Arturo Mezzedimi, un architetto italiano tra Eritrea ed Etiopia

Arturo Mezzedimi, un architetto italiano tra Eritrea ed Etiopia

Asmara, Piscina MIngardi progetto di Arturo Mezzedimi

Arturo Mezzedimi è un architetto italiano che lavora a lungo tra Eritrea ed Etiopia, firmando moltissimi progetti e costruzioni pubbliche ad Asmara e Addis Abeba.

A luglio 2017 l’Unesco dichiara Asmara, capitale dell’Eritrea, patrimonio dell’umanità.

“Storicamente l’Eritrea” dice in quell’occasione Medhanie Teklemarian, responsabile dell’Asmara Heritage Project, “è stata una colonia italiana, perciò i professionisti che hanno progettato la città erano italiani. Però sono gli eritrei che l’hanno costruita fisicamente, con il corpo e con l’anima. Per questo motivo la sentiamo nostra”.

Asmara è una città a misura d’uomo. Con  piazze, edifici in stile razionalista, Decò, futurista costruiti negli anni Trenta e Quaranta da italiani giovanissimi. Sono architetti, geometri, capimastri, ingegneri, arrivati per trovare un lavoro, carichi d’entusiasmo e con la voglia di fare bene e costruire con idee nuove. Forse per questo il risultato va ben oltre le aspettative. Sorgono costruzioni uniche, come la stazione di servizio Fiat Tagliero, costruita da Giuseppe Pettazzi nel 1938 e diventata, con le sue ali spiegate, il simbolo futurista della modernità di Asmara.

Tra questi giovani ad Asmara vi è anche Arturo Mezzedimi.

La sua avventura inizia a marzo 1940, quando, non ancora diciottenne, si imbarca al porto di Napoli, per raggiungere il padre in Eritrea, allora ancora colonia italiana.

Mezzèdimi, classe 1922, nato a Poggibonsi e fedele alle origini senesi tanto da precisare l’accento per la corretta pronuncia del cognome, va ad Asmara perché il padre vi si era trasferito dopo la crisi del 1929 che gli aveva fatto perdere la fabbrica di pasta in Toscana.

Il suo arrivo però, a marzo 1940, coincide quasi con l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno di quello stesso anno.

Lui che stava ancora studiando per diventare geometra si trova perciò bloccato nella capitale eritrea, dove rimarrà anche nel periodo successivo al colonialismo italiano, quando subentrerà l’amministrazione inglese.

Il nipote Marcello Mezzedimi ricorda che il nonno gli raccontava delle lunghe serate di coprifuoco passate ad Asmara, quando studiava da autodidatta per diventare architetto. Nel frattempo però, per sbarcare il lunario, insieme ad alcuni amici Arturo forma una piccola società pubblicitaria.  Lui disegna, un altro inventa gli slogan e il terzo va in giro in bicicletta per appendere i manifesti.

Presto la sua carriera prederà un’altra svolta.

Prima ancora di laurearsi in architettura il giovane Arturo fa piccoli lavori come geometra. In seguito ottiene, proprio ad Asmara, il primo incarico importante, la piscina Mingardi, ancora esistente nella capitale eritrea.

Voluta dalla signora Ines Mingardi, proprietaria del terreno, la piscina, costruita con materiali locali, ha una grande vasca, 9×20 metri, dotata di meccanismi moderni che consentono il continuo ricambio dell’acqua, completamente filtrata due volte al giorno.

Mezzedimi raccontava che il progetto aveva notevoli difficoltà tecniche, motivo per cui molti altri progetti erano stati scartati. Il suo invece piace perché propone una soluzione tecnica innovativa. Così tra il 1944 e il 1945, a 22 anni, Arturo Mezzedimi ne dirige il lavoro che ha un grande successo.

Tanto da essere citato dalla rivista di architettura Domus, diretta allora da Giò Ponti che pubblica nel numero 233 del 1949 tre immagini della piscina con un breve testo di presentazione.

L’incarico, il successo e la pubblicità gli procurano una notorietà per cui inizia a lavorare per committenti pubblici e privati. In particolare per la comunità italiana ancora numerosa in Eritrea, ma anche per quella ebraica e yemenita.

“Fin dall’inizio è evidente”, dice Marcello Mezzedimi, “la sua capacità d’interpretare le diverse sensibilità culturali, progettando ad esempio sia chiese copte, tra le quali quella di Adi Ugri e quella di Debra Sina, sia moschee. Come quella di Massawa, del 1952-53 e quella di Agordat del 1956-58, interessante per la struttura a palmeto”.

Massawa, la nuova moschea progettata da Arturo Mezzedimi

Tra gli altri lavori di Mezzedimi in Eritrea sono da ricordare l’accademia navale e il General Hospital (1956-1958) di Massawa.

