Etiopia, don Angelo, tempo e risorse per Bosco Children

Etiopia, don Angelo, tempo e risorse per i ragazzi di Bosco Children

Addis Abeba, la visita di Emanuela Del Re alla missione salesiana Bosco Children. Nella foto il vm agli Esteri con don Angelo e i ragazzi del Centro.

Bosco Children, i ragazzi di Don Bosco, in Etiopia, missione salesiana visitata da Giuseppe Conte e Emanuela Del Re. Un punto di riferimento per molti ex ragazzi di strada.

In Etiopia don Angelo impiega da anni tempo e risorse per i ragazzi di Bosco Children, per la loro formazione.

Lo scorso novembre la missione che collabora con il MAECI è stata visitata dal premier Giuseppe Conte. Poco dopo da Emanuela Del Re, vice ministro agli Esteri. Entrambi per la prima volta nel Corno d’Africa, sono stati sia ad Asmara che ad Addis Abeba.

La pace firmata lo scorso luglio 2018 dal primo ministro Abiy Ahmed e dal presidente Isaias Afwerki, infatti, ha modificato la politica del governo italiano. Da un’indifferenza ostile verso la tensione ventennale tra i due paesi, si è passati all’interesse e al sostegno per le imprese private e per i loro possibili investimenti.

Da quasi quarant’anni sui giovani in difficoltà ha investito tempo e risorse Abba Angelo, don Regazzo, che ha fondato ad Addis Abeba Bosco Children, i ragazzi di Don Bosco.

Un’esperienza importante, che completa quelle di  VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, basata su corsi di formazione, “TechPro2” perché dalla teoria si passi alla pratica e al lavoro.  

Durante la sua visita in Etiopia, Conte è andato a vedere il Centro per premiare, fra i tanti, due ragazzi che ne sono usciti con un diploma e un lavoro presso l’AMCE, filiale etiopica dell’azienda di veicoli commerciali IVECO.

Addis Abeba, Bosco Children, il premier Giuseppe Conte con don Angelo Regazzo e i due giovani premiati, Amaniel e Demelash

Al Presidente del Consiglio, don Angelo ha detto che per fermare il flusso di migranti dal Corno d’Africa verso l’Italia, occorrono più scuole tecniche per la formazione, come quella di Bosco Children.

Chi sono i ragazzi di Addis Abeba che Bosco Children mette in salvo?

“Sono ragazzi di strada”, spiega don Angelo, “che però non vogliono più essere chiamati così, perché è offensivo. Per noi, infatti, diventano i ragazzi di Don Bosco, i Bosco Children”. 

Le loro storie spesso si assomigliano. Non c’è differenza etnica o sociale fra loro. Tutti sognano la capitale Addis Abeba, città molto diversa dai piccoli centri da cui provengono.

Perciò, per raggiungere la capitale e per viverci, sono disposti a tutto. Lasciano casa e famiglia dove, spiega don Angelo, non sono oppressi o maltrattati. Il viaggio lo fanno percorrendo centinaia di chilometri nascosti a bordo di camion, all’insaputa dell’autista.

Quindi arrivano ad Addis Abeba che li affascina perché, con i suoi grattacieli, i negozi, le macchine, è come l’avevano vista in televisione.

“Tutto bello, ma costoso”, dice don Angelo. “Così”, continua “cominciano a rubacchiare per mangiare. Poi vengono avvicinati dalla malavita”.

Le stesse persone che odiano il lavoro di don Angelo perché porta via loro una facile e sottopagata manovalanza.

I giovani assoldati per rubare e rivendere a poco la refurtiva, si riuniscono in gruppi omogenei, che parlano lo stesso dialetto. Quindi scelgono un “capo”. In questo modo la rete per delinquere si allarga e si rafforza.  

Capita però che, arrestati dalla polizia, finiscano in prigione. Don Angelo collabora con il ministero della Giustizia, in modo che i ragazzi condannati possano scontare presso Bosco Children parte della pena. Una sorta di messa alla prova.

I volontari di Bosco Children escono tre volte alla settimana, per cercare di notte i ragazzi. Con due macchine vanno dove loro si rifugiano, ponti, tombini, marciapiedi.

Una volta trovati, la strategia per tentarne il recupero si avvia lentamente.

“Quando li incontriamo per strada non diamo loro niente, se no la strada diventerebbe un mezzo per avere cose senza sforzo”, spiega don Angelo.

Se scelgono di seguirci, il primo passo è il nostro Centro di Orientamento, “Come and See”, per ricordare la risposta di Filippo a chi non credeva che avessero incontrato Gesù, “Vieni e vedi”.

Qui i ragazzi possono lavarsi, lavare i vestiti e mangiare. Però la sera sono riaccompagnati in strada. Sembra un po’ crudele ma, spiega don Angelo, “abbiamo visto che i ragazzi devono aver tempo  per decidere se cambiare vita. Devono capire che noi non li obblighiamo ma che se decidono di farlo, ci siamo”.

