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Etiopia, nel Tigray arriva il cessate il fuoco per motivi umanitari

Marilena Dolce
30/06/21
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Etiopia, nel Tigray arriva il cessate il fuoco per motivi umanitari

AFFARI ITALIANI

Lunedì 28 giugno, in tarda serata, arriva la conferma. Il governo del premier Abiy Ahmed ha proclamato unilateralmente il cessate il fuoco per motivi umanitari.  

MSF presta aiuto nella regione del Tigray

 Nella regione del Tigray, a nord dell’Etiopia, la guerriglia del Tplf ha seminato da novembre ad oggi morte e distruzione. La logica dei miliziani, contro il governo di Addis Abeba, è stata fare terra bruciata, portando via tutto, dando fuoco alle ambulanze, saccheggiando gli ospedali, impaurendo la popolazione.

Soprattutto isolando il Tigray dal resto del Paese che il 21 di questo mese è andato alle urne. Gli elettori sono stati chiamati per scegliere i membri del Parlamento, mentre il leader del partito vincitore diventerà Primo Ministro. Importante banco di prova per il Prosperity Party del premier Abiy Ahmed, al governo dal 2018 e per la prima volta alle elezioni. Non ci sono ancora i risultati, tuttavia l’affluenza è stata alta, dato significativo perché l’opposizione invitava all’astensione.

E proprio sulle elezioni il Tplf  inizia lo scontro con Addis Abeba. Programmate per agosto 2020, sono state rinviate per la pandemia. Il Tplf però ignora la decisione del governo centrale, indicendo a settembre elezioni autonome. Poco dopo lo scontro diventerà armato. Il 4 novembre, infatti, i miliziani attaccano il Comando Nord, la riserva più importante di armamenti del Paese. Il Tplf, Tigray People’s Liberation Front, è il partito nato durante la lotta contro Menghistu Hailè Mariam. Nel 1991 l’allora leader Meles Zenawi instaura nel paese il federalismo etnico, mettendosi, con il suo partito, a capo della coalizione di governo e controllandolo grazie al sette per cento di rappresentanza tigrina.

Nella guerra contro Addis Abeba il Tplf mette in campo 250 mila combattenti tra milizie, forze speciali e polizia. Prima di assaltare la Caserma Nord la sua tattica è distruggere infrastrutture e telecomunicazioni. È importante ricordare che la distruzione delle linee telefoniche, di internet, delle principali arterie verso la capitale e dell’aeroporto di Mekellè avviene prima e non dopo l’attacco. E che a farlo sono i miliziani del Tplf che circondano la regione.

Nelle ore di quella tragica notte moriranno moltissimi soldati dell’esercito federale. Altri invece riusciranno a scappare, attraversando il confine per trovare aiuto e rifugio in Eritrea, che nei giorni successivi subisce una serie di lanci di missili partiti dalle zone del Tigray controllate dal Tplf. Lo scopo sarebbe trascinare l’Eritrea nel conflitto, ma Asmara non reagisce.

Del resto è proprio il territorio confinante sull’altopiano, quello tra Eritrea ed Etiopia, che aveva scatenato la guerra dal 1998-2000, seguita fino al 2018 dallo stato di né guerra né pace. Una condizione d’instabilità voluta dal governo etiopico che non rispetta l’accordo di Algeri che aveva definito eritrei parte dei territori contesi. È la firma ad Asmara tra il premier Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afwerki, nel 2018, a mettere fine, quasi vent’anni dopo, alla condizione di guerra fredda tra Eritrea ed Etiopia. Una scelta politica importantissima, che vale ad Abiy, nel 2019, il premio Nobel per la Pace.

Adesso gli osservatori e la stampa internazionale vorrebbero togliere ad Abiy quel premio, considerando che nel Tigray c’è la guerra. Ma chi l’ha voluta? E perché un governo dovrebbe sedersi al tavolo e trattare con un gruppo armato terrorista? Fin dall’inizio il premier Abiy ha detto che l’intento del suo governo era riportare “legge e ordine”, con il minor costo possibile per i civili.

La stampa e le organizzazioni internazionali lo accusano però di limitare e bloccare l’arrivo di aiuti umanitari, di non volere ong e di usare la fame come arma di guerra. Insomma Abiy starebbe ignorando i diritti umani di uomini, donne, vecchi e bambini. Non ultimo è accusato di essersi alleato con l’Eritrea.

