Etiopia, i noti ospiti dell’ambasciata italiana di Addis Abeba

Etiopia, i noti ospiti, una storia dimenticata all’interno dell’ambasciata italiana di

Addis Abeba

 

©italyinethiopia, Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba, residenza dei noti ospiti

 I noti ospiti, una storia dimenticata all’interno dell’ambasciata italiana di Addis Abeba

Da 27 anni nell’ambasciata italiana di Addis Abeba vivono due alti esponenti del regime etiopico di Menghistu Heilemariam. 

I noti ospiti, una storia dimenticata. Anzi, per meglio dire, archiviata nelle stanze dell’Ambasciata Italiana di Addis Abeba, in Etiopia.

A raccontarla in un libro per Greco&Greco, dal titolo appunto, I noti ospiti, l’ex ambasciatore in Etiopia Giuseppe Mistretta e il suo giovane collaboratore, Giuliano Fragnito.

I noti ospiti

La vicenda dei noti ospiti inizia a maggio 1991. Per l’Etiopia è il momento del cambiamento. Finisce il feroce regime di Menghistu Heilemariam, durato 17 anni. Nella capitale Addis Abeba entrano i combattenti del TPLF, Tigray People’s Liberation Front, guidati da Meles Zenawi.

I vertici del Derg, il comitato di Menghistu, scappano.  Temono una notte dei lunghi coltelli. Chi può, come Menghistu stesso, fugge all’estero. Altri cercano riparo nel “territorio” delle ambasciate straniere.

Un gruppetto si dirige verso la collinetta dove si trova il compound dell’ambasciata italiana.

La sera del 25 maggio si presenta al cancello dell’ambasciata italiana un manipolo di persone. Gerarchi del passato regime. Sono Haylu Ymane, vice presidente del  consiglio di stato, Seyoum Mekonnen, vice capo di stato maggiore, Wolle Checol, ex primo ministro, Fisika Sidelli, ministero dell’economia e Afeworki Berhane, ex sindaco di Asmara e ministro della anità.

Nelle notti successive arrivano anche l’ex ministro degli esteri, Berhanou Bayeh, l’ex capo di stato maggiore, Addis Tedla e il presidente ad interim della nuova Repubblica Popolare Democratica d’Etiopia, Tesfaye Gebrekidan, che per poche ore ha sostituito il colonnello Menghistu, fuggito in Zimbawe dove ancora vive.

A riceverli, uno dopo l’altro, l’Ambasciatore italiano Sergio Angeletti.

Sono in tutto otto. Per due di loro la latitanza durerà in eterno. Dopo 27 anni e, ormai invecchiati, sono ancora lì.

Anche nelle altre ambasciate occidentali, del Vietnam e della Cina cercano rifugio gli ex uomini del Derg, timorosi di rappresaglie.

Il 1991 è un anno cruciale per Etiopia ed Eritrea. Menghistu, dopo le vittorie eritree ad Afabet e Nakfa, si rende conto che l’EPLF, Eritrean People’s Liberation Front, vincerà. Che l’Eritrea sarà libera.  

I soldati etiopici, stanchi e demotivati, si trovano adesso a combattere due nemici. Da un lato gli eritrei, dall’altro i ribelli del TPLF, Tigray People’s Liberation Front.

All’inizio di giugno il TPLF entra ad Addis Abeba. Il suo leader, Meles Zenawi diventa il capo della nuova Etiopia.

Per i gerarchi del Derg non c’è più posto. Sono persone compromesse con il “terrore rosso”. Una scellerata politica che ha provocato la tortura e l’uccisione di migliaia di innocenti.

Il piano di chi ha cercato riparo nelle ambasciate è garantirsi l’immunità. Molte ambasciate tuttavia rifiutano di accoglierli.

Non quella italiana. Roma infatti ha mantenuto buoni rapporti con l’Etiopia, anche durante il regime sanguinario di Menghistu.

