È morto Mauro Valeri, autore di Generale nero, una storia eritrea

Mauro Valeri, “Il Generale Nero”, Domenico Mondelli:bersagliere, aviatore e ardito Odràdek Edizioni, 2015

È morto Mauro Valeri, autore di “Generale Nero” una storia eritrea

È morto ieri a Roma Mauro Valeri, sociologo e scrittore, aveva cinquantanove anni. Era un abruzzese, nato a Vittorito in provincia dell’Aquila, ma vissuto sempre a Roma.
Oltre ai molti libri contro razzismo e paura del diverso, soprattutto nella storia dello sport, ce n’è uno in cui racconta una storia eritrea poco nota, quella del Generale nero, alias Domenico Mondelli.
Lo incontro a Milano, a giugno 2016, alla Casa della Cultura, dove presenta il libro da poco uscito. E, gentilmente, accetta un’intervista subito dopo la presentazione.
Quella che narra nel libro è la storia di Wolde Selassie, nato in Eritrea, ad Asmara nel 1886, che in un secondo tempo, con il riconoscimento, prende il nome italiano di Domenico Mondelli.
Domenico è figlio di Attilio, un militare di carriera che combatte ad Adua. Dalla sua relazione con una donna eritrea nasce il bambino che porterà con sé in Italia, pur senza ammetterne la paternità.
Domenico è accolto con affetto dalla famiglia parmense del padre. Quindi destinato alla carriera militare, sia per tradizione, sia per garantirgli la cittadinanza italiana, come servitore della patria.
Tutta la vita di Domenico si svolge nell’esercito. È coraggioso, valoroso, leale e diventa comandante di battaglione. Prima del fascismo, infatti, non è il colore della pelle a decidere i gradi. Lui è un italiano nero, che passerà la vita in divisa.
Combatte in Libia e, durante la prima Guerra Mondiale, sorvola i cieli con gli aeroplani della nascente Aeronautica Militare.
Anche all’arrivo delle leggi fasciste, contro neri e meticci, Domenico continua per la sua strada. Lui si sente cittadino italiano, riconosciuto dal padre, nel 1927, sul letto di morte.
Non più figlio di NN ma di Attilio Mondelli.  Non più nato genericamente in Africa o Abissinia ma ad Asmara. Finalmente per l’anagrafe è figlio di un genitore di sangue italiano, garanzia non da poco per un futuro che si mostra difficile.
Mauro Valeri mi spiega di essere venuto a conoscenza della storia del Generale Nero, Domenico Mondelli, mentre lavorava su un’altra storia, quella di Michele Carchidio, il primo meticcio ad essere riconosciuto italiano, nel 1894.
La fortuna ha poi voluto che a Roma vivesse la nipote di Mandelli, che aveva conservato le lettere dello zio. Così la storia raccontata nel libro si basa su ricostruzioni e materiale di prima mano.
“L’Italia del Generale nero”, mi spiegò Valeri, “è un’Italia multi etnica, multi culturale, multi religiosa, tranne per la parentesi fascista che ha provato a farla diventare ariana”.
“La storia d’Italia che dovremmo riscoprire”, mi disse, “non è quella dove siamo tutti bianchi”.
La vita di Mandelli è una testimonianza, dell’azione pacifica contro l’ingiustizia. Quando il fascismo gli blocca gli avanzamenti di grado, lui farà ricorso. “Ne fa tre e li vince tutti” disse Valeri sorridendo. Mandelli combatte fino al 1936, quando le leggi razziali lo costringeranno a defilarsi.
Mauro Valeri nel libro, anche attraverso altre storie eritree che incrociano quella di Mandelli, spiega il problema del riconoscimento dei figli nati da padri italiani e madri eritree.
Prima del fascismo, dice, era accettato che i figli avuti more uxorio fossero riconosciuti.
“Con la legge del 1940 invece i meticci non potevano più essere italiani” spiegava Mondelli, aggiungendo che questa “era stata la vigliaccata che ha distrutto un’intera generazione di ragazzi. Una sconfitta. Nel senso che, anche se le relazioni esistevano, i figli non potevano più essere italiani. È stata una legge che, abolita solo nel 1947 ha fatto perdere un’intera generazione.  Questo deve far riflettere. L’Italia fascista ha voluto chiudere con i meticci e poi si è faticato a riaprire. Penso ai molti ragazzi somali non riconosciuti, un peso che ha offuscato la scelta precedente al fascismo, quando i matrimoni misti non erano un problema”.
Certo le eccezioni c’erano e Valeri ne ricorda una che fece clamore, “Giorgio Pollera, medaglia d’oro alla memoria che mise in difficoltà il fascismo chiedendo di essere italiano”.
Lui era figlio di Alberto, funzionario governativo in Eritrea. Un uomo che aveva amato due donne eritree, da cui ha avuto sei figli, e che si era opposto alla legge contro le unioni miste e contro la negazione della cittadinanza ai figli di tali unioni. “In punto di morte, nel 1939 aveva sposato la seconda moglie”, mi disse Valeri.
La storia del Generale nero insegna un’ovvietà che però purtroppo non è ancora tale, “che il colore della pelle diverso non significa niente”.
È con queste sue parole che vorrei ricordarlo.

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