Eritrea, il Molo Dux per la costruzione dell’Impero nell’A.O. I

Nel 1937 a Massawa si progetta il Molo Dux, per rendere più efficiente il porto della città, ora parte dell’Africa Orientale Italiana. Responsabile della sua realizzazione  è Aurelio Bolognesi, come raccontato da Vito Zita nel libro “Molo Dux”, Phasar Edizioni, 2022. Una lettura interessante, con foto inedite che testimoniano, insieme ai moltissimi dati riportati, l’edificazione dell’AOI, attraverso lavoro e militanza.

Negli anni Trenta Mussolini decide che, nell’impero vecchio e in quello di nuova conquista, sarà necessario aumentare il numero di infrastrutture. È il momento, per le città eritree, di nuovi piani regolatori, nuove strade, nuove tratte ferroviarie, ampliamenti dell’esistente.
Per Massawa, città della costa eritrea poggiata su due isole madreporiche, unite tra loro e con la terraferma da dighe in muratura, i progetti di sviluppo si susseguono freneticamente. Massawa dovrà diventare il porto che sosterrà l’invasione dell’Etiopia dopo la cacciata del negus Hailè Selassiè e la fondazione del nuovo Impero coloniale.
Gli italiani da poco uniti in nazione, erano sbarcati ad Assab nel 1869 con la nave della società di navigazione Rubattino e grazie alle operazioni politiche condotte per conto del governo da Giuseppe Sapeto. Lo stesso anno apre il Canale di Suez che cambierà il traffico marittimo diretto verso l’Africa e l’Oriente. Poco dopo la conquista di Assab, Massawa diventerà la capitale della prima colonia italiana con un porto strategico, fin dall’inizio, per gli scambi commerciali e le missioni militari.
Negli anni Trenta aumentano di numero le infrastrutture che collegano Massawa con Asmara, diventata nel frattempo capitale, Gondar, Dessiè e Addis Abeba. Si costruiscono una ferrovia e una memorabile teleferica che sarà smantellata dagli inglesi.
Nel 1914 con il piano regolatore preparato da Odoardo Cavagnari Massawa prende una prima forma di cittadina europea. Come Asmara, anche Massawa è divisa in zone. Solo in teoria però, perché la condizione non diventerà mai effettiva, né vincolante. La città continuerà a ruotare intorno al porto, al vecchio centro arabo e ai nuovi insediamenti residenziali, restando un esempio di convivenza tra influenze arabe ed europee, anche dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali.
Nel 1921 però Massawa è distrutta da un terremoto e in seguito completamente ricostruita seguendo un nuovo piano regolatore. Con Mussolini gli interventi aumentano dopo la decisione del governo di ampliare il porto per incrementarne l’attività civile e militare. Siamo nel 1937 quando l’ingegner Giuseppe Miari appronta per la città un altro piano regolatore che affianca quanto già esiste, la Banca d’Italia, La Posta, il vecchio Palazzo del Governatore. Taulud riceve un assetto nuovo, con strade, piazze, viali alberati, ville con giardini. Più distanti dalle isole di Taulud e Massawa i villaggi per i nativi e l’ospedale posto su un’altura.
Nello stesso anno il porto di Massawa è al centro di ulteriori interventi per reggere il traffico che arriverà con le nuove guerre di conquista. È questo il motivo per cui si costruisce, di fronte al lungomare Umberto I, il molo “Dux”, che avrebbe dovuto permettere l’attracco delle grandi navi.  Alla direzione dei lavori ci sono l’ingegner Giuseppe Miari e il geometra Aurelio Bolognesi.
Chi è Aurelio Bolognesi ce lo racconta Vito Zita nel saggio dedicato alla costruzione del molo. Bolognesi è uomo di fine Ottocento, nato a Sant’Elpidio a Mare, che si trasferirà in Eritrea con la famiglia per dirigere, per conto dell’Ufficio Opere Pubbliche di Massawa, la costruzione del molo.
Un viaggio dalla provincia di Fermo all’Eritrea. Nella colonia italiana, cui diede il nome Carlo Dossi, Bolognesi rappresenta, con l’impegno sul lavoro, la famiglia, le relazioni sociali e diplomatiche, il ruolo affidato dal fascismo ai gerarchi incaricati della costruzione dell’Impero. Diplomatosi geometra nel 1909, Bolognesi si arruola nel Genio e, nel 1921, entra entusiasticamente nel Partito Nazionale Fascista, salendo di grado e lignaggio fino al 1941.
