EritreaLive intervista Lia Quartapelle

ERITREALIVE INTERVISTA LIA QUARTAPELLE

Migranti, sbarchi, ong, politiche migratorie passate e presenti.

Ma anche cambiamenti in alcuni paesi del Corno d’Africa, come l’avvio del processo di pace tra Eritrea ed Etiopia. Ne parliamo con Lia Quartapelle (PD).

Lia Quartapelle, PD,  Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati

Il 25 giugno, a Milano, EritreaLive intervista l’onorevole Lia Quartapelle gruppo Pd alla Camera dei deputati. Ad un soffio nella passata legislatura dall’essere ministro degli Esteri, l’on. Lia Quartapelle lavora alla Camera, in Commissione Affari Esteri.

Parliamo con lei dell’argomento che è alla ribalta in Italia in questo periodo, i migranti. Ma anche del processo di pace tra Eritrea ed Etiopia, notizia di questo mese.

Lia Quartapelle ha un forte legame con la sua città. La incontro in una bella sede milanese del pd. Le persone l’aspettano per parlarle, per commentare la perdita delle regioni rosse alle ultime amministrative. Un signore anziano mi dice che viene tutti i lunedì, quando lei è nella sezione vicino a casa sua.

La nostra intervista inizia con una domanda sul viaggio in Libia del ministro degli esteri Matteo Salvini.

Missione Libia, si parte” twitta il ministro Salvini il 25 giugno. Tra gli obiettivi del viaggio incentrato sulla questione migranti, l’aiuto italiano alla guardia costiera libica e il rafforzamento di accordi bilaterali con il governo di Tripoli. Infine la richiesta di creare hotspot sul loro territorio. Proposta che la Libia rifiuta, in diretta video. Cosa ne pensa?

Salvini, anziché fare propaganda contro le ong, considerando anche che gli sbarchi si sono ridotti dell’80 per cento, dovrebbe impegnarsi sulla questione dei migranti e nelle relazioni con i paesi di origine o di transito, come la Libia. Comunque non voglio dare un giudizio negativo su questo viaggio. È importante che sia stato fatto a un mese dal suo insediamento.

Un lavoro eccezionale con la Libia l’ha fatto il ministro Minniti che ha avuto ottime relazioni con loro. Quando il contesto è complicato, sono le persone che contano. Minniti era stimato da chi lavorava con lui per la capacità di capire l’insieme e le situazioni particolari.

Sugli hotspot il nostro punto di vista è che sia meglio portar fuori le persone dalla Libia. Del resto se Salvini non li vuole in Italia, non dovrebbe far fatica a capire il motivo per cui la Libia non li vuole sul suo territorio.

Lei parla della riduzione degli sbarchi. Sulle nostre coste, dati del Viminale giugno 2018, sono arrivati l’82.5 per cento in meno di persone rispetto al 2017.

Tra le nazionalità d’arrivo via mare,  dice l’Unhcr, primi i siriani, 21.9%, poi l’Iraq 11%, la Tunisia 7.6% e al quinto posto l’Eritrea con il 7%.

Come interpreta questi dati e perché in Italia, che accoglie l’1 per cento di migranti, c’è così tanto spavento?

 Il motivo dello spavento è perché l’immigrazione cambia il volto delle società. Se nel 1990, anno della prima legge Martelli sull’immigrazione, i numeri indicavano uno straniero ogni 80 persone, oggi la situazione è diversa. Per strada, su otto, dieci persone che si incontrano, una è straniera. Questo ha cambiato il volto delle nostre città.

In particolare la crisi migratoria degli anni 2014-2015 ha dato l’impressione che il fenomeno non fosse governabile. Ci sono indubbiamente cambiamenti che vanno affrontati. Dare spazio a nuove religioni, nuove culture, modi di vivere, lingue. Non è un processo semplice in una società relativamente omogenea come quella italiana. Dalla sensazione che il fenomeno non fosse governato, però, è nata una percezione distorta, cui si è aggiunto un racconto mediatico ansiogeno.

Non sottovaluterei questi elementi. Non va sottovalutato il timore dei cambiamenti. Tuttavia io e il partito di cui faccio parte pensiamo che da una società aperta e multiculturale derivino sfide ma anche opportunità di cambiamento.

Sfide che non si può pensare di evitare, si va verso società più globali…

Sì società più globali, però non parlerei di inevitabilità. Il fenomeno migratori può essere governato. L’azione del ministro Minniti è andata in questo senso. È un fenomeno che si deve gestire, non subire.

In questi anni molti migranti sbarcati sulle nostre coste sono arrivati dall’Africa sub Sahariana. Anche da Etiopia ed Eritrea.

A febbraio in Etiopia, dopo anni di duri scontri interni, è cambiato il primo ministro. Già nel discorso d’insediamento Abyi Amhed, il nuovo premier, ha detto di voler risolvere la situazione con l’Eritrea.

