Dall’Etiopia al Trentino, la storia e l’omicidio di Agitu Gudeta

Dall’Etiopia al Trentino la storia e l’omicidio di Agitu Gudeta.  Parla della sua vita Gabriella Ghermandi, scrittrice italo-etiopica amica di Agitu.

Agitu Gudeta, @lacapra felice

Agitu Gudeta, Agì, come la chiamavano i molti amici è arrivata in Italia nel 2010, con un sogno.

Un sogno che realizza in Trentino, a Frassilongo, nella valle dei Mocheni, grazie al suo lavoro ma che, purtroppo, si è scontrato  con la brutalità dell’omicidio di cui sembrerebbe colpevole un suo collaboratore. Adams Suleiman, infatti, pastore di 32 anni originario del Ghana, ha confessato di averla uccisa.

Agitu, dicono ora affranti e increduli gli amici, era una donna speciale. La sua impresa, “La capra felice” era conosciuta in Italia e all’estero, così dice la scrittrice etiope che vive in Italia, Gabriella Ghermandi con cui parliamo per conoscere meglio la storia di Agitu.

La sua morte ha fatto grande scalpore. Subito si è formato un gruppo whatsapp, per capire l’accaduto ma soprattutto per sostenere l’azienda agricola  e la famiglia. Il fratello e la sorella sono in arrivo dall’estero. Un viaggio triste per il tragico motivo, rallentato inoltre dalle norme di sicurezza anti Covid.

Quando giungeranno, dice Gabriella, si penserà anche al rimpatrio della salma, che sarà sepolta in Etiopia, sua terra natale.

Gli amici vorrebbero salvare il lavoro di Agitu, non far naufragare il suo impegno. A questo fine hanno aperto una sottoscrizione, cui stanno contribuendo in molti, perché il suo sogno continui a vivere.

Nel frattempo delle molte caprette che vivono nella fattoria e che hanno bisogno di pascolare e mangiare, si prenderanno cura la comunità e il comune trentino, così ha dichiarato Alfredo Carugno, comandante della compagnia dei carabinieri di Borgo Valsugana.

È il comandante Carugno a spiegare la dinamica dell’omicidio avvenuto il 29 dicembre.  Agitu è morta nella sua abitazione dove i carabinieri sono arrivati alle 18 dopo una chiamata al 112. In seguito è stato trovato nella stalla, dove abitualmente lavora, Adams Suleiman che in serata ha confessato l’omicidio e la tentata violenza sessuale. Il motivo, ha detto il comandante Carugno, sembrerebbe essere il mancato pagamento di una mensilità di stipendio. L’arma del delitto, un martello, è stata trovata nella casa.

L’uomo, oltre all’omicidio, avrebbe confessato una tentata violenza sessuale e poi atti di libidine sul cadavere.

Suleiman aveva già lavorato in passato per Agitu, che l’aveva richiamato. Avrebbe dovuto continuare a fare il pastore, occupandosi delle capre mochene, la specie in via d’estinzione allevata nella fattoria.

Del delitto Gabriella preferisce non parlare, perché sono in corso le indagini ma anche perché, per chi conosceva bene Agitu, è inspiegabile l’omicidio e ancor più la violenza post mortem, un barbarico atto di guerra, dice.

Con Gabriella ripercorriamo il destino che porta Agitu in Italia.

Nasce nel 1978, ad Addis Abeba.

“A  diciotto anni”, dice Gabriella “arriva in Italia per fare l’Università a Trento, dove si iscrive a sociologia. Poi però torna in Etiopia ed  entra in un gruppo di giovani attivisti che aiutano i contadini delle zone meridionali del Paese”.

“Questo sostegno”, continua Gabriella “è un fatto importante, già successo nella storia dell’Etiopia. Per  questo motivo il governo (ndr, in quegli anni retto da Meles Zenawi a capo del Tplf, Tigray People’s Liberation Front) teme gli studenti. Perché quando Hailè Selassiè ordinò ai ragazzi dell’ultima classe delle superiori di andare ad alfabetizzare i contadini, gli studenti ci andarono portando con sè Il Capitale, per spiegare ai contadini che le terre avrebbero dovuto essere loro.

Il gruppo di cui Agitu fa parte lotta con i contadini un po’ in tutta l’Etiopia ma soprattutto al sud (ndr, molti scontri per la terra fino al 2016 sono avvenuti nella regione dell’Oromia), dove ci sono le terre più fertili. Qui il governo dà in concessione a imprenditori e società estere appezzamenti grandi come una provincia italiana, per trenta o quarant’anni.

