In Italia si è svolta la 16ma Conferenza dei giovani eritrei

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Ad aprile si è svolta in Italia la 16ma Conferenza dei giovani eritrei, (YPFDJ).  Iniziate nel 2005 in Germania le conferenze annuali si sono interrotte a causa dell’emergenza Covid nel 2019, per riprendere con una quatto giorni di lavori lo scorso 14 aprile, alle porte di Roma.

Motto di quest’anno, “liberazione panafricana & dirigenza risoluta”.

I diversi relatori nel corso delle quattro giornate hanno parlato di vari temi. Dal movimento di liberazione panafricano al futuro del Corno d’Africa, poi la lotta contro la propaganda occidentale. A questo riguardo importante la presenza di Simon Tesfamarian, promotore dell’hashtag #nomore, che ha impresso recentemente una svolta nella comunicazione. Non più un’univoca e parziale versione dei fatti, non più una narrazione opaca e falsata ma, finalmente, la voce dei protagonisti, cominciando dal contributo dei giovani eritrei. Un contributo che si è allargato a macchia d’olio per far dire ai giovani di tanti paesi dell’Africa ma anche ai giovani afroamericani, #no more. Un muro contro la violenza, la guerra, i genocidi, l’odio. Ma anche contro la cattiva informazione. Una battaglia contro bavagli e censure, cominciando dai social.

Tuttavia per guardare al futuro, i giovani eritrei non dimenticano il passato, che negli anni Cinquanta nega loro l’indipendenza. Gli Stati Uniti allora appoggiarono le rivendicazioni dell’imperatore d’Etiopia Hailè Selassiè. Il segretario di Stato americano nel suo discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite disse che, sebbene i desideri del popolo eritreo dovessero essere tenuti in considerazione, “gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso impongono che il paese venga legato al nostro alleato, l’Etiopia”.

“Interessi strategici” americani, ma anche europei, che hanno sulla coscienza una delle più lunghe guerre del ventesimo secolo e la più lunga della storia africana.

L’Eritrea, infatti, combatterà trent’anni, dal 1961 fino al 1991 per ottenere l’indipendenza negata. E poi ancora, fino al 2018, per uscire dall’angolo nel quale gli interessi dell’Etiopia l’avevano schiacciata. Nel 2018, infatti, cade il regime retto dal Tplf e una nuova pace tra i due paesi segna una svolta per l’Eritrea. Un esempio di panafricanismo. L’Africa che risolve i propri problemi senza l’intervento dell’occidente.

Durante la conferenza di quest’anno si è discusso di questo ma non solo.

Si è parlato anche dell’importanza del ruolo dei giovani per rinsaldare l’identità e i valori della propria cultura. In questo senso importante la relazione di Abraham Zerai, dottorando presso la facoltà di Fisica dell’Università di Torino, che ha parlato della sua ricerca sulle ceramiche ritrovate ad Adulis, sito archeologico, con scavi ancora in corso, che procedono di anno in anno.

Nella giornata d’apertura dei lavori, tra gli ospiti italiani, era presente Filippo Bovo che collabora con la testata online L’Opinione Pubblica ed è autore di “Eritrea, avanguardia di un’Africa nuova”.

A lui abbiamo chiesto un parere sulla 16ma Conferenza YPFDJ

“Per me”, dice Filippo, è stata senza dubbio un’esperienza emozionante ed anche molto nuova. Come dire, piacevolmente insolita, diversa dai Festival della Comunità a cui più volte in questi anni ho partecipato. In questo caso, infatti, si trattava di un evento con una caratura decisamente politica, riguardante in primo luogo i giovani del Fronte Popolare Eritreo per la Democrazia e la Giustizia, (YPFDJ) ovvero della forza politica che guida l’Eritrea e che sorge dal Fronte Popolare di Liberazione Eritreo, che a questo paese ha consentito di guadagnarsi la libertà dopo lunghi ed aspri anni di combattimento. Si trattava, dunque, d’incontrare le “nuove leve”, il futuro non soltanto politico dell’Eritrea ma anche scientifico, culturale, e via dicendo, provenienti da tutta Italia, dal resto d’Europa e da altri continenti. Devo dire che è stata davvero un’esperienza di grandissimovalore, emozionante”.

Perché l’emozione?

