Comunità etiopica in Italia, lettera aperta sulla situazione nel Tigray

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la Lettera aperta della Comunità Etiopica in Italia sulla situazione nella regione del Tigray,
Roma, manifestazione della comunità etiopica in Italia
Oggi una rappresentanza della nostra Comunità in Italia è scesa in piazza pacificamente a Roma,davanti al Palazzo Montecitorio, per sensibilizzare la società italiana e le sue Istituzioni sulla necessità di inquadrare correttamente la delicata e complessa fase storica che sta attraversando l’Etiopia ed in particolare la grave crisi in corso nel Tigray.

La crisi è stata innescata il 4 novembre 2020 su iniziativa del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) che, con le sue milizie e con l’ausilio di fiancheggiatori in seno alle forze armate federali, ha attaccato a tradimento le basi dell’esercito federale stanziate in quella Regione,con lo scopo di impossessarsi degli armamenti e neutralizzare le reazioni.

Conseguentemente il Governo centrale è stato obbligato a rispondere intraprendendo con fermezza una imponente operazione militare per ristabilire l’ordine e la legalità.

Il TPLF è stato un partito egemone promotore dell’attuale assetto federale sorto nel 1994 con la creazione di stati regione delimitati su basi etniche, che riteniamo essere una delle principali cause che tendono a destabilizzare il paese. Ha governato con il pugno di ferro per ben 27 anni accentrando a suo favore tutte le leve economiche e finanziare della nazione. Ha condotto il paese ad un conflitto con la vicina Eritrea causando oltre 70.000 vittime.

Ha mantenuto il potere grazie ad una democrazia di facciata con risultati elettorali palesemente improbabili. Le contestazioni agli esiti elettoralisono state soffocate nel sangue come ad esempio nel 2005, ad Addis Abeba, dove una protesta studentesca venne sedata con l’esecuzione in piazza di decine dipartecipanti. Anche altre contestazioni hanno avuto analoghi epiloghi come nel 2016 a Bishoftu quando le brutali azioni della polizia causarono oltre 500 vittime. Questa forza ha avuto l’ abilità di riuscire a distogliere l’attenzione degli osservatori da questi avvenimenti grazie ad un raffinato apparato di propaganda, ramificato anche all’estero,in grado di canalizzare l’informazione nella direzione più conveniente, apparato che risulta tuttora attivo. Nel 2018 in seguito ad una ondata di sommosse popolari scoppiate in ogni angolo del paese,  ha dovuto cedere il passo ad altre forze emergenti pronte ad avviare un nuovo corso che ha riscosso un ampio consenso tra la popolazione.

Le riformepromossedalla rinnovata classe dirigente sono state contrastatedalTPLFfin dall’ origine, anchei rapporti con l’amministrazione federale sono staticostantementeconflittuali.Il TPLF ritiratosi nel Tigray non riconosceva l’ autorità delle Istituzioni centrali nei suoi confini, arrivando al punto di fermare all’aeroporto di Macallè e rispedire ad Addis Abeba le forze della polizia federale inviate per l’esecuzione di mandati di arresto, spiccati dall’autorità giudiziaria a carico di suoi esponenti accusati di gravi crimini. La stessa sorte è toccata persino al nuovo Comandante della DivisioneSettentrionale dell’ Esercito Federale al quale è stato impedito di prendere possesso del suo incarico.L’appello formulato da una delegazione del Comitato per la Pace, composto da illustre personalità civili e religios idella nazione,recatasi nella regione per riappacificare e riannodare i rapporti con il Governo centrale, non è stato accolto. In ultimo il TPLF violando le determinazioni del Parlamento Federale ha deciso di dare corso alle elezioni nella regione del Tigray che, in seguito al diffondersi della pandemia del Covid-19 erano state rimandate in tutta la nazione.

Questo stato conflittuale ha rappresentato il preludio al premeditato attacco sferrato contro l’esercito nazionalei l 4 novembre 2020. La responsabilità delle gravi conseguenze causate dal conflitto armato sono da ricondurre alla scellerata condotta del TPLF che ha costretto la popolazione del Tigray a subire terribili sofferenze e imperdonabili perdite di vite umane.

