbbe a chi il 25 settembre andrà a votare?

 Agli elettori direi di votare informandosi, non solo guardando la televisione, ma anche leggendo i programmi dei partiti, ascoltando i candidati.

Spero che dei nostri 18 punti molti si riescano a realizzare. Mi candido per impegnarmi soprattutto per il diritto alla cittadinanza, l’ambiente, i diritti delle donne.  Se c’è la volontà politica, si può fare molto.

@Marilena Dolce

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