Eritrea, lockdown per salvarsi dal Covid-19

Asmara, negozi aperti dopo il lockdown di aprile 2020

Eritrea in lockdown per salvarsi dal virus Covid-19.

Ma com’è oggi la situazione? Ne parla da Asmara Yonas Tesfamichael.

In Eritrea il 2 aprile 2020 è scattato il lockdown per mettersi in salvo dal virus Covid-19.

Una situazione comune al resto del mondo, non a caso chiamata pandemia.  Del resto l’Europa è ancora  alle prese con un aumento allarmante di casi. Molte le persone positive al Covid-19, in quarantena domiciliare oppure, se più gravi, in ospedale. Un numero crescente nelle terapie intensive. Attaccati all’ossigeno e intubati per avere la speranza di salvarsi. Mentre scrivo, a Milano è stato deciso il coprifuoco e un grande ospedale della città ha deciso di trasformare in area Covid il proprio pronto soccorso. La partita con il virus è tutt’altro che finita, come gli emergenziali lockdown.

Qualche settimana fa  però un giornalista eritreo che vive negli Stati Uniti, Abraham Zere, ha espresso dubbi sull’utilità del lockdown in Eritrea. Anzi, ha scritto che, poiché i casi in Eritrea sono pochi il lockdown è una forma di coercizione dello Stato a danno dei cittadini.

È così? Chiediamo a Yonas Tesfamichael, corrispondente per EritreaLive che vive ad Asmara con la famiglia, un commento.

“In realtà”, dice, “scrivendo ciò si  scambia la causa con l’effetto. Il fatto che in Eritrea non ci sia emergenza Covid-19 è dovuto proprio al lockdown, se togli il lockdown l’emergenza è dietro l’angolo. Qui nessuno parla male del lockdown. Tutti guardano i notiziari internazionali e sono molto più preoccupati per il virus che per il lockdown”.

Poi, forse per cultura, spiega, in Eritrea non ci sono i “negazionisti”, quelli che scendono ammassati in piazza a protestare perché il virus non esiste e il lockdown lede le loro libertà costituzionali. “Ogni tanto ti imbatti piuttosto in chi crede che il Covid-19 sia una punizione divina e che l’Eritrea ne sia immune perché prega abbastanza…”.

In Eritrea ad oggi ci sono, secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità, 405 positivi, 364 guariti e 41 in cura presso gli ospedali.

Chiedo a Yonas di ricapitolarci quanto accaduto in questi mesi, così al di là delle cifre, riusciremo a comprendere meglio la vita ad Asmara al tempo del lockdown.

“In tutta l’Eritrea” dice Yonas “il lockdown entra in vigore il 2 aprile. All’inizio con un coprifuoco dalle ore 20 e la chiusura delle attività, tranne quelle essenziali, banche, farmacie, negozi alimentari. Anche le imprese di costruzione non si sono fermate.

Vietati invece gli spostamenti in auto e l’uscita dalla città di residenza. Inoltre per fare la spesa possono uscire di casa al massimo due persone per famiglia. Limitati anche gli spostamenti nei quartieri. Per evenienze straordinarie i cittadini possono chiedere un permesso agli uffici di zona. I controlli sono affidati alla polizia municipale che può fermare e chiedere alle persone i documenti”.

“Poi” continua Yonas “è stato istituito un numero verde per dare informazioni alle persone sulla situazione Covid, di giorno in giorno. Mentre altri due numeri mettono in contatto con medici per dubbi o sintomi sospetti”.

Sono state fatte campagne per spigare alle persone situazioni e rischi?

“Si. Di Covid si parla in televisione, durante i tg, negli speciali, con le pubblicità. Ma anche in modo ironico. Per esempio è stato fatto un video con il comico eritreo più famoso, Yonas Maynas, che fischia, alzando il cartellino rosso, come fosse un arbitro, per ammonire chi non mantiene le distanze o non segue le regole”.

Dal lockdown deciso lo scorso aprile ad oggi la situazione è cambiata?