L’intera nazione piange per le vittime civili del Tigray e per il personale militare caduto per assolvere al proprio dovere. Non trascurabili anche i danni sociali e materiali causati da questa crisi i cui riflessi sulla situazione economica e finanziaria del paese non saranno di breve durata. Gli organi di stampa mondiali hanno trattato e continuano a trattare diffusamente questa crisi focalizzando doverosamente la loro attenzione sugli aspetti legati alle gravi conseguenze umanitarie. Abbiamo comunque notato da parte di alcune testate, anche importanti, una narrativa enfatica tendente a privilegiare una parte colpevolizzando l’intera nazione etiopica su fatti e circostanze gravi accaduti nel territorio di combattimento, ponendo di riflesso minor risalto a fatti e circostanze riconducibili alla parte vicina al TPLF.

Noi non vogliamo negare l’evidenza, qualsiasi guerra non riserva nulla di positivo, siamo addolorati e costernati per le violenze subite dalla nostra gente del Tigray. Siamo convinti, come riferito anche ufficialmente dalle autorità del nostro paese che nessuno è al di sopra della legge e chiunque, di qualsiasi ordine e grado, abbia commessoquesti crimini verrà perseguito, portato in giudizio e condannato. Allo stesso modo pretendiamo giustizia anche per le vittime innocenti di Maikadra dove oltre 750 persone inermi, scelte in base all’etnia di appartenenza, sono state atrocemente uccise sotto i colpi delle milizie e dei fiancheggiatori del TPLF che, dopo aver commesso questo efferato crimine,sono fuggiti in Sudan trovando riparo e occultandosi in mezzo agli altri sfollati. I fatti di Maikadra non hanno avuto lo stesso risalto che hanno avuto le altre gravi vicende occorse nel resto del Tigray. Maikadra è passata silenziosamente in secondo piano, quasi sotterrata da una valanga di notizie seppur gravi ma imputabili alla parte avversa al TPLF, segno che la sofisticata macchina della propaganda citata precedentemente è ancora attiva e sembra ottenere ampia cassa di risonanza da parte dei media, anche tra i più autorevoli. Confidiamo che la trappola tesa dall’ apparato di propaganda non abbia influenzato anche le autorità e le Istituzioni Internazionali. Abbiamo notato che alcuni stati potenti ed anche importanti istituzioni sovrannazionali tendono a mettere pressione sulla nostra nazione fino a quasi a metterne in discussione la sua sovranità.

Questo è inaccettabile per un paese come l’Etiopia tra i fondatori delle Nazioni Unite e membro dell’antica Società delle Nazioni. Confidiamo che l’Italia sappia trovare le giuste leve aiutandoci a correggere la minaccia che sembra aleggiare sul nostro paese. Ci corre l’obbligo di segnalare che, in questo scenario che apparentemente sembra essere circoscritto nell’ambito etiopico, esistono delle forze esterne,molto interessate alla destabilizzazione del nostro paese nell’ottica di impedirne lo sviluppo pacifico e conseguentemente impedirne anche l’utilizzo delle proprie risorse naturali.

I fattori esterni che minano la nostra unità ed integrità nazionale ci preoccupano ma nello stesso tempo siamo altrettanto convinti che, come in passato, sapremo superare le nostre divisioni interne mantenendo l’unità e l’integrità del nostro paese. La nostra nazione ha sempre rispettato le leggi internazionali, noi siamo fermamente convinti che le controversie anche le più complesse e laceranti vadano risolte pacificamentee siamo certi che questa visione sia condivisa anche dalla nazione italiana. L’Italia e l’Etiopia vantano una lunga storia in comune e negli ultimi 150 anni nonostante vi siano state due guerre cruente,non sono mai venute meno l’amicizia e la concreta convergenza di interessi strategici ed economici.

Nel 1941, alla fine dell’ultimo conflitto italo-etiopico, migliaia di italiani hanno trovato rifugio, casa e lavoro in Etiopia contribuendo con le loro migliori energie, insieme agli etiopici, alla modernizzazione del paese fino alla metà degli anni ’70, quando le sorti della nostra nazione cambiarono rotta con la destituzione dell’Imperatore Haile Sellasie.

