EritreaLive intervista Pasquale Santoro, una vita tra Eritrea, Italia, Etiopia

EritreaLive intervista Pasquale Santoro: “una vita tra Eritrea, Italia ed Etiopia, l’altra terra mia”.

Intervista di EritreaLive a Pasquale Santoro che incontriamo, virtualmente, per ascoltare un lungo racconto di cui pubblichiamo la prima parte.

Pasquale Santoro
Pasquale Santoro, una vita tra Eritrea, Etiopia e Italia,  intervistato da EritreaLive

Ci racconti della sua vita, della nascita in Eritrea…

Sono nato ad Asmara, nel febbraio del 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale. Mio padre ha combattuto a Keren nel 1941, ultima difesa, prima dell’occupazione inglese.

Ho vissuto ad Asmara durante la dominazione inglese che aveva lasciato agli italiani (ndr l’Eritrea è stata colonia italiana dal 1890 al 1941) le attività amministrative, industriali e commerciali.

Mio padre nel 1942 sposa mia mamma e, poco dopo, comincia un’attività di autotrasporto.

Dicono che in quel periodo i veri esploratori fossero gli autisti di camion, persone che viaggiavano sulle strade di Eritrea ed Etiopia, conoscendo luoghi e persone…

Si, è vero. Addirittura ai primi del Novecento, quando ancora non c’erano le strade si dice che un italiano fosse riuscito ad andare con un camion Fiat, per fare i commerci che poi inizieranno negli anni Trenta. Nel 1941 in Eritrea c’erano circa 12.500 camion e relativi autisti. Il trasporto su strada era il mezzo migliore per muovere le merci. Gli autisti percorrevano la linea Asmara-Addis Abeba e poi verso Assab, sul Mar Rosso. Molti arrivavano fino in Sudan. Ho fatto alcuni viaggi con mio padre. Il mio ricordo è che le strade non c’erano più, bisognava ricostruirle per passarci. Perciò si partiva armati di piccone e pala. Per fare un viaggio da Asmara ad Addis Abeba prima del ’40 ci volevano cinque giorni, dopo quasi trenta. Però siccome era necessario trasportare tutto, era un’attività molto redditizia.

Come ricorda la sua vita di ragazzino ad Asmara?

Cresco in un ambiente familiare agiato. Fino al rientro in Italia, nei primi anni Sessanta, vivo il più bel periodo della mia vita, tra scuola, divertimenti, escursioni. Gli italiani vivevano in pace e tranquillità. A parte la parentesi degli shiftà, dal 1947 al 1952.

Si dice che gli shiftà fossero al soldo degli inglesi per far lasciare il Paese agli italiani…

Gli inglesi non vedevano di buon occhio la presenza italiana. Loro erano militari quindi tutte le incombenze civili le avevano lasciate agli italiani. Si dice però che un capitano inglese avesse fatto un accordo con il capo degli shiftà per intimorire gli italiani che, spaventati, avrebbero lasciato l’Eritrea. Gli shifta erano banditi di origine amarica che arrivavano da Adigrat.

In quel periodo sono stati uccisi circa 47 civili italiani.

Io ero piccolo, però ricordo che una sera a Godaif, alla periferia di Asmara, dove abitavamo, c’è stato uno scontro a un posto di blocco. Fischiavano le pallottole, mia mamma mi ha fatto nascondere sotto il letto. Mio padre invece raccontava del camion con la scorta. L’ho vissuto così quel periodo…

E poi l’Italia…

Si. Mi iscrivo all’Università ma sono subito assunto da una grande azienda italiana di veicoli industriali che lavorava sia in Eritrea sia in Etiopia.  Per il lavoro mi aveva favorito la conoscenza delle lingue tigrina e amarica, anche scritte. Così mi mandarono a dirigere un’officina ad Addis Abeba.

Interessante e utile conoscere le lingue tigrina e amarico…

Noi ragazzini di Asmara studiavamo diverse lingue.

Io ho studiato con i programmi delle scuole italiane, compreso l’insegnamento dell’inglese. Poi sono stato obbligato a imparare l’amarico e per questo andavo a lezione in un’altra scuola. Infine ho imparato il tigrino per parlare con la gente del posto.

Il suo lavoro, diceva, la riporta a viaggiare tra Eritrea ed Etiopia…

Si, fino al 1975 faccio la spola tra Asmara, dove vivevo a casa di mia nonna, e Addis Abeba. Poi il rientro definitivo quando un golpe destituisce l’imperatore Hailè Selassiè e prende il potere il Derg, la giunta di Menghistu Heile Mariam.

Negli anni ’80, assieme ad altri amici eritrei esuli in Sudan, diamo vita a un comitato per aiutare il Fronte di Liberazione.

