Eritrea, Etiopia e la guerra del Tplf nel Tigray – EritreaLive

La regione del Tigray, capoluogo Macallè e il confine con l’Eritrea

La guerra del Tigary in Etiopia non ha colto di sorpresa l’Eritrea, molti erano i segnali di una possibile crisi.  Ora però il premier Abiy Ahmed  ha costretto il Tplf alla resa dei conti.

Lo scorso sabato 14 novembre, il conflitto tra la regione del Tigray e l’Etiopia è sconfinato in Eritrea. Militarmente, a distanza di qualche giorno, l’episodio si può definire una provocazione. Due razzi arrivati da oltreconfine, caduti in una zona isolata, che non hanno colpito Asmara né il suo aeroporto.

La città quasi non se ne è accorta, svegliata più dalle telefonate preoccupate dei parenti all’estero, che dal botto durato una frazione di secondo.

Asmara, Harnet Avenue, il giorno dopo l’attacco del Tplf. La città è tranquilla. Poca gente e senza macchine per il lockdown causa Covid-19

Politicamente però, per il Tplf (Tigray People Liberation’s Front), asserragliato nella ragione del Tigray per resistere all’attacco dell’esercito federale, i razzi sono stati un boomerang.

Se il Tplf sperava di ottenere, come accaduto in passato, l’appoggio internazionale per la sua lotta contro il governo di Addis Abeba, l’attacco all’Eritrea invece ha risvegliato l’Occidente, cominciando dall’America il cui segretario di Stato, Mike Pompeo ha stigmatizzato l’accaduto condannando l’azione.

Asmara non è sorpresa per l’attacco e la rivendicazione, anche se a caldo non sono arrivati commenti.

Nei giorni successivi però il Ministero dell’Informazione ha pubblicato un tweet in cui dice, sostanzialmente, che da vent’anni la televisione di Stato mostra, commenta e  spiega il proprio punto di vista sulla politica del Tplf. Concludendo perciò di ritenere superfluo un commento sugli ultimi accadimenti, nient’altro che un finale di partita.

Una “partita” quella del Tplf giocata non solo in casa, contro il governo, ma anche all’estero contro i paesi confinanti.

Per capire la situazione attuale e il potere del Tplf bisogna ripercorrere i motivi fondamentali alla base dell’odierno scontro.

Già nel 2016, Yemane Gebreab, Presidential Adviser, intervistato ad Asmara da EritreaLive, definiva molto critica la situazione interna all’Etiopia. Era il momento in cui contro l’egemonia tigrina scendevano in piazza, per dimostrare pacificamente, studenti e gente comune appartenenti all’etnia oromo e amhara, stanchi di essere estromessi dalle decisioni del governo. Scontri repressi con tale forza che neppure gli Usa, da sempre a fianco dei tigrini, avevano potuto ignorare la morte di oltre 500 manifestanti.

Ancora un passo indietro. Nel 1991, quando al Derg succede Meles Zenawi, leader del Tplf, l’Etiopia sceglie come propria forma di governo il federalismo etnico. Teoricamente un modo per evitare l’accentramento imperiale, di fatto una democrazia senza democratizzazione che consente alla minoranza tigrina di fare il bello e il cattivo tempo, nonostante le elezioni.

Il potere resta saldamente nelle mani dei tigrini, che sono il 6 per cento della popolazione. Nel secondo paese africano per numero di abitanti, con oltre 120 milioni di persone, le etnie maggioritarie, oromo, circa 35 per cento e amhara, 27 per cento, sono di fatto estromesse dai posti chiave nel governo.

Meles forma una coalizione, l’EPRDF (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front) con al vertice l’élite tigrina che governa ad Addis Abeba, grazie anche al sostegno occidentale.

Nel 2012, la morte di Meles Zenawi modifica lo status quo. Ma il cambiamento vero arriva nel 2018 quando Heilemariam Desalegn si dimette per i fortissimi disordini interni e, al suo posto, diventa primo ministro Abiy Ahmed, un giovane uomo di origine amhara e oromo. Un militare, ma anche un politico preparato e deciso, orientato verso un drastico cambiamento.

Cambiamento che, per forza di cose, avrebbe smontato il castello di lobby, amicizie, parentele, favori, corruzione e ricchezza creato negli anni di potere dal Tplf. Dopo un anno dal suo insediamento Abiy scioglie la coalizione del EPRDF creando, al suo posto, il nuovo Prosperity Party,  (PP)cui però non partecipa il Tplf, che esce dal governo federale.