Quando sono pronti, spiega, “di solito hanno smesso di sniffare la colla e può iniziare l’internato presso il nostro centro, l’Educational Care Program”.

Carta vincente del recupero di Bosco Children è, infatti, la formazione.

L’età dei ragazzi, per la maggior parte maschi, che iniziano il programma è tra i 14 e i 17 anni. Prima sarebbero troppo piccoli per prendere sul serio l’impegno, dopo, spesso, troppo grandi per abbandonare le cattive abitudini, spiega don Angelo.   

Il Centro ospita fino a 100 ragazzi, che possono scegliere di imparare un mestiere frequentando diversi corsi.

La vita in convitto non taglia i legami familiari.

Trascorso il primo anno i ragazzi sono accompagnati casa.

“È sempre un momento commovente, quando riabbracciano la mamma”, dice don Angelo. “A casa”, continua “il ragazzo può fermarsi per una quindicina di giorni. Poi ha il viaggio pagato per tornare al Bosco Children”. “Quando tornano” conclude “è bello vedere nei loro occhi il cambiamento, la felicità per aver ritrovato i parenti. L’orgoglio per quanto stanno facendo”.

Il percorso però non è finito. Li attendono altri due anni di studio e lavoro.

“Qualche volta”, spiega don Angelo, “capita che il ragazzo sia rifiutato dalla famiglia originaria, perché ne ha infangato il nome. Allora lo riportiamo via con noi. Anche in questo caso però il lavoro che troverà alla fine del triennio e il fatto che guadagni, creerà le condizioni perché possa essere nuovamente accettato dalla famiglia”.

È molto importante che capiscano la differenza tra l’impegno per un buon futuro e le scorciatoie che offre la strada. Per questo motivo il Centro la domenica, salvo per dar da mangiare, è chiuso.

I ragazzi devono uscire. “Quasi tutti però”, dice don Angelo “la domenica la passano lavorando”. Piccole occupazioni che permettono loro di guadagnare i primi soldi mettendo in pratica quello che stanno imparando.  

Don Angelo ha poi trovato un altro incentivo per motivarli al lavoro.

Quando cominciano a guadagnare Bosco Children apre loro un libretto solo per versare, non per prelevare. Al termine i risparmi accumulati saranno raddoppiati da don Angelo, come premio per l’impegno e la tenacia.

Giunti alla fine del triennio, quando ritornano a casa, gli ex “ragazzi di strada” diventati uomini hanno conquistato un’etica e un lavoro. Difficilmente riprendono a delinquere, spiega don Angelo.

A questo punto, dopo la festa per la graduation, con un diploma in tasca, pronti per il mondo del lavoro, sono ancora seguiti e aiutati da Bosco Children.

Il Centro si attiva per trovar loro il primo impiego. E, poiché spesso i padri sono assenti e la loro sarebbe l’unica entrata della famiglia, Bosco Children aiuta l’intero nucleo. Un modo per evitare che per il giovane la responsabilità iniziale sia eccessiva.  

Bosco Childern è un progetto che salva molte vite, riportando i sogni dei ragazzi alla concretezza del lavoro e della vita sociale.

È un progetto costoso?

“Costosissimo, per me” dice don Angelo, “circa 1.000 euro al giorno, (ndr meno di 10 euro al giorno per ragazzo, in una struttura che ne può accogliere poco più di cento). Alla fine di ogni mese devo trovare trentamila euro, uno sull’altro. Mi chiedi come faccio? Credo nella Provvidenza. Ho un elenco di amici e benefattori che hanno fiducia nel mio lavoro e mi aiutano. Io rendiconto tutto. Siamo un libro aperto”.

Un libro aperto dove oltre alle cifre ci sono molti sorrisi. Quelli dei ragazzi di cui don Angelo racconta vita e progressi, perché i sostenitori non dimentichino la missione.

Le persone seguono i risultati e il passaparola tra privati  rinforza il progetto, nonostante le difficoltà economiche della chiesa cattolica e delle stesse missioni salesiane.

Quella di don Angelo è una vita da sempre in missione. Dopo aver studiato dai salesiani, a 17 anni, va in Thailandia. Quindi negli anni Ottanta arriva in Etiopia, a Makallè. Poco dopo nascerà Bosco Children ad Addis Abeba.  

Durante la recente visita il vice ministro Del Re, dopo essere stata nei diversi laboratori del Centro, ha promesso a don Angelo di sostenere Bosco Children.

Ciò che serve alla missione, infatti, sono strumenti per l’agricoltura e per il lavoro nei molti laboratori. Tutte condizioni per imparare un mestiere e rimanere nella propria terra. “Perché hanno imparato a pescare” dice don Angelo, citando Confucio.  

Chi volesse aiutare o saperne di più sulla missione di don Angelo Regazzo, può contattare la Fondazione Don Bosco nel Mondo.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

1 Commento

  1. Tanzi Silvio

    Bello e preciso tutti gli articoli sono stati scritti bene congratulazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

due × cinque =