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Il trattato di Uccialli: un equivoco diplomatico tra Italia ed Etiopia

Marilena Dolce
25/03/26
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Dal confronto tra Menelik II e l’Italia nasce una frattura politica destinata a sfociare nella guerra di Adua e a segnare i rapporti tra i due Paesi

La città portuale di Massawa in Eritrea, prima capitale della colonia italiana

Nel 1936 l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), pubblica un volume che contiene i documenti sul conflitto Italo-Etiopico, con un capitolo iniziale che riporta il trattato di Uccialli del 2 maggio 1889.

Il trattato di Uccialli può essere considerato un passaggio cruciale nei rapporti tra Etiopia e Italia, prima della nascita dell’Eritrea (1890), anche se non rappresenta l’unico accordo tra le due parti.

In precedenza era stato firmato un altro trattato dal conte Pietro Antonelli, per conto di Sua Maestà il re d’Italia, e dal re dello Scioa, Menelik II (21 maggio 1883).

Il trattato stabiliva tra i due paesi “pace perpetua e amicizia costante”.

Pace e amicizia confermate quattro anni dopo con un nuovo trattato stipulato questa volta ad Addis Abeba. In esso i due Stati si impegnano a difendersi reciprocamente da eventuali attacchi terzi. Per l’Italia il negoziatore è ancora Antonelli che conosceva bene il territorio etiopico per averlo esplorato più volte in compagnia di Cecchi, Bianchi e Antinori, e che era subentrato a quest’ultimo come ministro plenipotenziario presso il re dello Scioa, conquistandone la stima.

Sono questi gli anni in cui l’Italia inizia l’impresa coloniale in Africa Orientale con l’acquisto da parte di Giuseppe Sapeto, per conto della Compagnia di Navigazione Rubattino di Genova, della baia di Assab (1869). Trattativa alla quale non prese parte nessun ras etiopico. Del resto non esistono documenti neppure che attestino che allora la baia fosse dell’Etiopia.

Per l’Italia Assab è, fin dall’inizio, un avamposto militare. La prima città occupata invece è quella portuale di Massawa, precedentemente presidiata da ottomani ed egiziani.

È da qui che, nel 1887, l’esercito italiano, insieme alle milizie locali, si scontra con l’esercito del ras Alula, alleato del negus Giovanni IV, contrario all’occupazione italiana. Il risultato sarà l’imboscata di Dogali, in cui cade vittima la colonna guidata dal tenente Tommaso De Cristoforis e nella quale perdono la vita 500 soldati italiani e circa 50 baluc basci.

Il cippo in memoria dei caduti di Dogali

Ma la situazione sta ancora per modificarsi. Di lì a poco, infatti, muore in uno scontro contro i Dervisci l’imperatore Giovanni IV e diventa imperatore, anche grazie all’appoggio italiano, Menelik II. A questo punto il conte Antonelli completa l’azione diplomatica, facendo firmare al nuovo sovrano il trattato di Uccialli. Un trattato che, oltre a definire le relazioni politiche, diplomatiche e commerciali tra Italia ed Etiopia, traccia anche i confini della futura colonia Eritrea

L’articolo 3 di questo trattato dice che per “rimuovere ogni equivoco circa i limiti dei territori sopra i quali le due parti contraenti esercitano i diritti di sovranità, una commissione speciale composta di due delegati italiani e due etiopici traccerà sul terreno con appositi segnali permanenti una linea di confine”. Seguono quindi i dettagli di tali confini.

In realtà la questione confini non è del tutto appianata dal trattato. Per questo motivo, il 1 ottobre 1889, durante un viaggio in Italia, Makonnen, il cugino di Menelik e il presidente del Consiglio Francesco Crispi, firmano una convenzione addizionale in cui si stabilisce che l’articolo 3 che delimita i confini italo-etiopici “prende a base il possesso di fatto attuale”.

Una volta ottenuta la firma dell’Etiopia, Crispi notifica la convenzione alle tredici potenze firmatarie dell’atto generale di Berlino. Gli obiettivi che l’Italia voleva ottenere erano due: confini certi per la nascente Eritrea (che però Menelik in seguito contesterà) e che l’Etiopia fosse, se non de facto almeno de jure, un protettorato italiano.

