Eritrea,Task Force e chiusura contro Covid-19

In Eritrea Minsistro della Sanità e Task Force hanno emanato nuove regole per combattere il Covid-19

Eritrea, creata una task force, dal 2 aprile per 21 giorni tutto si chiude per arginare la diffusione Covid-19

Task Force antiCovid-19 e nuovi stili di vita per contrastare il virus.

In Eritrea, dopo i primi casi, il Ministero della Sanità ha creato una task force anti Covid-19.

Per il momento il numero dei contagi è ancora basso e non ci sono morti. Sono positive al test 22 persone. Fra loro però, oltre a chi è arrivato dall’estero portando con sé il virus, c’è una ragazzina di 13 anni mai uscita dal Paese. Un dato che fa temere che il virus abbia cominciato a diffondersi all’interno.

La possibile emergenza Covid-19 era stata prevista in Eritrea già a fine gennaio. A quella data si sono tenute riunioni durante le quali Ministero della Sanità, Oms e Agenzie UN hanno preparato un piano per fronteggiare il virus.

Per questo motivo prima ancora di chiudere l’aeroporto internazionale di Asmara lo scorso 23 marzo, nel Paese era in atto la prevenzione. Chi arrivava da un paese estero con casi di Covid-19, doveva rimanere 14 giorni in quarantena. Poi si è intervenuti con la misurazione della temperatura all’arrivo. Quindi test per stabilire la positività e successiva quarantena. Un isolamento organizzato presso una struttura sanitaria nazionale alla periferia della capitale.

Il Paese, come il resto del mondo, ha seguito le direttive Oms. Prevenzione, screening e controlli in entrata, preparazione di strutture sanitarie apposite, quindi gestione clinica dei pazienti contagiati e diagnosi Covid-19.

Per finire, divulgazione di materiali informativi per spiegare ai cittadini i rischi del virus e i comportamenti da adottare.

Ora però sono necessarie misure più stringenti.

Anche l’Oms aveva avvisato i governi africani che sarebbero arrivati tempi difficili, che bisognava prepararsi ad affrontare il peggio. In molti Stati, non solo africani, c’è una serrata totale.

In Eritrea il Ministero della Sanità e la task force Covid-19 hanno aggiunto nuove regole a quanto precedentemente emanato. Erano già chiuse le scuole e l’aeroporto, i bar,  i ristoranti e i Caffè. Limitati gli spostamenti, fermi mezzi pubblici e privati.

Ora con le nuove linee guida, valide dal 2 aprile per 21 giorni, la chiusura diventa totale. Limitatissimi i movimenti delle persone, che devono stare a casa, salvo per emergenze comprovate. Fermi i mercati settimanali anche se i generi di prima necessità restano ovviamente garantiti.

Per fare la spesa possono uscire massimo due componenti per nucleo  famigliare.

Oltre ai negozi ora sono chiusi anche molti uffici pubblici.  Ovunque si devono mantenere le distanze di sicurezza.

I telegiornali ripetono in continuazione che si tratta di misure essenziali e salvavita, perciò ci saranno pene severe per chi non le rispetterà.

Tutto questo stravolge abitudini quotidiane e stili di vita che devono cambiare per non  trasformarsi in una pericolosa arma virale.

Se in Italia è stato difficile fermare chi fa jogging, in Eritrea lo scoglio più duro è arginare la consuetudine di vivere non solo con la famiglia ma anche con i vicini di casa e con gli amici del quartiere. Una solidarietà molto forte, da sempre pilastro della vita sociale. Che però, per il momento, bisognerà abbandonare, imparando a star dietro il proprio uscio.

Un altro problema che accomuna Italia ed Eritrea è l’importanza della partecipazione alle funzioni religiose.

In Italia,  in un primo momento, si pensava di tenere aperte le chiese, come conforto per le ore difficili. Poi si è deciso di chiudere tutto, anche i luoghi di culto, perché il pericolo che il contagio dilagasse era troppo alto.

Così dovranno fare gli eritrei. In questo momento si deve pregare nelle proprie case. Niente processioni, niente feste religiose.

Sono inoltre limitati i festeggiamenti per i matrimoni che non possono essere come al solito con tanti amici. Così come non si potrà partecipare nel modo tradizionale al lutto per la morte di una persona cara.

Il virus ha gettato il mondo in un tempo sospeso. Quasi 4 miliardi di persone sono ferme in casa. Tra gli atteggiamenti pericolosi c’è proprio la fratellanza, che non si deve più esprimere con abbracci ma mantenendo le distanze.

Bisognerà imparare a volersi bene senza strette di mano, guardandosi negli occhi. Pensando i propri cari vicini, anche quando non lo sono.

Quella contro questo virus è una battaglia difficile, nella quale il sistema sanitario gioca un ruolo importante, ma non l’unico.

È fondamentale il coinvolgimento emotivo delle persone, perché seguano scrupolosamente le regole e le indicazioni ufficiali. Diffidando del sentito dire. E mettendo da parte il proprio egoismo. Nessuna trasgressione è permessa.

I numeri della pandemia sono migliori in  Africa rispetto all’Occidente. Probabilmente perché l’Africa è un continente giovane e meno urbanizzato.

Tuttavia ogni rischio va evitato o non basteranno i posti in terapia intensiva, com’è successo in Italia. Meno si cammina per le strade portandosi appresso inconsapevolmente il virus,  meglio è.

In attesa di ritrovare gli abbracci consueti, in Eritrea la solidarietà ha preso un’altra strada. Quella delle donazioni a favore del Ministero della Sanità perché non manchino le attrezzature mediche necessarie.

E poi anche quella della produzione in loco di mascherine protettive  e la riconversione dell’imbottigliamento, anziché di birra, di alcol necessario per massicce disinfezioni.

Questa violenta epidemia sta insegnando, ancora una volta, che ognuno deve fare la propria parte. Per molti nelle diverse aree del mondo, la parte è quella di stare a casa, per non spargere il contagio.

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