“L’ambasciatore Sergio Angeletti e la sua consorte, signora Irene, rappresentano in quel periodo un solido punto di riferimento nella comunità diplomatica”. Scrive Mistretta, a sua volta ambasciatore ad Addis Abeba dal 2014 al 2017.  

Angeletti è capo missione in Etiopia per 8 anni, anche durante la dittatura di Menghistu.  

Sulla sua scelta di accogliere gli ex esponenti del Derg, Mistretta fa due ipotesi, la prima umanitaria, basata su rapporti personali.

La seconda politica. Mentre in Etiopia è terminato il regime di Menghistu, Italia e America mantengono legami con alcuni esponenti ex Derg che potrebbero condurre il paese verso la democrazia.

Tali “traghettatori” potrebbero essere appunto gli uomini all’interno dell’ambasciata italiana: Tesfaye Gebrekidan, Berhanu Bayeh e Addis Tedla.

Una scelta ovviamente sgradita al nuovo governo.

Gli esponenti del passato regime, dice Meles, devono essere assicurati alla giustizia. Per fare ciò saranno approntati nuovi tribunali.

Alcuni rifugiati escono dalle ambasciate e si consegnano. Ad altri sono le stesse ambasciate che chiedono di uscire.

Niente di tutto ciò per quelli che si trovano dentro l’ambasciata italiana. Haylu Ymane, ex vice presidente del consiglio, però, non regge la pressione e si suicida.

Gli altri quattro, entrati con lui, decidono di consegnarsi uscendo spontaneamente dall’ambasciata.

Restano invece Berhanu Bayeh, Addis Tedla e Tesfaye Gebrekidan.

L’ambasciatore Angeletti non li obbliga a consegnarsi.

A questo punto tra Angeletti e Roma inizia una fitta corrispondenza. Oggetto: “i noti ospiti”. O perlomeno quelli che, con il passare dei giorni e degli anni, diventeranno i soliti noti.

Ma chi sono Tesfaye Gebrekidan, Addis Tedla e Berhanu Bayeh? Sono stati gli uomini forti del Derg.  Con Menghistu fin dalla prima ora.  “Un regime” dicono Berhanu Baye e Addis Tedla ricordando quegli anni, “prima di tutto militare e nazionalista” non per niente il suo slogan è “Ethiopia first”.

Poi anche marxista, per garantirsi l’alleanza sovietica e per sottolineare la distanza dal feudalesimo di Heilè Selassié. L’imperatore ucciso nel suo letto il 27 agosto 1975.     

L’Etiopia, con il Derg, sprofonda in un’infinita serie di ammazzamenti, soprusi, angherie, rese dei conti.

Di tali attività criminali quelli che ora si sono rifugiati nell’ambasciata erano, molto probabilmente, il braccio armato, oltre che la mente politica e militare.   Berhanu, per la verità, cerca di chiamarsene fuori.

“Asserisce” riporta Mistretta “di aver fatto il possibile per evitare che fossero uccisi 250 prigionieri appartenenti al precedente regime”, riducendone il numero a “soli 60”. 

La banalità del male, come sempre.

La Rivoluzione di Menghistu è stata un’intimidazione continua.  Con i corpi trucidati lasciati esposti nelle vie e nelle piazze per giorni. E i parenti costretti a pagare il costo delle pallottole che li hanno uccisi.  Moniti terrificanti per avere incondizionata obbedienza.

Quella appunto dei tre rifugiati.

Non ci sono numeri certi per gli eccidi del “terrore rosso”. Tuttavia Amnesty International stima in circa 500 mila le vittime, dal 1973 al 1975.

La folla rumoreggia davanti all’ambasciata dove sono custoditi i tre gerarchi. La gente chiede che siano riconsegnati.

Il problema spinoso, quello per cui Angeletti temporeggia, è la loro possibile condanna a morte. L’Italia è contro la pena di morte. Motivo per cui non possono essere riconsegnati se rischiano tale condanna.