Il 5 giugno ha dichiarato di accettare completamente gli Accordi di Algeri (ndr, stabiliti da una commissione internazionale nel 2002, dopo il conflitto Eritrea-Etiopia del 1998-2000).

Il 20 giugno da Asmara è arrivata la risposta del presidente Isaias Afwerki. Una delegazione eritrea andrà ad Addis Abeba. Poco fa ho letto che la delegazione sarà composta da Yemane Ghebreab, adviser del presidente e Osman Saleh, ministro degli esteri e che andranno domani (ndr, per chi legge è  il 26 giugno).

Cosa pensa di questo nuovo corso? Non crede che un cambiamento tra i due paesi possa avere ripercussioni sulla migrazione verso l’Europa?

Quella inviata ad Addis Abeba è una delegazione di alto livello.

E il cambiamento che si prospetta è assolutamente benvenuto. Il fatto che sia un passo verso la pace è positivo di per sé e per i possibili sviluppi tra i due paesi e nei due paesi. Un processo che deriva anche dalla maturazione etiopica nella sua politica interna.

Ma è soprattutto una situazione che ci riguarda molto da vicino.

C’è stato un momento che un migrante su quattro era eritreo.

O meglio, si dichiarava eritreo per le agevolazioni connesse a ricevere asilo…

Si. Comunque venivano da quell’area. Il fatto che ci sia uno sviluppo positivo non può essere considerato solo un fenomeno locale. Ci ricorda invece quanto i conflitti e le vicende africane abbiano assunto un livello strategico molto importante.

Dobbiamo assolutamente sostenerne lo sviluppo e la pace. Un paese come l’Italia ha una responsabilità storica e relazioni importanti in quell’area. Quindi vorrei vedere questo governo aiutare gli sviluppi in corso, almeno dedicargli la stessa attenzione con cui si occupa di una sola nave nel Mar Mediterraneo…

Guardare cosa succede tra Etiopia ed Eritrea è un modo per affrontare le cause strutturali delle migrazioni verso il nostro paese. Un modo più serio ed efficace rispetto al blocco di una nave con 230 migranti a bordo.

Bloccare una nave è un epilogo, aiutare la pace in Eritrea ed Etiopia la premessa per evitarlo…

 Certo. Un conto è fare i cattivi in mare, un altro conto è accompagnare un processo di pace.

Come pensa continui il processo di pace appena iniziato?

Quella di cui stiamo parlando è una zona strategica, non solo per le vicende migratorie. Spero che l’Italia non resti a guardare, schiacciata sull’oggi e le vicende dei barconi. Il rischio sarebbe di lasciare campo ad altri e potrebbe essere negativo. Non voglio esprimere un giudizio geopolitico, solo guardare la situazione.

I conflitti li devono risolvere i paesi che li hanno generati. In questo caso è una vicenda etiopica ed eritrea.

La sinistra italiana guarderà ad Etiopia ed Eritrea con altri occhi?

In questi anni, sia io sia l’allora vice ministro Mario Giro abbiamo seguito con attenzione le vicende in entrambi i paesi. Anche se il nostro lavoro non ha avuto un riscontro mediatico. Questo è un po’ il problema dell’Africa in Italia, non essere al centro dell’attenzione.

(ndr, l’ex viceministro Giro il 27 giugno twitta “si balla ad Addis, un ballo di pace tra Etiopia ed Eritrea”, alludendo al momento conviviale al Palazzo Nazionale, durante l’incontro tra la delegazione eritrea e il primo ministro etiopico).

Un’altra spina nel fianco dell’Europa sono gli Accordi di Dublino. Si va verso la revisione. Quali sono i punti cruciali?

Da tempo chiediamo una revisione. Mi sembra che il nuovo governo battendo i pugni sul tavolo dell’Europa finora non abbia ottenuto nulla. Ieri c’è stato un vertice informale conclusosi con un nulla di fatto. I paesi europei che la pensano allo stesso modo si presentano senza una posizione comune, i paesi di Visegrad, invece, si presentano in Europa con una posizione comune sostenuta dall’Austria.

Finora la strategia del governo italiano sul regolamento di Dublino non ha prodotto risultati. Vedremo.

(ndr, il 28 giugno il primo ministro Giuseppe Conte ha raggiuto un accordo con i 28 paesi Ue per cui, dice, l’Italia non è più sola a gestire il problema migratorio. È passato il concetto per cui chi sbarca in Italia, sbarca in Europa, spiega).

L’Italia, però, negli anni scorsi ha aggirato l’accodo di Dublino, non prendendo le impronte ai migranti e lasciando che proseguissero i viaggi verso paesi diversi…

Nel 2014 ho chiesto al ministro degli interni se i migranti arrivati sul territorio nazionale venissero identificati. Penso che quel modo di gestire l’immigrazione abbia danneggiato i diritti dei migranti e la credibilità dell’Italia che, sbagliando, aveva cercato una soluzione rapida alla questione.