A questo proposito va detto che nelle dichiarazioni pubbliche Abiy Ahmed ha mostrato, fin dall’inizio, di non ritenere la firma della pace con l’Eritrea un pro forma. Di ritenerla invece una coalizione importante che, nella situazione innescata dal Tplf, diventa militare. Gli schieramenti in campo contro il Tplf sono tre, l’esercito eritreo, le milizie amhara e i soldati federali. Gli amhara hanno il dente avvelenato contro la leadership tigrina che in passato li ha espropriati delle terre, della lingua, imponendo il tigrino anziché l’amarico e perpetrando per anni una violenta pulizia etnica a beneficio della minoranza tigrina.

L’uscita del Tplf dalla scena politica è stata perciò da loro salutata con sollievo.

La stampa internazionale contro la presenza dei soldati eritrei ha mosso pesanti accuse, tutte per il momento senza prove. C’è anzi il sospetto che l’uscita di notizie prive di fonti, o con fonti non attendibili, nasconda la residua capacità del Tplf di manipolare i media.

Ieri, con un comunicato e con un tweet, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è detto fiducioso, dopo aver parlato con il premier Abiy Ahmed, che le ostilità sarebbero cessate, per proteggere i civili e le persone che hanno bisogno di ricevere gli aiuti umanitari.

Sulla presenza di organizzazioni umanitarie e sulla distribuzione degli aiuti, è importante sentire la voce di Medici Senza Frontiere, Msf, organizzazione internazionale che da decenni lavora in Etiopia e che si trovava lì a novembre 2020.

Le parole degli operatori, Tommaso Santo, responsabile dell’intervento di emergenza nella regione, e Marco Sandrone, coordinatore dei progetti ad Axum e Adua, da poco rientrati in Italia, descrivono “uno scenario cupo”, “una guerra con pesanti ricadute sulla popolazione”. Nella situazione attuale, spiegano, il Tplf controlla le aree rurali, mentre i federali hanno ripreso il controllo delle città.

Molti sono gli sfollati interni. Secondo l’Unhcr circa un milione. Persone che si spostano, andando dove il conflitto si interrompe. Ma il problema più grosso, dice Msf, è che l’ottanta per cento dei centri medici è saccheggiato o distrutto.

Così come “sono state distrutte tutte le infrastrutture, le fabbriche, i pozzi, gli ospedali mettendo in ginocchio la popolazione che non ha più accesso a cure mediche”. Inoltre mancano le ambulanze requisite dagli “attori militari” per altri usi. Ad Adua l’ospedale di riferimento per circa 80 mila abitanti, parzialmente distrutto, è stato totalmente saccheggiato. Il personale medico, non più  pagato, se ne è andato altrove. Prima della guerra negli ospedali, anche nei più piccoli, c’erano attrezzature e macchinari di buon livello, a volte addirittura eccellenti. Per esempio ad Abi Adi,  paesino più piccolo di Adua e con meno abitanti, “è stata distrutta una TAC da 4 milioni di euro”. Altro problema è la fuga della classe medica di alto livello, come il rettore donna dell’Università di Makelle, fuggita in Germania dopo la rivolta contro Addis Abeba”.

Le strutture ospedaliere del Tigray sono quindi “collassate”, ripetono gli operatori di Msf, sotto i colpi della guerra, lasciando la popolazione priva delle cure essenziali e degli interventi d’emergenza. Certo c’è da chiedersi, ascoltando il loro puntuale e preciso racconto, a quali  “attori”, convenisse radere al suolo la sanità pubblica e svellere i costosi macchinari. A chi convenisse impaurire i medici e far sparire le medicine. Sembra inverosimile che a ordinarlo sia stato il governo federale perché  se la gente, senza cure e medicine muore, la colpa ricade su Addis Abeba, già sotto la lente d’ingrandimento internazionale.

A questo si aggiunge l’accusa di affamare la popolazione. Rendendo volutamente difficili gli spostamenti delle agenzie umanitarie, costringendole a transare ad ogni posto di blocco per riuscire a raggiungere chi vive nelle zone rurali.

La cronaca fornita da Msf è precedente al cessate il fuoco di ieri, però delinea un quadro utile per capire i successivi avvenimenti.