Nel 1946 ad Asmara Arturo sposa Silvana Moreschi una ragazza italiana che già viveva lì con la famiglia.

Nel frattempo in Eritrea arriva un altro cambiamento.

Al termine del colonialismo italiano e dopo l’amministrazione inglese, le Nazioni Unite nel 1952 votano a favore, come richiesto dall’imperatore Hailè Selassiè, della federazione tra Eritrea ed Etiopia.

Per Mezzedimi inizia così il sodalizio con il negus che nel 1959 lo chiama ad Addis Abeba per progettare l’Africa Hall, prima sede africana delle Nazioni Unite.

“Una sfida complessa”, dice il nipote Marcello.  “Quando lo chiamano per affidargli l’incarico gli fissano anche la data di consegna, dopo solo un anno e mezzo, precisando che già erano stati mandati gli inviti ai capi di Stato”.

“È necessario, mi disse grosso modo Hailé Selassié al primo incontro sull’argomento”, scrive Arturo Mezzedimi in un intervento del 1992 per Quaderni Piacentini, “far vedere alla gente, costruendo un paio di opere di grande rilievo, che anche qua è possibile edificare in grande”.

Le due opere di grande rilievo sono l’Africa Hall e il City Hall, entrambe progettate da Mezzedimi per la capitale dell’Etiopia.

Il sito scelto per costruirvi la sede del Palazzo Africa cambia ben sette volte. Nel frattempo, però, Mezzedimi va a New York e vi resta più di un mese, per capire come si lavora e si vive nel Palazzo di Vetro. Parla con i delegati, li intervista per conoscerne le esigenze. Un’esperienza importante che si rifletterà nelle sue innovazioni progettuali.

Un problema da risolvere, per esempio, era il senso di claustrofobia durante le lunghe giornate da passare in riunioni sempre al chiuso. Inoltre Mezzedimi pensa alla possibilità di progettare spazi informali per gli incontri, oltre a una distribuzione armonica degli spazi per delegati, pubblico e staff.

Il sito scelto per l’edificazione dell’Africa Hall è in collina. Una condizione che ne determinerà l’architettura. Il palazzo infatti si raggiunge grazie a una scalinata che parte da Jubilee Avenue per raggiungere al vertice l’emiciclo dell’assemblea, mentre alle spalle sono posti gli uffici.

“L’edificio ha un grande successo”, dice il nipote Marcello, “mio nonno, cura anche l’interno del Palazzo Africa e collabora in sinergia con vari artisti. C’è infatti una bellissima opera sulla flora africana di Nenne Sanguineti Poggi, pittrice italiana che viveva ad Asmara e con la quale mio nonno ha avuto un lungo sodalizio. Mentre la grande vetrata sul retro è composta da un’opera sul passato, il presente e il futuro del continente africano, eseguita da Afeworke Tekle, forse il più noto artista etiopico moderno. In parti meno visibili ci sono anche alcune vetrate dell’artista senese Buracchini. Tutti chiamati a lavorare ad Addis Abeba da mio nonno”.

Arturo Mezzedimi mostra un progetto all’imperatore Hailè Selassiè

“Mentre veniva costruito l’Africa Hall” aggiunge il nipote, “l’imperatore andava sul sito quotidianamente per vedere i lavori e i due passeggiavano soli, discorrendo in francese. Il loro era un rapporto basato sulla fiducia dell’imperatore sulle capacità del nonno. Senza implicazioni politiche. Quando il nonno nel 1970 redige una raccolta dei propri lavori, il negus aggiunse un commento autografo in amarico molto elogiativo”.

“Mi sono chiesto più volte” scrive Arturo Mezzedimi, su Studi Piacentini, “perché un personaggio che godeva di un esagerato rispetto reverenziale da parte dei suoi connazionali e collaboratori anche di alto rango, e anche da parte di stranieri, abbia non di rado palesato con me idee e pensieri, anche molto confidenziali. Azzardo a pensare che, essendo io riservato, aperto nel rapporto, ma mai curioso dei fatti della politica interna del Paese, essendo inoltre straniero (italiano!), di una età sensibilmente minore della sua, dovevo apparirgli innocuo, tale da non creargli problemi di riservatezza. E, forse, si apriva con me anche per simpatia e stima, e magari perché pensava che percepissi, senza secondi fini, lo spessore logico della sua ragione. O forse, più semplicemente, perché aveva bisogno di sfogarsi”.

Con il passar del tempo e fino al 1974, Arturo Mezzedimi è di fatto l’architetto dell’imperatore per il quale realizza importanti opere pubbliche sia in Eritrea che in Etiopia.

Progetta oltre millecinquecento edifici costruiti, tra cui settanta scuole, poi industrie, ville, chiese, moschee. Si occupa anche di arredamento d’interni e piani urbanistici. L’ultimo del 1974 per Asmara, rimasto sulla carta per gli accadimenti che porteranno alla fine dell’impero.