Le foto di famiglia ne narrano la storia, trasmessa a figli e nipoti. Nel 1922 è in camicia nera con le squadre d’azione e durante le sfilate delle milizie. A Chioggia, in Veneto, dove abiterà prima di partire per l’Eritrea, si occupa di allestire le cosiddette cucine economiche, cioè le mense per i poveri e coordinerà l’emergenza causata dall’alluvione del 1924-1925. Tra l’altro osservando la foto della sua casa di Chioggia non si può fare a meno di immaginarla in una cittadina eritrea, identica nello stile alle tante costruite là proprio dai geometri italiani.

A Massawa tra il 1887 e il 1932 il traffico commerciale verso l’estero, soprattutto verso l’Italia aumenta in modo considerevole, passando, nel 1935, da 500 a 5.500 tonnellate giornaliere. In quel periodo arrivano nel porto 554 navi con 271.000 uomini, 12 mila veicoli e 716 tonnellate di materiali.
Massawa ora è il porto più efficiente e sicuro del Mar Rosso. Negli anni dell’A.O.I le ditte autorizzate a lavorarvi sono molte, 404 nel settore alimentare, 131 per abbigliamento e arredamento, 128 per ferro e metallo, 66 per materiali da costruzione, altrettante per  prodotti chimici, pelle e cuoio. Infine ci sono 114 imprese di import/export, negozi e attività varie. Un pezzo d’Italia lavora in Eritrea.
Il governo fascista, con Achille Starace e Thaon de Revel ministro delle finanze, approva gli stanziamenti per le “città di fondazione” e altri progetti per lo sfruttamento agricolo. I regi decreti del 1937 stabiliscono modi e procedure anche per la colonizzazione agricola. Il più noto è quello dell’Ente Colonizzazione Puglia d’Etiopia, con sede a Roma. Il suo obiettivo era “porre in atto sistemi di colonizzazione che consentissero a un tempo la messa in valore dei terreni e il trasferimento di famiglie di contadini e di lavoratori dal Regno nell’Africa Orientale Italiana.” L’Ente è finanziato dal Banco di Napoli, dall’Istituto Nazionale Fascista della previdenza sociale e dagli enti provinciali pugliesi. La zona data in concessione all’Ente di trovava nel Governatorato di Harar, in Etiopia. La sua chiusura fu dichiarata con decreto del ministro del Tesoro del 24 luglio del 1959.
Lo sfruttamento agricolo della colonia era stato tentato fin dall’inizio. Già nel 1891 la Commissione d’Inchiesta sulla Colonia Eritrea raccomandava al governo italiano l’altopiano per l’insediamento di coloni. Circa 300 mila ettari di terra furono dichiarati demanio e dati in concessione a privati o a compagnie. Una politica d’insediamento che però fallì per due motivi, per l’opposizione eritrea all’alienazione delle terre comuni e per la difficoltà di iniziare un’agricoltura europea senza prima aver fatto interventi d’irrigazione e senza aver importato macchinari e sementi. Così l’idea che la colonizzazione dell’altopiano avrebbe potuto avvenire grazie agli emigranti che precedentemente “prendevano la via dell’America” non si concretizzò. Nel 1893 si insediarono dieci famiglie ma in seguito il programma fu fermato.
Nel 1936 Aurelio Bolognesi va in Eritrea, con l’incarico di addetto presso l’Ufficio del Genio Civile del Reparto Marittimo di Massaua. Il suo compito era curare progetti per la città, opere di pubblica utilità, come i lavori portuali e quelli della zona Fari e Segnalamenti Marittimi, oltre all’acquedotto di Dogali, importante per l’approvvigionamento idrico.
Relative a quest’epoca nell’album di famiglia ci sono immagini di Massawa con i tricolori che sventolano dai loggiati per le occasioni ufficiali, come l’arrivo della principessa Maria Josè. E poi sfilano foto di sahariane, uniformi bianche, mostrine dorate, serate di gala al Palazzo del Governatore quando ancora la scalinata bianca era percorribile. Quella stessa scalinata davanti alla quale è fotografato il maresciallo Rodolfo Graziani che, purtroppo, deve ad altro il suo posto nella storia del Corno d’Africa.
Spaccati di vita sociale, anche al femminile, con la contessa Miari, moglie dell’ingegnere, seduta a un Caffè della capitale con la signora Bolognesi. E poi una bella immagine di giovani donne in colonia, a Massawa, e tra loro la contessa Du Lac.