Una bruciante sconfitta per la gradeur tigrina che mai ha abbandonato il pensiero del Grande Tigray.

Fin dagli anni di lotta per l’indipendenza, infatti, la loro visione era quella di un Grande Tigray, che avrebbe dovuto comprendere le regioni dell’attuale Etiopia ed Eritrea nelle quali si parla tigrino. Dall’altopiano fino alla costa, Massawa e Assab comprese.

L’Eritrea, da sempre, rifiuta tale progetto, tant’è che nel 1984, quando il  Fple (Fronte Popolare di Liberazione Eritrea) e il Tplf lottano insieme per la libertà, la divisione su questo punto diventa profonda e provoca uno strappo, ricucito rapidamente per far fronte al comune nemico, Menghistu Hailè Mariam. Ma il disaccordo resta.

Infatti Isaias Afwerki, futuro presidente dell’Eritrea liberata, diceva in quegli anni, riferendosi alla prospettiva del Tplf, “non è che non ci sia niente da dire, solo è meglio non dirlo”. Nel senso che non era il caso di discuterne in quel momento. Tplf e Fple combattono a testa bassa fino alla liberazione di Addis Abeba e Asmara, nel 1991. E i primi a entrare ad Addis Abeba per liberare la città sono proprio i guerriglieri eritrei.

In quello stesso anno, durante una conferenza ad Addis Abeba, Stati Uniti ed Europa chiedono all’Eritrea di entrare a far parte dell’Etiopia. Una nuova Etiopia federata e democratica. L’Eritrea rifiuta, mantenendo però buoni rapporti con l’Etiopia, fino al 1998.

Nel frattempo l’Etiopia scrive la nuova Costituzione, che comprende un articolo importante, il 39, con il quale si garantisce a ogni “nazione, nazionalità e popolo dell’Etiopia il diritto inalienabile all’autodeterminazione, incluso il diritto di secessione”.

Di fatto il federalismo etnico di Meles mette nero su bianco il presupposto per il Grande Tigray.

Una fonte eritrea che per motivi di opportunità politica sceglie l’anonimato dice, riferendosi agli attuali accadimenti, che il Tplf “non ha mai rinunciato neanche per un attimo al progetto del Grande Tigray, motivo per cui alla morte di Meles nel partito si crea un vuoto colmato dalla fazione più oltranzista. Sono loro che rifiutano fin dall’inizio il governo di Abiy Ahmed, decidendo di opporsi non tanto politicamente, ma ritirandosi sull’Aventino in attesa di combattere. Se non fosse così sarebbero rimasti ad Addis Abeba al governo, invece ne sono usciti per andare nel Tigray e prepararsi a un’azione militare”.

E l’occasione arriva con il rinvio delle elezioni a causa della pandemia.

Per questo motivo il presidente della Camera, un tigrino, si dimette per protesta. Poi il 4 novembre la mossa a sorpresa, l’attacco al comando militare federale nel Tigray. Un’azione che supera “la linea rossa”, dichiara subito dopo il premier Abiy, che decreta lo stato d’emergenza nella regione, decidendo di intervenire militarmente per ripristinare lo stato di diritto.

“Il Tplf”, si legge in un comunicato dell’ufficio del Primo Ministro, “ha attaccato nel Tigrai la base dell’esercito nazionale etiopico, tentando di impossessarsi del comando dell’artiglieria del nord e dell’equipaggiamento militare. Comando del Nord che è in quella zona da oltre due decenni per la protezione della popolazione”.

“Il Comando del Nord” spiega la fonte, “è stato sempre in mano ai tigrini, come del resto l’esercito. Grazie a loro il Tplf ha organizzato nottetempo l’assalto contro l’arsenale. Un’operazione condotta dopo aver isolato la zona, tagliando le linee telefoniche, per impedire qualsiasi comunicazione con Addis Abeba. La risposta dell’aviazione governativa però non si è fatta attendere e hanno bombardato l’arsenale”.

I Paesi vicini intanto chiudono le frontiere per isolare il Tigray, che resta comunque una pericolosa cassaforte di munizioni e armi.

Asmara guarda con apprensione gli avvenimenti e la lotta tra Tigray e Addis Abeba.