Per esempio, se oltrepassando un posto di blocco un carico di aiuti fosse intercettato dal Tplf, le persone a bordo del convoglio rischierebbero di essere uccise? “Da un lato” spiega Msf “si bloccano i convogli di aiuti per isolare le zone ribelli del Tigray, dall’altro però si vuole evitare che le persone delle organizzazioni internazionali finiscano al centro di uno scontro armato”. Purtroppo è di qualche giorno fa la notizia di un attacco a un convoglio di Msf nel quale sono morti tre operatori, Maria Hernandez, coordinatrice dell’emergenza nella regione, di nazionalità spagnola, Yohannes Halefom Reda, assistente coordinatore e Tedros Gebremariam Gebremichael, autista, entrambi di nazionalità etiopica.

Fame e carestia sono problemi connessi alla guerra. Il premier Abiy, però, rispondendo settimana scorsa a un giornalista, dice che nel Tigray non si muore di fame. Il governo di Addis Abeba in questi mesi ha fornito aiuti alimentari a più di 4.7 milioni di abitanti del Tigray, che ne conta circa sei.

Anche la Fao, Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, spiega la rappresentante Fatouma Seid, è intervenuta a sostegno delle famiglie nel Tigray. A cinquantamila sono stati distribuiti semi di grano, teff e ortaggi. Ad altre centomila è stato vaccinato il bestiame, in una situazione in cui mancano le  cliniche veterinarie. L’agricoltura, fonte primaria di sostentamento, è aiutata perché  il conflitto, avendo impedito la normale semina, non metta a rischio il futuro raccolto. “La malnutrizione” dice Msf “soprattutto nei bambini è un problema già presente, che il conflitto ha acuito”. Ora il cessate il fuoco chiesto al governo dall’amministrazione tigrina pro tempore, dovrebbe facilitare la distribuzione degli aiuti alle famiglie e, soprattutto, permettere ai contadini di riprendere il lavoro nei campi.

Nelle aree rurali non c’è l’energia elettrica, quindi le pompe d’acqua non funzionano. Il rischio è che la gente si ammali utilizzando acqua sporca, perciò  Msf si sposta di villaggio in villaggio per ripristinare le pompe manuali e aiutare anche così la popolazione.

Ora, con il cessate il fuoco, l’aiuto delle organizzazioni internazionali, con le cliniche mobili e la distribuzione di cibo e medicine, avverrà meglio, con minor pericolo per gli operatori e la popolazione.  Del resto fin dall’inizio obiettivo del governo di Addis Abeba è stato tutelare i civili e far luce su chi non avesse rispettato i diritti umani, come richiesto dal diritto internazionale.

La speranza è che questo cessate il fuoco sia il primo atto di un processo di pace.

L’agenzia Reuters riporta tuttavia la dichiarazioni, via telefono satellitare di Getachew Redae, esponente Tplf,  che dice, “la capitale del Tigray, Mekellé, è sotto il nostro controllo”. A questa voce si aggiungono diverse testimonianze di festeggiamenti e lancio di fuochi d’artificio nel cielo della città dove sventolano bandiere giallorosse.

Sui social, sopravvissuti e affiliati del Tplf, scesi dalle montagne, promettono di combattere “finché tutti i nemici non saranno scomparsi”. Mentre la Reuters di Nairobi riporta la notizia di  “rastrellamenti” da parte del Tplf  a danno delle forze governative che lasciano la città, “tornata al 100 per cento sotto il loro controllo”.

Ecco, a caldo, le dichiarazioni del Tplf sul cessate il fuoco sono più trionfalistiche che pacifiste. Non accompagnate da parole sulla preoccupazione per il raccolto, sulla fame dei concittadini o sulla carestia incombente nella regione, governata da loro per più di trent’anni e passata a ferro e fuoco negli ultimi otto mesi.

Marilena Dolce

 

Marilena Dolce

Marilena Dolce, giornalista. Da circa dieci anni viaggio verso il Corno d'Africa e da altrettanti scrivo ciò che vedo. Soprattutto per Eritrea ed Etiopia ma non solo. Dal 2012 scrivo per EritreaLive, notizie e racconti in diretta dall'Eritrea. Perchè per capire il mondo bisogna uscire dal proprio quartiere, anche solo leggendo.

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