I ragazzi,  con le loro proteste,  davano perciò molto fastidio. Tanti di loro sono stati uccisi. Recentemente Agitu mi disse che su cinquanta componenti del suo gruppo, solo sei erano ancora vivi. E lei era una di questi, perché quando è stato emesso l’ordine di cattura nei suoi confronti, è fuggita. È tornata in Italia”.

Così, ancora una volta, l’Italia entra nella vita di Agitu.

“Perché l’Italia?”, Gabriella spiega che “il Trentino era per Agitu una zona familiare, dove aveva studiato e poi lo riteneva un simbolo della lotta, per la lingua tedesca in Alto Adige, per l’autodeterminazione, per  l’opposizione al fascismo”.

Nel 2015 comincia qui la sua attività nella valle dei Mocheni, in montagna.  “All’inizio”, dice Gabriella, “fa due lavori. Con i soldi che guadagna lavorando in un bar compra le capre e  mantiene sé stessa. Poi fonda, con i risparmi, La capra felice”, l’azienda agricola.

Attualmente l’azienda agricola alleva 180 capre di razza pezzata e camosciata, 50 galline ovaiole e coltiva 4.000 mq di terreno. A giugno 2020 Agitu apre a Trento un punto vendita con i prodotti della fattoria. Così si legge sulla pagina Facebook. Nessuno poteva immaginare che sei mesi dopo l’apertura del negozio, davanti alla sua  porta sarebbero stati depositati tanti mazzi di fiori. Uno di questi posto anche da Zenebu Tedesse, ambasciatrice d’Etiopia a Roma.

“Lei pensava”, spiega Gabriella “che nella valle bisognasse fare impresa sostenibile, non predatoria. Per questo motivo aveva individuato terreni demaniali abbandonati e li aveva chiesti in uso. Lì avrebbe fatto pascolare le caprette”.

Un lavoro faticoso che non spaventava Agitu, una donna forte che diceva di dormire dalle 22 alle 4, perché sei ore erano più che sufficienti…

La dura poc commentava la gente del posto”, e Gabriella sorride mentre lo ricorda. “Però loro non avevano fatto i conti con la cultura etiope. Noi siamo camminatori E i camminatori di montagna sono gente silenziosa ma che non si ferma mai”.

Il sogno di Agitu era la terra. “Perché la terra è parte di noi”, dice Gabriella, “l’ottanta per cento degli etiopi è contadino, per noi la terra è la nostra creta”.

E con la terra e le capre, Agitu aveva modellato il suo mondo.

“Aveva imparato ad allevare le capre dai nonni”, dice Gabriella, “quindi allevarle anche in Italia era un po’ come chiudere un cerchio. Per noi che veniamo da altri paesi è importante far fiorire qualcosa della nostra infanzia. Viviamo lacerazioni profonde che segmentano la nostra vita. Non avere un filo, non poter dire ai figli dove si andava a scuola o dove si giocava a palla. Sapere, come nel caso di Agitu che era scappata, che non si potrà mai farlo, che non si potrà mai far vedere ai figli queste cose…

C’è bisogno di portare un seme della propria vita precedente per collegare passato, presente e futuro. Ed è quello che ha fatto lei. Ha portato in Italia il nocciolo della sua esistenza. Le cose semplici che ha imparato da bambina sono fiorite nella sua vita adulta”.

“Il suo lavoro”, continua Gabriella, “simboleggiava tanto. Era il ricordo dei compagni morti per un ideale, era la sua infanzia, il progetto irrealizzato nel proprio Paese…”.

“Lei”, dice Gabriella “donava tutta sé stessa alla valle che l’aveva accolta e che era diventata la sua casa”.

Ma i suoi progetti imprenditoriali non erano certo ancora terminati.

“Era una donna che mandava avanti tutto da sola. A gennaio dello scorso anno avrebbe dovuto inaugurare il bed & breakfast nel maso vicino alla fattoria. Un’inaugurazione rimandata per l’emergenza Covid-19”.

Un progetto che Agitu, che il primo dell’anno avrebbe compiuto 43 anni, lascia in eredità a chi vorrà continuare il suo lavoro, perché l’impegno con la fattoria, le caprette, i negozi continui.

E perché nella valle trentina resti il sorriso di una donna della terra etiopica.

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