Al riguardo ci permettiamo di aprire una parentesi riportando una breve nota sul lavoro italiano in Etiopia negli anni ‘50 tratta da un’opera dello scrittore Angelo del Boca:“…La comunità italiana è più che prospera negli anni ’50. La sua attività, anzi, ha fatto un salto di qualità da quando sono apparsi sulla scena i primi industriali e grandi imprenditori edili ed agricoli. Per avvertire la vitalità di questa comunità, che ha raggiunto le 7.000 unità…basta andare un giorno di domenica al Circolo Juventus, costruito nel 1959 su una delle colline che dominano Addis Abeba…sembra di essere in una qualsiasi cittadina di provincia italiana, ma fuori il numero delle macchine dice che il benessere medio della comunità è superiore a quello degli abitanti di Torino e Milano. Il circolo, ad esempio, è costato 80 milioni ed il suo presidente Elio Olivares ci tiene a precisare che la somma è stata interamente sborsata dai soci senza alcun contributo del governo italiano …”

Molti esponenti di questa comunità hanno contribuito anche alla ricostruzione dell’ Italia nel primo dopoguerra, ne sono testimonianza le numerose onorificenze ad essi conferite dalla Presidenza della Repubblica Italiana.Le relazioni tra i due paesi non si sono interrotte neanche dopo la caduta del Negus a cui è subentrato il regime del Derg, che ha dettato il passaggio dell’Etiopia nella sfera internazionale opposta a quella occidentale a cui appartiene l’Italia . A tal proposito possiamo citare ad esempio quando, durante la forte carestia che a metà degli anni ’80 imperversava nel nostro paese, il Governo italiano intervenne con un significativo sostegno dando inizio all’imponente progetto del Tana Beles che fu smantellato proprio per volontà del regime del TPLF subentrato a quello precedente del Derg.I rapporti sono continuati anche con l’attuale ordinamento federale, ne è testimonianza l’ affidamento nel 2011, senza competizione, ad una impresa italiana della costruzione della Grande Diga del Rinascimento d’Etiopia, la più importante infrastruttura dell’Etiopia moderna e come recitavano gli organi di stampa: uno dei maggiori contratti mai siglati dall’ industria italiana all’estero.

Anche l’Italia è la casa di molti etiopici che in essa hanno trovato accoglienza e lavoro e per migliaia di altri nostri connazionali, costretti a lasciare il loro paese a causa delle discriminazioni e repressioni attuate dal regime guidato dal TPLF, è stata un approdo e rifugio sicuro.

Ci auguriamo che in futuro anch’essi, come accadde agli italiani d’Etiopia degli anni 1941/1975, possano ricevere dal governo della loro terra di origine onorificenze per aver contribuito dall’Italia alla ricostruzione di un’Etiopia riappacificata e democratica come specularmente successe nel dopoguerra con la nascita della Repubblica Italiana.

Vogliamo citare come esempio la compianta Agitu Gudeta che con il suo impegno in terra Trentina era incamminata su questa strada, la sua prematura morte ha lasciato costernati entrambi i paesi. Con questo spirito di sincera amicizia e di concreta convergenza degli interessi dei nostri stati che formuliamo un accorato appello alle istituzioni Italiane affinché sostengano con determinazione, in tutte le sedi opportune, nazionali ed internazionali, il rispetto della sovranità del nostro Paese,  della sua unità ed integrità. Siamo convinti, così come pensiamo lo siano i nostri amici italiani, che la stabilità politica, sociale ed economica dell’Etiopia sia un fattore fondamentale di sicurezzacon uno spettro di influenza su una vasta area che va ben oltre gli stati del Corno d’Africa.

La Nazione Etiopica ha una storia millenaria ed una lunghissima tradizione di stato sovrano, crediamo pertanto fermamente che la società etiopica sappia trovare al suo interno tutte le risorse necessarie per curare le ferite e le lacerazioni maturate in questi anni difficili, riappacificando il suo popolo, ed avviarsi finalmente verso una vera democrazia.

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