Etiopia, la morte di un simbolo della musica Oromo infiamma il Paese

Etiopia, la morte di un simbolo della musica Oromo infiamma il paese

Haacaaluu Hundeessaa, simbolo della musica oromo, ucciso ad Addis Abeba

In Etiopia la morte di Haacaaluu Hundeessaa, simbolo della musica oromo ha infiammato il Paese. Molti gli scontri in diverse città per protestare contro l’uccisione di Haacaaluu Hundeessaa , autore di “Maalan Jirra” canzone scritta nel 2015 per denunciare la cancellazione della cultura oromo.

Una settimana di scontri molto accesi per la sua morte avvenuta nella notte di lunedì. Voce e musica del cantante erano ormai parte dell’etnia oromo, 32 per cento della popolazione etiopica.

Haacaaluu Hundeessaa, 34 anni, è stato ucciso verso le nove di sera mentre era al volante dell’auto, in un quartiere alla periferia della capitale Addis Abeba.

Nel 2018  le sue canzoni erano state parte della protesta oromo che ha sorretto il movimento per il cambiamento e l’arrivo di Abiy Ahmed.

Per la prima volta l’Etiopia ha un premier di etnia in parte Oromo in parte Amhara, scalzando così l’egemonia Tigray.

Haacaaluu Hundeessaa, fin da ragazzino è critico verso il governo in carica e, a 17 anni, finisce in prigione per motivi politici. Qui sconta una pena di cinque anni e impara a suonare, a comporre musica, a scrivere testi.

Del suo assassinio non si conoscono, per il momento, né i dettagli né il movente. Appena si è appresa la notizia della morte in molti si sono accalcati davanti all’ingresso dell’ospedale di Addis Abeba dove’era stato portato, per impedire che la salma lasciasse la capitale.

Il corpo invece, per volere della famiglia, è stato portato ad Ambo, sua città natale, a ovest della capitale. Ieri qui si sono svolti i funerali. “Abbiamo perso la nostra voce” ha detto un giovane durante la cerimonia, “ma continueremo a lottare finché  sarà fatta giustizia per la sua morte.

Il primo ministro Abiy ha espresso pubblicamente il proprio dolore per la morte del giovane cantante, “una vita preziosa”, ha detto.

Tuttavia nel Paese la rabbia dei manifestanti ha continuato a montare.

Social e televisioni Oromo mostrano migliaia di persone per le  strade. Mentre i tweet che in un primo momento esprimono il dolore, diventano subito dopo una forte protesta antigovernativa.

Martedì nella capitale si sono sentiti spari. La polizia ha disperso i manifestanti usando lacrimogeni. L’accesso a internet da allora è bloccato. Il bollettino di morti e feriti sale fino ad arrivare a ottantuno.

Ad Harar Jugol, nella regione dell’Harari i manifestanti abbattono la statua di Ras Makonnen, padre di Heilè Selassiè, ultimo imperatore d’Etiopia. La statua lo rappresenta a cavallo. Il motivo è forse quanto dichiarato dal cantante in una recente intervista in cui diceva che la gente avrebbe dovuto ricordare che tutti i cavalli montati dai leader del passato sono del popolo.

Per frenare i disordini la polizia arresta molte persone. Tra loro Jawar Mohammed, leader dell’opposizione, capo del network Oromia Media con base in America, un tempo alleato e ora oppositore di Abiy Ahmed.

Ad oggi la situazione in Etiopia resta tesa. Proprio nel momento in cui, per la pandemia, la prima prova elettorale del premier Abiy si allontana. Le elezioni infatti non potranno tenersi neppure in agosto.

Il governo etiopico, nel frattempo, riferendosi all’accaduto,  punta il dito sia contro “forze esterne” al Paese, sia contro “oppositori interni”.

Abiy Ahmed dal 2018 ha fatto molte riforme. In politica estera il suo primo passo, che gli è valso il premio Nobel per la Pace,  è stato riconoscere, firmandola ad Asmara, la pace con l’Eritrea. Una situazione  lasciata dai suoi predecessori, e dai loro alleati, in sospeso per vent’anni.

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