“Si. Molte attività sono ripartite. Da giugno hanno riaperto i negozi di bici, le ferramenta, i negozi di abbigliamento e anche di mobili. Gli stranieri che arrivano dall’estero per lavoro, si sorprendono quando vedono che la città è quasi normale. Dicono che si immaginavano limitazioni più pesanti che invece non ci sono. Insomma Asmara sembra sempre vivere in un tempo diverso dal resto del mondo, per un motivo o per l’altro…”.

Ci si può spostare?

Da metà luglio in città ci si sposta senza controlli a piedi o in bici. Resta valido il lockdown per le macchine e per le regole sul distanziamento. I controlli ora riguardano solo gli automobilisti.

Come mai la stretta sulle auto e sugli spostamenti è ancora in vigore secondo te?

“Limitare gli spostamenti è il punto forte della strategia antiCovid eritrea. L’aeroporto della capitale è chiuso per evitare che il virus entri portato dalle persone che arrivano dall’estero. Il virus si diffonde con le persone, usando i mezzi che loro stessi usano, bloccarli è stato fondamentale per ridurre o rallentarne la diffusione. In un secondo tempo  però si è anche  organizzato il rientro dei cittadini eritrei provenienti da Etiopia, Sudan, Gibuti, Yemen. Per farlo in sicurezza sono state organizzate postazioni mediche e per le quarantene, un filtro necessario perché i rimpatri non creassero nuovi contagi.

Secondo me il sistema di individuazione e messa in quarantena è stato efficace ed ha bloccato la diffusione del contagio.

Al momento gli unici che possono entrare e uscire dall’Eritrea sono i lavoratori di aziende internazionali attive nel paese. Però una volta arrivati devono fare il tampone e attenersi al protocollo circa la quarantena, quindi far un nuovo tampone e, se negativo, possono uscire dalla quarantena. Oltre a loro possono rientrare dall’estero gli eritrei con residenza qui, sempre seguendo lo stesso protocollo”.

Come ha influito la chiusura del paese sui rifornimenti alimentari, nei mercati scarseggia la merce?

“In Eritrea esistono due mercati, quello classico e quello diciamo dei coupon. Nel secondo caso tutti i cittadini eritrei hanno diritto a un coupon periodico che garantisce il paniere essenziale, zucchero, pane, farina, il combustibile per la cucina, caffè. In questo caso il prezzo è calmierato, più basso rispetto al mercato libero.

Inoltre il pane sfornato tutti i giorni nei negozi di quartiere si acquista  a 1.25 Nakfa a pezzo. Per il resto degli alimenti esistono nei quartieri depositi statali.

Poi c’è il mercato tradizionale. Durante le prime settimane di lockdown alcuni negozi hanno alzato i prezzi, altri nascondevano la merce nei magazzini in attesa che il prezzo si alzasse per la penuria provocata. Il governo è intervenuto mandando controlli, sanzionando i commercianti e anche facendo chiudere attività.

Tra l’altro è stata fatta una campagna stampa contro tali comportamenti dannosi per la collettività. In poco tempo il fenomeno è sparito.

Però è vero che il lockdown ha fatto alzare i prezzi dei prodotti. Il motivo è che in alcuni casi ne arrivavano meno oppure mancavano proprio. Ora anche questa situazione si è risolta e i prezzi sono tornati ad essere quelli precedenti al lockdown.

Per dare un’idea, prima della chiusura la farina costava in negozio circa 20/25 Nakfa al chilo. Dopo è arrivata a costare 60 Nafka, ora il prezzo è sceso e si compra per 35/40 al chilo.

Così l’olio di mais che costava 90 Nakfa per 1.8 litri è arrivato durante il lockdown a costarne 300 Nakfa per poi scendere a 95.

Frutta e verdura non sono mai mancate e non hanno avuto rialzi di prezzo. Gli oscillamenti non sono dovuti al lockdown ma alla stagione. Per esempio quest’anno i pomodori sono più cari perché pioggia e freddo hanno rovinato in parte i raccolti”.

Sembra quindi che, come ha detto Yonas, Asmara stia vivendo un proprio tempo, migliore però  rispetto a quello di tante città occidentali nelle queli  il braccio di ferro tra chiusure e aperture permette al virus di diffondersi.

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