Scrive Zita in una nota relativa a quest’immagine che fin dal primo colonialismo di fine Ottocento, “un gran numero di nobili si sono recati in Eritrea ed Etiopia come esploratori, diplomatici, politici. Molti arrivano anche nel 1930 e tra loro Emanuele Du Lac Capet la cui figlia nata e cresciuta in Eritrea sposerà Emilio Riva”. Non sono però i nobili a lavorare per far crescere la colonia, men che meno a investirvi. L’Eritrea non è mai stata la “loro” Africa, probabilmente proprio per l’impossibilità di diventare latifondisti.  Oltre ai militari, il classico colono che arrivava in Eritrea era invece, quasi sempre, un giovane della piccola o media borghesia che cercava fortuna investendo nel lavoro delle proprie mani. Per questo motivo nel colonialismo liberale le divisioni tra coloni e colonizzati sono state meno forti. In quel primo periodo gli uni avevano bisogno degli altri, per fare il pane, spazzare il negozio, aiutare in officina, caricare il camion. Gli italiani che sono andati in Eritrea erano agricoltori, minatori, operai specializzati, capimastri e muratori, artigiani, impiegati, commercianti, calzolai, sarti e, perfino, modiste. E poi ingegneri, avvocati, medici, farmacisti.
Tornando a Massawa, nelle idee di Mussolini l’isola di Taulud avrebbe dovuto diventare il luogo ideale per le residenze europee, verde e sul mare.
Il 5 maggio 1936 l’esercito italiano al comando di Pietro Badoglio entra ad Addis Abeba e il 9 maggio dal balcone di palazzo Venezia il duce proclama ufficialmente la fondazione dell’Impero. Il re Vittorio Emanuele III diventa re d’Etiopia, appoggiando così la sopraffazione fascista. Badoglio diventa Vicerè, lasciando però quasi subito il posto a Rodolfo Graziani che, dopo aver subito un attentato da parte della resistenza etiopica, scatenerà una violentissima ritorsione.
A Massawa intanto prende corpo il progetto di ammodernamento e potenziamento del porto.
Un intervento che avrebbe dovuto riguardare le strutture esistenti e la creazione di altre nuove. L’obiettivo è far arrivare dal porto verso l’entroterra tutto l’occorrente per l’organizzazione civile ed economica dei territori conquistati. Il progetto del Molo Dux se lo aggiudica la ditta S.C.A.L.A, Società Anonima Lavori Africa.
Inaugurato il 28 ottobre 1938, il molo Dux prende forma grazie a una particolare tecnica per la costruzione della banchina le cui fondazioni si trovavano a poco più di sette metri sotto il livello del mare. Con l’impiego di una castellatura sono costruiti cassoni galleggianti in conglomerato cementizio armato, prima riempiti d’acqua, poi affondati su un fondale di pietrame spianato dai palombari, quindi svuotati e riempiti di calcestruzzo. Il parametro esterno della banchina è realizzato con lastre di granito di Nefasit. Sono inoltre preparati i dispositivi necessari per l’attracco, anelli di ormeggio e scale di approdo.
Due anni dopo, il 10 giugno 1940, l’Italia dichiara guerra a Francia e Inghilterra. Quello stesso giorno gli inglesi bombardano Asmara e poco dopo Massawa, che sarà presa nell’aprile del 1941. Il lavoro di Bolognesi si interrompe. Lui però vorrebbe arruolarsi ma poiché nessuno ne revoca il congedo si trasferirà con la famiglia ad Asmara, abitando a palazzo Falletta.
“Il molo Dux, e Massawa, perla del Mar Rosso, giunsero così alla fine, come l’Impero”, scrive Vito Zita, che aggiunge, “oggi il porto di Massawa conserva ancora la struttura della banchina del molo Dux”, quasi irriconoscibile però per i pesanti bombardamenti subiti dalla città. Negli anni Cinquanta infatti l’Eritrea diventa parte dell’Etiopia, prima sotto l’imperatore Hailè Selassiè, poi occupata dalla giunta militare di Menghistu Haile Mariam. Ed è il Derg che sferra un duro colpo contro Massawa, per annientarne la resistenza. Un pesante bombardamento costato la vita a moltissimi civili e di cui la città porta ancora oggi i segni. Massawa però non si è piegata, come dimostra l’operazione Fenkil del febbraio 1990, anteprima della liberazione di Asmara, il 24 maggio 1991.
Nel 1945 Aurelio Bolognesi rientrato in Italia si trasferisce a Napoli per occuparsi di un’altra città ferita e della ristrutturazione del suo porto.  Anche questa una storia che vale la pena di leggere.

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