Scrive Angelo Del Boca: “mentre il 1 ottobre Makonnen firma a Napoli la convenzione, convinto che gli italiani siano arrivati ad Asmara, in realtà il generale Baldissera a quella data ha già occupato l’Hamasien, l’Acchele Guzai, il Barca e il Seraè per raggiungere in dicembre la frontiera dei fiumi Mareb-Belesa-Muna”.

Il trattato di Uccialli, oltre a definire i confini, comprende però un altro articolo destinato a essere contestato: il numero 17. In esso si legge che “Sua Maestà, il Re dei Re d’Etiopia consente di servirsi del Governo di S.M. il Re d’Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre potenze e governi”.

Questo articolo diventa il vero nodo del trattato. Nella versione italiana viene interpretato come un vincolo, mentre in quella amarica come una semplice possibilità. Da qui nasce un equivoco diplomatico destinato ad avere conseguenze politiche decisive.

In seguito Menelik, rifiutandolo, dirà di non sentirsi vincolato all’Italia per le decisioni politiche, economiche e commerciali del suo regno. Punto critico è quel “poter servirsi”, una possibilità secondo Menelik, non un obbligo. Da qui la diatriba accesa dalla doppia stesura, in lingua italiana e in amarico.

Di fatto Menelik il 16 marzo 1894 invia una lettera all’Italia per chiedere l’abrogazione del trattato di Uccialli.

Secondo Del Boca, la traduzione in amarico dice testualmente “che per qualsiasi necessità di cui abbia bisogno presso i sovrani d’Europa, all’imperatore d’Etiopia sarà possibile corrispondere con l’aiuto del governo italiano”. La versione italiana riportata nel documento pubblicato dall’ISPI nel 1936 suggerisce invece una lettura diversa.

Fatto sta che lo screzio innescato dall’articolo 17 del trattato di Uccialli sarà alla base della guerra tra Italia ed Etiopia del 1895-1896.

Tuttavia, come riporta Emilio Bellavita, aiutante di campo del generale Dabormida, citando un saggio del 1897, appena rimosso tale articolo, “Inghilterra, Francia, Russia, libere ormai di trattare direttamente con l’Imperatore d’Etiopia, andavano a gara per inviare missioni a Menelik cariche di regali […] senza riguardi di sorta verso il nostro Governo”.

Il trattato di Uccialli e la sua sconfessione diventano quindi un caso diplomatico e politico che avvia la crisi militare che porta al conflitto e alla disfatta italiana di Adua (1895), ricordata con un cippo nei pressi di Adi Quala, in Eritrea.

I confini dell’Eritrea secondo le convenzioni italo etiopiche del 1900

Dopo la sconfitta di Adua e il seguente trattato di pace di Addis Abeba, che annulla il trattato di Uccialli, “l’Italia riconosce l’indipendenza assoluta e senza riserve dell’impero etiopico come Stato sovrano e indipendente”. Poco dopo sarà firmata una convenzione di frontiera che definirà i confini dell’Eritrea confermandone la linea lungo il fiume Mareb.

In Etiopia ancora oggi la vittoria di Adua è festa nazionale, istituita da Menelik II e tuttora commemorata. Nel tempo, questo evento ha assunto un valore simbolico che va oltre la dimensione militare, diventando per molti il segno della resistenza africana al colonialismo europeo.

Allo stesso tempo, il significato storico di Adua è stato oggetto di letture diverse, tra celebrazione identitaria e riflessione più ampia sul percorso politico del continente africano.

Marilena Dolce

Giornalista e fondatrice di EritreaLive, giornale indipendente dedicato al Corno d’Africa.

Da oltre dieci anni segue con continuità le dinamiche politiche e sociali dell’Eritrea e dell’Etiopia, con particolare attenzione ai rapporti regionali e agli equilibri geopolitici dell’area.

Ha collaborato con la testata online Affari Italiani, pubblicando articoli e analisi dedicati al Corno d’Africa e contribuendo alla copertura giornalistica di una regione spesso poco rappresentata nel panorama mediatico europeo.

Attraverso EritreaLive sviluppa un lavoro di informazione e analisi volto a rendere comprensibili le trasformazioni del Corno d’Africa a un pubblico italiano e internazionale.

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