“Negli anni Settanta l’imperatore Hailè Selassiè”, dice Marcello Mezzedimi, “confida al nonno di non essere fiducioso sul futuro del Paese, usando l’espressione après-moi, le diluge”.

In quel periodo Arturo Mezzedimi fa avanti indietro tra Italia ed Etiopia e, quando ad Addis Abeba l’imperatore è destituito, lui si trova in Italia.

Non tornerà più in Etiopia perché per lui la situazione era diventata pericolosa. È un uomo molto conosciuto, che ha lavorato per l’imperatore, quindi potrebbe subire pericolose rappresaglie.

La rivoluzione del colonnello Menghistu Hailé Mariàm rappresenta per Arturo Mezzedimi e la sua famiglia uno spartiacque tra il prima in Etiopia e il dopo in Italia. La famiglia perde ogni cosa. Tutti gli edifici, anche quelli di proprietà privata, sono nazionalizzati. Va perso anche l’archivio che Mezzedimi teneva in studio.

In Occidente del negus Hailè Selassiè si conosce il ritratto che ne fa Ryszard Kapuściński.

“Il nonno era critico verso Kapuściński” dice Marcello, “riteneva che il suo fosse un ritratto capzioso che non rispondeva alla persona che lui conosceva”.

Arturo Mezzedimi scrive, riferendosi al libro che “spesso, quando un regime cade, il fenomeno dello sciacallaggio si scatena e getta fango sui protagonisti, indipendentemente da meriti o demeriti. Grande fu per me l’indignazione quando i media, soprattutto occidentali, si impossessarono dei principali personaggi abbattuti dalla rivoluzione d’Etiopia del 1974-1975, e lo fecero con superficialità e pressapochismo, in particolar modo accanendosi sulla figura dell’imperatore, divulgando informazioni in massima parte menzoniere e strumentalizzando, secondo la moda dell’epoca, gli eventi secondo tesi precostituite. Un esempio per tutti il libro Il Negus di Rysard Kapuscinski, che si propone di raccontare il crollo dell’Impero, cosa che del resto ottiene con notevole efficacia, ma che riesce a disseminare nella prima parte del testo una serie di maldicenze carpite a lacchè e cortigiani voltagabbana e millantatori, che neppure la propaganda fascista nel 1934 ebbe l’improntitudine di divulgare”.

Per quanto riguarda l’annessione dell’Eritrea voluta dall’Imperatore però il giudizio di Arturo Mezzedimi è drastico nel ritenerla un errore politico.

“Grave e carica di conseguenze negative”, scrive, “fu la decisione di modificare lo status dell’Eritrea, facendone una provincia dell’Etiopia. L’operazione avvenne con l’escamotage legalitario del voto a sorpresa del Parlamento eritreo, che apparve subito preparato dal secondo rappresentante, generale Abiye Abebe con l’assenso dell’Organizzazione dell’Unità Africana e il silenzio-assenso delle Nazioni Unite (immemori della risoluzione 390 che avrebbe dovuto garantire l’indipendenza dell’Eritrea). La motivazione: ottenere il definito sbocco al mare con i porti di Massaua e Assab, località dove, infatti, in quei dieci anni fu realizzato il maggior numero di opere del regime. Ma anche incorporare una regione il cui sviluppo industriale era nettamente più avanzato rispetto al resto del Paese. Comunque fu questo, probabilmente, il più grande errore dell’Imperatore”.

Dopo la fine dell’impero di Hailè Selassiè Arturo Mezzedimi rientra a Roma.

“La vita di mio nonno in Italia”, dice Marcello “non fu facile. Deve riabituarsi a un paese lasciato quando era giovanissimo che si disinteressa totalmente di lui e della sua particolarissima e forse irripetibile esperienza professionale”.

Un’Italia che non fa i conti con il passato coloniale e che negli anni  Ottanta sceglie di rimanere accanto al Derg.

Del resto Arturo Mezzedimi racconta di essere stato chiamato dal Negus che avrebbe voluto, negli anni Sessanta, avere rapporti più stretti con il governo italiano. Inoltre l’imperatore gli chiese un aiuto per avere un incontro con papa Giovanni XXIII. Nessuna delle due cose andrà in porto. Nonostante viaggi di politici e molte promesse, il governo italiano, non si impegnerà maggiormente con il negus. Je ne comprend pas vôtre gouvernement, intercala più volte l’imperatore durante il colloquio sulla questione, ricorda Mezzedimi.

Infine, nel 2010, poco prima di compiere ottantotto anni, Arturo Mezzedimi si spegne dopo una vita lunga, lasciando indelebili segni in Eritrea ed Etiopia della sua grande capacità professionale.

 

 

 

 

 

 

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