In Sudan oltre all’amico Giulio Biasiolo, (ndr, produttore cinematografico la cui figlia Nadia vive ancora oggi in Eritrea), c’erano tanti italiani che speravano di rientrare ad Asmara quando le condizioni fossero cambiate.

Dal Sudan si organizzavano gli aiuti per il Fronte. Una volta sono stato coinvolto. C’era bisogno di cisterne d’acqua potabile e me ne sono occupato. Abbiamo montato le cisterne su tre camion Fiat 682/N”, adatti a percorrere quelle strade e siamo partiti da Port Sudan verso Cassala.

Qui abbiamo incontrato un gruppo di guerriglieri venuti per ritirare le cisterne. Ricordo di aver percorso un pezzo di strada con loro. È stato allora che ho capito cosa stessero facendo. Dall’alto non si vedeva nulla ma sottoterra c’erano città nascoste, con magazzini e ospedali. Aver attraversato il Sahel insieme ai guerriglieri è stata un’esperienza importante per me.

Diciamo Fronte ma in quel momento i Fronti erano due, il Fle, Fronte di Liberazione Eritreo e il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo, Fple, sotto la guida di Isaias Afwerki.

Cosa pensa dei trent’anni di lotta per liberare l’Eritrea che diventa indipendente nel 1991?

È stata una lotta sacrosanta, che comunque dal 1960 al 1975 non intacca gli interessi degli italiani in Eritrea.

Quella eritrea è stata la guerra di una piccola nazione contro il più potente esercito dell’Africa. Il Fronte di Liberazione Popolare mette in scacco gli etiopici nelle eroiche battaglie di Afabet, Nakfa e Massawa. Noi italiani di Asmara eravamo con gli eritrei, ma l’Italia li aveva abbandonati.

Abbandonati, dopo averli colonizzati. Cosa pensa del colonialismo italiano in Eritrea e della mancata decolonizzazione? 

L’Italia è responsabile per la mancata decolonizzazione.  Ha giocato un ruolo importante nelle situazioni drammatiche che si sono create in seguito. Inoltre una delle più grandi colpe dell’Italia è  stata quella di non aver dato importanza alla guerra tra Eritrea ed Etiopia (ndr, 1998-2000). In quegli anni un silenzio assordante è calato intorno alle ex colonie, come se non fossero mai esistite.

L’Italia per troppo tempo ha creduto al  mito della colonizzazione giusta e civilizzatrice, andata male per eventi fortuiti, quando in realtà la colonizzazione italiana, al pari delle altre non era affatto nobile, solo mossa da mire espansionistiche.

Il 24 aprile 1977 l’Italia chiede agli italiani in Eritrea ed Etiopia di rientrare per la situazione di crisi e pericolo dovuta a  Menghistu. Lei cosa fa?  

In quegli anni lavoravo ancora tra Etiopia ed Eritrea ma non mi è stato possibile rimanere. Tutti i beni erano stati espropriati e le attività imprenditoriali fermate. Rimasero gli irriducibili. Quelli che se fossero rimpatriati non avrebbero più avuto una vita. Sono ancora là, attaccati a quel lembo di terra che tante speranze aveva dato.

Com’è oggi il suo rapporto con Asmara e l’Eritrea?    

Il mio rapporto con la città che mi ha dato i natali non si è mai interrotto. Anzi, direi che è diventato più viscerale, alimentato da una nostalgia dura a morire. Sono un asmarino, perché asmarini si nasce non si diventa. Non si potrà mai parlare di Eritrea se si va solo per scrivere un libro, fare un reportage, oppure come turista. Per parlare di Eritrea devi esserti strofinato nella sua terra rossa, devi aver giocato con i palloni di pezza con i ragazzi dei villaggi più sperduti, devi aver attraversato i suoi fiumi, esserti arrampicato sulle pareti scoscese dell’Amba Soira, aver dormito su un hangareb (ndr, i tipici letti in ferro con la base intrecciata), sotto il cielo di Massawa, aver camminato per chilometri a piedi scalzi, con loro, esserti bruciato sotto il sole della Dancalia.

Che differenza c’era tra “vecchi” e “nuovi” coloniali?

Io l’ho sempre intesa come una distinzione tra italiani giunti in Eritrea a partire dalla sua fondazione, nel 1890, fino agli anni Trenta e quelli “nuovi”, che  sono le migliaia di persone arrivate dal 1934 al 1940. Tra i primi coloni e gli eritrei c’era una comunione priva di quella separazione sociale che diventa sistematica per i nuovi coloni. Soprattutto dopo le leggi razziali del 1938.