In un primo momento ci sono scontri nell’area che confina con l’Eritrea. Proprio quella zona nei pressi di Badme occupata militarmente dall’Etiopia, nonostante l’Accordo di Algeri nel 2002 la definisse eritrea.

Una situazione rimasta congelata fino a quando il premier Abiy Ahmed, poco dopo il suo insediamento, firma ad Asmara nel luglio 2018 la pace con il presidente Isaias Afwerki. Una pace che gli vale il plauso internazionale e il  premio Nobel nel 2019 ma che non piace al Tplf, che vede come il fumo negli occhi il nuovo corso tra Eritrea ed Etiopia.

“Il Tplf” continua la fonte, “non smette di provocarci. Per questo motivo non ha liberato i territori occupati, nonostante la firma e l’accordo di Aby con il presidente Isaias. L’Eritrea però non ha voluto forzare la mano, credendo nel lavoro politico del premier. Per dare un’idea degli scontri, dal 2018 ad oggi, vorrei ricordare che quando Abiy ordina il ritiro delle truppe etiopiche dalla zona intorno a Badme, il Tplf dice alla gente dei villaggi di sdraiarsi lungo le strade. Per ritirarsi i soldati avrebbero dovuto passare sui loro corpi. Ovviamente l’operazione è stata sospesa per non coinvolgere i civili”. “Naturalmente”, prosegue, “questo era uno stato di cose molto preoccupante per l’Eritrea ma non avrebbe avuto senso forzare Abiy a riaprire i confini, vista la situazione. Un flusso incontrollato di gente dal Tigray verso l’Eritrea avrebbe potuto far entrare un pericoloso cavallo di Troia”.

“All’inizio, nel 2018, i tigrini hanno finto di collaborare con l’Eritrea”, spiega la fonte, “dicendo che non bisognava preoccuparsi dei flussi, perché  la gente dei due paesi si vuole bene. Da lì a dar la colpa all’Eritrea però è stato un attimo. I confini sono chiusi per colpa dell’Eritrea che non vuole la pace, dicono e scrivono poco dopo”.

In realtà l’Eritrea vuole da sempre la pace. Tanto è vero che a settembre 2018 il presidente Isaias, insieme al premier Abiy, incontra, durante la formale  apertura dei confini nella zona di Bure e Zalambesa, Debretsion Gebremichael, governatore del Tigray. Isaias gli parla per tentare di appianare le controversie, ma sarà un nulla di fatto.

Credito Addis-Standard, Debretsion Gebremichael incontra Isaias Afwerki e Abiy Ahmed, nel Tigrai vicino alle zone di confine

“Per chi comprende il tigrino” dice la fonte, “le dichiarazioni di Debretsion Gebremichael, dopo gli attacchi delle ultime settimane sono terribili.  Sostiene che il Tplf ha armi strategiche, missili con una gittata di 300, 500 chilometri, con i quali è possibile annientare qualsiasi obiettivo”.

Al Tplf però risponde subito l’esercito federale che, attaccandoli via terra e via aerea, li fa ritirare dal confine di Badme verso Makallè.

Si potrebbe dire che il Tplf ha le ore contate, almeno dal punto di vista militare. Più complicata invece la situazione politica. Comunque il governo di Addis Abeba, soprattutto dopo il lancio di razzi contro Asmara, sta ricevendo messaggi di solidarietà contro le azioni del Tplf da molti paesi occidentali, ma anche dall’ Arabia Saudita, dal Sudan, da Gibuti e dalla Somalia.

Il telegiornale di Addis TV, qualche sera fa, ha dato la notizia della visita di una delegazione federale che si recherà in sei paesi dell’Africa Orientale per spiegare le misure del governo contro il Tplf.

Gli osservatori internazionali hanno definito guerra civile lo scontro tra Tplf e governo federale, tra Tigray e Addis Abeba, mentre alcuni media occidentali, che non nascondono le antiche simpatie per il Tplf, ne appoggiano l’insurrezione. Il premier Abiy però non ha parlato di guerra civile, definendo terrorista il Tplf. Aggiungendo inoltre che non farà nessuna concessione finché non saranno consegnati alla giustizia.

A fianco del premier si sono schierate tutte le regioni del Paese che sostengono il governo centrale contro un partito ormai allo sbando e privo di consenso interno.

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