I salvataggi in mare sono iniziati dopo la tragedia di Lampedusa (2013) con Mare Nostrum, missione italiana. Sostituita da Frontex, missione Europee per presidiare le frontiere.  Da qui alle navi delle ong che hanno occupato un vuoto e ora sono nell’occhio del ciclone.

Secondo l’ex generale Giuseppe Morabito quello delle ong è un affare che non è sfuggito alla mafia. Ha detto che nei porti siciliani dove attraccano le navi delle ong che salvano i migranti in mare, la logistica è in mano alla mafia.

Mafia? Non ci sono riscontri giudiziari di un comportamento delle ong fuori dalla legge. Io penso che il ministro Minniti abbia fatto bene a dare un principio di coordinamento delle attività delle ong nei mari e a dare un codice di condotta per aiutare le ong a salvare vite in mare secondo un protocollo condiviso.

Quello che dicono Morabito, Salvini o Di Maio per criminalizzare le ong non ha nessun riscontro.

Morabito però non accusa direttamente le ong, dice che i servizi che utilizzano arrivano da società dubbie…

Non ci sono prove. Tutte le società che lavorano con appalto pubblico devono sottostare a normative antimafia. Mi sembra un chiacchiericcio. Se hanno prove che denuncino.

Cosa pensa del Processo di Khartoum e come mai è stato abbandonato?

No, non è stato abbandonato. Va avanti. Penso anzi che questa vicenda etiopica ed eritrea possa rinvigorire il processo di Khartoum.  Erano stati fatti i primi passi poi bloccati dalle relazioni tra i due paesi. Ora vediamo cosa succede. Potrebbe ripartire anche questa iniziativa. Io spero che il governo italiano si faccia promotore di un rilancio del processo di Khartoum.

La politica, come vediamo, si fa anche sui social. Matteo Salvini twitta tutto il giorno, ma anche il portavoce di Abiy twitta, così come il ministro dell’informazione eritreo. È un modo più diretto e meno ufficiale di far politica?

È certamente un modo più diretto. Anche se gli obiettivi, negli esempi che lei fa, sono diversi. Nel caso di Salvini lo scopo è allargare il consenso. In Eritrea ed Etiopia lo fanno invece per informare con un mezzo più diretto e veloce rispetto ai comunicati stampa tradizionali.

Seguirò anch’io questi tweet che mi sembrano uno sviluppo positivo. Da noi si dice che il populismo è figlio dei social media ma non è completamente vero. L’esempio che ha fatto lei ora, chiarisce che il mezzo può aiutare la politica a essere più accessibile, dando più fiducia a un processo democratico, non il contrario.

Il traffico di uomini è un altro aspetto terribile della migrazione verso l’Europa. “Glauco”, l’inchiesta della procura di Palermo, ha portato alla compilazione di una blacklist accettata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu che, per la prima volta, ha stabilito sanzioni dirette per sei individui, cosa ne pensa?

Secondo me è positivo che si arrivi a una blacklist e a sanzioni internazionali, che vengano fatti i nomi. Questo scardina l’idea che la migrazione sia inevitabile, che i trafficanti non abbiano volto, quindi non siano perseguibili. E che si possano continuare a scaricare migranti in mare, in combutta con forze internazionali oscure. Il fatto che siano perseguibili e che ci siano organizzazioni internazionali efficaci, secondo me, è molto positivo e va rimarcato.

Un’ultima domanda. In Italia c’è una numerosa diaspora eritrea, anche a Milano.

Sono seconde e terze generazioni. Ragazzi nati qui che conservano, però, radici e tradizioni. Ragazzi a cui il processo di pace può aprire un futuro differente, cosa ne pensa?

Penso che saranno loro a decidere del proprio futuro.

Penso ad Ariam (ndr, Appuntamento ai Marinai, corto di Ariam Tekle sulla vita e le scelte delle seconde generazioni eritree in Italia), di cui mi è piaciuto molto il documentario.  Un lavoro che mostra lo spirito degli eritrei, soprattutto quello delle seconde generazioni. Ragazzi e ragazze che vogliono sentirsi cittadini del luogo in cui vivono.

Il messaggio positivo non riguarda solo la resilienza dagli eritrei, ma anche il fatto che la loro forza, il loro spirito può insegnare molto in Italia.

Credo che avere persone che possano dare un contributo in questo senso sia preziosissimo. Ci sono ragazzi che dicono, “sono eritreo ma sono anche italiano e voglio raccontare com’è il mio essere italiano”. Questo è un contributo fondamentale per la crescita di Milano e dell’Italia. Una buona notizia da condividere.

Sembra che, finalmente per l’Eritrea, le buone notizie da condividere stiano arrivando. Cominciando dalla pace.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

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