Da un lato la gente in Etiopia chiede giustizia. Che i tre, accusati di crimini contro l’umanità e genocidio, vengano rilasciati per essere processati. Dall’altro l’Italia non può consegnarli se permane la possibilità della pena capitale.  

I noti ospiti comunque non si consegnano per senso dell’onore. Hanno ubbidito agli ordini. Non hanno niente di cui pentirsi dicono.

Angeletti chiede al governo di Meles l’assicurazione, per rilasciarli, che la pena capitale sia commutata in carcere a vita. Meles non può darla, perché la pena sarà decisa da un tribunale, in nome del popolo.

Va anche detto che i tentativi di Angeletti e dell’Italia per coinvolgere organismi internazionali non portano a nessun risultato.

Si defilano le Nazioni Unite, la Croce Rossa, l’Unhcr, l’Unione Europea, Amnesty International, l’Unione Africana.

La patata bollente dei “noti ospiti” è lasciata all’ambasciata italiana di Addis Abeba.

Intanto arriva dall’Italia l’invito perché i tre gerarchi lascino l’ambasciata. Non ci sono più motivi per avere asilo.

I noti ospiti però ignorano la richiesta e l’Italia non insiste.

Altri ex militari, funzionari, politici del Derg affrontano carcerazioni preventive e processi. La situazione dei noti ospiti invece è cristallizzata, nel reciproco imbarazzo d’Italia ed Etiopia. Nessuno sa come risolvere l’impasse.

Nel 1993 termina la missione di Angeletti.

I noti ospiti sono ancora nella Foresteria. Hanno una camera ciascuno e bagno e cucina in comune. Non possono ricevere visite di familiari, tra l’altro fuggiti in Canada e Stati Uniti. Vivono tra casa e giardino, controllati dalle guardie etiopiche che sorvegliano il compound italiano. Oltre all’alloggio anche il vitto è offerto dalla missione italiana.

Nel 1994 iniziano i processi. Settantatré alti dirigenti sono in tribunale, 22 processati in contumacia. Tra questi i noti ospiti.

Nel 2004 un giornalista inglese Jonathan Clayton entrato con uno stratagemma nell’ambasciata italiana, intervista i noti ospiti.

Loro, gli dicono, sono ormai “detriti della storia”. Aggiungendo di sentirsi confinati in un piccolo spazio. Prima di andarsene il giornalista intervista il nuovo ambasciatore che gli dice, riferendosi ai tre, “se non sono contenti di stare qui, se ne vadano”.

L’articolo esce sul Times ma è un flop. Roma e Addis Abeba hanno di fatto raggiunto un accordo, nell’impossibilità di risolvere la questione entrambi rispettano lo status quo. Evitando clamori.  

Il 2 giugno dello stesso anno però, mentre si svolge la festa per la Repubblica, tra Tesfaye e Berhanu si scatena una lite. Nella lotta, secondo quanto riferito da una domestica, Tesfaye si ferisce alla testa. Non sembra grave. Invece morirà poco dopo, “per cause ignote”, scrive il medico nel referto. Un “incidente domestico” che, ancora una volta, non incrina i rapporti diplomatici tra Etiopia e Italia.

Berhanu Bayeh resta in ambasciata, gravato anche dal sospetto di aver causato la morte di Tesfaye.

Due anni dopo, a 15 anni dall’inizio, si conclude il processo di primo grado contro i principali gerarchi. Nessuno di loro è condannato a morte.

La sentenza di secondo grado però modificherà il giudizio. Menghistu Heilemariam e altri diciotto collaboratori, tra cui Berhanu Bayhe e Addis Tedla sono condannati a morte per genocidio e crimini contro l’umanità.  

Anche nel 2011 Berhanu Bayhe e Addis Tedla non faranno parte del gruppo di ex gerarchi cui la pena capitale è commutata in ergastolo.

La loro pena sine die è continuare a vivere tra le mura dell’ambasciata italiana. Salvando l’onore macchiato di sangue.

 

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

 

 

Post a Comment