L’emozione è stata il “filo conduttore” di tutto questo particolare momento. Innanzitutto perché ci rivedevamo dopo un lungo periodo di tempo che aveva inibito simili eventi, si pensi ad esempio alla pandemia da Covid e quindi anche alle difficoltà per gli spostamenti e gli assembramenti. C’erano persone che davvero non rivedevo da tanto tempo, mentre altre addirittura non le avevo incontrate mai. Ad un certo punto, quando mi hanno chiamato per fare un saluto dal palco, non nascondo che tremavo un po’ e l’ho voluto subito dire, a scanso d’equivoci…Da quello stesso palco è stato anche detto che l’organizzazione aveva puntato su numeri tutto sommato “contenuti” in rapporto al suo effettivo potenziale proprio per poter ripartire con prudenza dopo una pausa tanto lunga quanto non voluta. Eppure, e questa è stata l’impressione che ho voluto condividere coi presenti, proprio il fatto che vi fossero persone così varie per età e per paesi di residenza, tra le quali anche molte al primo debutto, secondo me era indice di grande successo. Si trattava palesemente di un risultato che andava ben oltre le più rosee aspettative. In effetti, in quei giorni e in quel luogo, l’emozione non la sentivo soltanto io! Credo proprio che fosse uno stato d’animo comune a tutti i partecipanti.

Di cosa si è parlato?

Posso ovviamente rispondere per il tempo in cui sono stato presente, quello riservato agli ospiti, ovvero le prime due giornate. Certamente vi sono stati temi ma anche momenti che hanno davvero segnato questo ritrovo rendendolo memorabile per tutti i presenti. Penso ad esempio all’alzabandiera e all’inno nazionale, rito per l’inaugurazione che vede una grande e sentita partecipazione di tutti. Poi la galleria d’immagini, con la storia dell’Africa dalle più lontane origini ai giorni nostri, comprendendo tanto i fatti più belli quanto quelli più dolorosi. Anche con queste immagini, tutte accomunate dall’hashtag #Nomore, recentemente divenuto di grande fama, si trattavano temi in oggetto nel calendario delle quattro giornate, quando non ero presente.

Si partiva con la storia dell’Africa,  con la riscoperta delle radici storiche e culturali, anche attraverso la valorizzazione dell’archeologia, il ricordo del colonialismo e la lotta contro il neocolonialismo. Quest’ultima è una piaga che prosegue subdolamente il lavoro, passando anche attraverso una propaganda disinformativa. Poi si è parlato di panafricanismo, socialismo, patriottismo e antimperialismo, quindi di integrazione regionale e dei rapporti con le organizzazioni sovranazionali come l’Unione Africana. Senza tralasciare le sfide e lo sforzo coordinato per il processo di costruzione del proprio paese volto proprio a guadagnare una sempre più solida indipendenza. Potrei continuare per ore. Sono tutti temi, come sappiamo, che riguardano non soltanto la storia del Corno d’Africa, ma proprio di tutto il continente africano e anche di molti altri continenti e Paesi del mondo. Quindi si tratta di messaggi universali, che hanno una forte portata unificatrice, messaggi che si rivolgono al mondo intero. Anche su questo ho voluto soffermarmi, nel mio breve saluto, spiegando che è proprio bello vedere come l’amore per il proprio paese, in un clima di aiuto e rispetto reciproci con gli altri popoli e le altre nazioni, possa condurre ad una regione, un continente ed un mondo che sono una casa comune, in cui tutti possano felicemente vivere. Però, va da sé, per ottenere un simile obiettivo è fondamentale proprio eliminare imperialismo e neocolonialismo che seminano sempre zizzania per ottenere il contrario: ecco perché nella propria lotta sono così importanti certi valori. In questo senso, l’Eritrea è stata un più che trentennale esempio, ed ecco perché anche nel mio saluto ho voluto concludere proprio sottolineando come oggi questo suo esempio sia sempre più riconosciuto e guardato con stima e gratitudine da tanti popoli e cittadini dell’Africa ma anche del mondo intero. È un risultato, a mio avviso, semplicemente straordinario.

Per concludere…

Vorrei dire che mi ha molto colpito l’efficienza di tutta l’organizzazione, ma anche la serietà con cui questa missione di far incontrare eritrei di tutte le età, cominciando dai più giovani, sia portata avanti. Ad esempio, dato il periodo pasquale, è giusto rispettare quanti seguono le prescrizioni alimentari che ne precedono il festeggiamento, oppure non bere alcolici per non dare un cattivo esempio ai più giovani, visto che vi erano anche ragazzi adolescenti. È qualcosa su cui forse anche noi italiani, di tanto in tanto, dovremmo fare un pensierino… Devo dire la verità: ormai prossimo alla quarantina, certe volte mi sembrava di essere un po’ uno zio, vista la differenza di età con tanti di loro. Però, ragazzi svegli, brillanti, preparati, che dire? Veramente bravi! Auguro loro ogni bene.

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