Nel 2016 lei apre una pagina Facebook per Asmarini e Addisabebini, “per incontrarci e raccontarci”, così scrive. Come mai?

 Il motivo che mi ha spinto a creare il Club degli Asmarini e Addisabebini è poter condividere ricordi, esperienze,  speranze per un futuro migliore…Una realtà che oggi conta  circa 11.000 iscritti che vivono in ogni parte del mondo. Incontrarci e raccontare è l’invito che ho rivolto a tutti, per partecipare ricordando le proprie storie personali, postando foto, raccogliendo aneddoti. Per questo motivo la pagina ha la più vasta collezione di foto e video sul nostro passato nel Corno d’Africa. Una documentazione che si arricchisce sempre di più ed è a disposizione di tutti.

Moltissime, infatti, sono le immagini, le  spiegazioni, i racconti per conoscere luoghi, storia e tradizioni…

L’Eritrea non è solo Asmara. È il paese delle nove etnie. Un paese di antichissime civiltà, come i sabei, gli arabi che vi si rifugiarono dalle persecuzioni a partire dal 1400, gli axuminiti che vissero a Cohaito, via di transito verso il porto di Adulis. È la terra dei secolari sicomori, dei giganteschi baobab, degli ultimi elefanti eredi di quelli usati dal faraone Tolomeo nelle sue battaglie. È la terra dei mille colori dei mercati di Cheren, delle sue ambe (ndr, le montagne) millenarie, delle isole che sorgono su banchi di corallo nelle Dahalak, dei vicoli di Massaua con le sue architetture ottomane e veneziane. 

Dei villaggi nel bassopiano occidentale con le abitazioni a forma di tucul, dei fiumi in secca che diventano improvvisamente impetuosi dopo le piogge, dell’infernale depressione dancala dove le temperature arrivano anche a 60 gradi all’ombra.

 E poi Asmara, città dell’utopia, cristallizzata nel tempo, con i suoi templi del potere coloniale, i suoi luoghi di ritrovo, le sue chiese cattoliche e ortodosse, le moschee, le sinagoghe. Asmara, una delle città più alte al mondo che degrada verso il Mar Rosso attraverso una strada mozzafiato, con una ferrovia i cui binari tagliano la roccia  e attraversano viadotti e gallerie opere dell’ingegno italiano.

Per concludere, per un possibile viaggio in Eritrea, che libro consiglierebbe di mettere in valigia, per conoscere e amare il paese, guide a parte?

È proprio grazie agli scrittori che molti italiani stanno iniziando a conoscere l’Eritrea. Alcuni di loro vi sono nati e hanno scritto romanzi con profonda conoscenza dei luoghi e degli avvenimenti storici. Potrei fare un lungo elenco. Vorrei invece limitarmi a  ricordare i romanzi e i saggi scritti da alcuni amici, letture a cui sono particolarmente legato e che per questo consiglio.

Erminia Dell’Oro, con “Asmara Addio”, Mauro Moruzzi con “Mai Belà” e “Euridice, la città meccanica”. Poi Alessandro Pellegatta, “Eritrea, fine e rinascita di un sogno africano” e molto altro. Infine sulle Dahlak consiglio i libri di Vincenzo Meleca. Poi i lavori di Vito Zita, da leggere prima di partire e quelli di Nichy Di Paolo e Alberto Vascon. Infine i gialli di Carlo Lucarelli e Giorgio Ballario di cui è appena uscito “Intrigo ad Asmara”. Poi ancora il libro fotografico “Asmara Dream” di Marco Barbon, i romanzi di Paola Pastacaldi e i libri storici di Nicholas Lucchetti.

Non consiglierei invece di leggere Angelo Del Boca. Quando parla di  Eritrea ed Etiopia i suoi libri sono pieni di inesattezze. Inoltre è prevenuto verso tutti gli italiani che vissero in colonia. Voglio aggiungere che il suo intento era quello di ingraziarsi l’imperatore Hailè Selassiè, di cui era ottimo amico.

Il suo errore è aver accumunato militari e civili. Per lui gli italiani erano tutti da condannare, dai primi pionieri nelle colonie agli ultimi fascisti irriducibili. Tutti uguali. Gente da dimenticare.

Mio padre, come ho già ricordato, ha partecipato alla Campagna d’Etiopia del ’35-’36 nel Regio esercito, poi nella seconda guerra mondiale ha combattuto nella battaglia  di Cheren, del 1941. Quindi è stato fatto prigioniero degli inglesi. Evaso dal campo di concentramento di Massaua è rimasto in Eritrea per farsi una vita, una  famiglia. Lui non era un delinquente né un fascista. È stato un onesto lavoratore che ha contribuito, e come lui tanti, a far crescere l’economia dell’Eritrea.

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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