Indipendenza, il 24 maggio l’Eritrea festeggia 30 anni

Eritrea, festa dell’indipendenza, 24 maggio

Indipendenza, il 24 maggio quest’anno l’Eritrea festeggia 30 anni. Maggio ha un posto speciale nel cuore degli eritrei che quest’anno festeggiano i trent’anni d’indipendenza.

In tutte le città del mondo dove ci sono comunità eritree la terza domenica di maggio l’Eritrea festeggia l’indipendenza. Una festa per ricordare la nascita del paese e l’inizio della sua ricostruzione materiale, dopo trent’anni di lotta (1961-1991) e molti più di occupazione.

Il 24 maggio 1991 il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo (EPLF)entra ad Asmara, liberando la capitale e con essa il Paese.

Due anni dopo, nel 1993, sotto la supervisione dell’Onu, il referendum “più affermativo della storia” com’è definito, conferma la volontà del popolo (99.8%) eritreo di essere indipendente.

Per la prima volta dal 1890, l’Eritrea, che dall’Italia di Carlo Dossi, ha preso il nome, non dipende più da nessun paese straniero.

Non dall’Italia, che le ha dato gli attuali confini, né della Gran Bretagna, che dopo il 1941 la occupa per conto degli alleati vittoriosi. Ma neppure dall’Etiopia. Prima federata, poi annessa all’impero del negus Hailè Selassiè. Infine occupata militarmente dal Derg con Menghistu Hailè Mariam.

Ed è proprio in questo periodo, negli anni Settanta, mentre in Eritrea spadroneggia il Derg, che la maggior parte degli eritrei fuggono dal paese, cercando riparo all’estero e formando la numerosa diaspora.

Dopo l’indipendenza, la convivenza pacifica di persone che appartengono ad etnie e religioni diverse, l’emissione della moneta, l’autodeterminazione, oltre alla ricostruzione, sono gli obiettivi primari, ma non semplici, che il paese si pone.

A guidarlo è Isaias Afwerki, che aveva partecipato alla guerriglia, per poi segnare la via politica verso l’indipendenza.

Nel 1998 però i molti progetti di rinascita si bloccano. Si scatena un nuovo conflitto con la vicina Etiopia. Nonostante il premier Meles Zenawi avesse combattuto con il suo partito, il Tplf, (Tigray People’s Liberation Front) a fianco all’Eritrea, contro l’oppressione della giunta militare, ora i suoi obiettivi non comprendono un vicino indipendente.

È uno scontro che l’Occidente non capisce e, ancora una volta, segue con distrazione.

Certo i giornalisti, anche italiani, arrivano in Eritrea. L’amico Ghilè, guida turistica, anche con taxi, mi racconta delle conversazione avute con uno di loro. Non so se però il giornalista  gli abbia mai regalato una copia del libro dove, in poche pagine, racconta quel conflitto. Certamente non è una guerra che ha capito. Così scrive, riferendosi al gruppo stampa, “cercavamo inutilmente di venire a capo di un rebus, una guerra scoppiata per il controllo di una pietraia di pochi chilometri d’estensione, un pezzo di deserto senza alcun valore minerario o commerciale, un fazzoletto di polvere utilizzato come pretesto per risolvere rancori antichi tra i governi dei due Paesi”.

La questione al centro della contesa è la striscia di terra, sulla quale sorge la cittadina di Badme. In realtà la disputa per il confine tra Tigray ed Eritrea, oltre a smuovere antiche mappe coloniali, è il campanello d’allarme di un interesse ben più concreto e mai svanito da parte etiopica, quello del Grande Tigray. Uno stato autonomo di cui dovrebbero far parte le regioni dell’Etiopia in cui si parla tigrino, così come l’altopiano eritreo e la zona costiera fino ad Assab.

Comunque sia, la guerra tra i due paesi si chiude nel 2000,lasciando spazio alla diplomazia. Una commissione internazionale riunita ad Algeri stabilisce, nel 2002, che Badme è territorio eritreo, l’Etiopia però non accetta tale decisione, creando uno stato di né guerra né pace che durerà fino al 2018.

Lo scontro tra Eritrea ed Etiopia è stato in realtà uno scontro tra il federalismo etnico del Tplf e l’indipendenza eritrea, vista come un impedimento al raggiungimento dell’obiettivo prioritario, il Grande Tigray

Per questo motivo la situazione di stallo tra Eritrea ed Etiopia, guidata dal Tplf, resta tale fino all’arrivo del premier Abiy Ahmed. Diversamente dal Tplf, che rappresenta una minoranza, Abiy rappresenta le due maggiori etnie del paese, essendo in parte Oromo, in parte Amhara. L’anno dopo la sua elezione, nel 2019, Abiy Ahmed riceve il Nobel per la Pace, prima di tutto per averla fatta, dopo quasi vent’anni con l’Eritrea.

Il 4 novembre 2020 però il Tplf sferra l’attacco contro lo Stato centrale. L’obiettivo è annientare l’attuale governo etiopico. La stampa internazionale, e in Italia soprattutto quella cattolica, sostengono il Tplf, partito che ha basato la propria forza anche sulla costituzione di organizzazioni non governative, che ricevono molti aiuti dall’estero.

L’Eritrea si schiera con il premier Abiy Ahmed e il suo percorso di pace.

Tornando all’indipendenza, quest’anno per l’Eritrea sono trent’anni. Una bella età, fatta anche di momenti difficili. Il paese però è rimasto unito, senza cedere.

Non ultimo l’attacco della pandemia. Il Covid-19 ha costretto l’Eritrea, come il resto del mondo, a chiudere le porte. I numeri dei contagi in questo modo sono rimasti bassi, grazie alla prevenzione e alla creazione di tanti ambulatori per la diagnosi e la quarantena.

Ora si sta riaprendo, con cautela e attenzione, tenendo ancora la mascherina e limitando gli assembramenti. Così anche quest’anno sarà un festeggiamento un po’ diverso ma non per questo meno importante e meno sentito, perché tutti gli eritrei che ho conosciuto hanno la loro patria nel cuore, ovunque vivano.

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