15/03/2026
Breaking News
Home | Etiopia | Addis Abeba: vetrina diplomatica mentre il paese brucia

Addis Abeba: vetrina diplomatica mentre il paese brucia

Marilena Dolce
15/03/26
0
12

Addis Abeba di notte. La capitale etiope, sede della diplomazia africana e di numerosi vertici internazionali, appare sempre più come una vetrina moderna mentre molte regioni del paese restano segnate da tensioni e crisi economica.
©Addis Standard

Diplomazia, Piano Mattei e nuovi cantieri nella capitale mentre nel nord dell’Etiopia tornano i timori di guerra.

Addis Abeba può essere vista con occhi diversi.

Da un lato l’Occidente, con i suoi parametri, la sua conoscenza e le sue aspettative sull’Africa.
Dall’altro l’Etiopia.

A fine febbraio, per esempio, le pagine culturali della Stampa raccontano il viaggio in Etiopia della direttrice del Salone del Libro, ospite della scuola italiana di Addis Abeba. Un progetto interessante, portato nella capitale etiope per un incontro tra autore e giovani.

L’Istituto omnicomprensivo italiano di Addis Abeba, all’ombra di un sicomoro, accoglie grandi e piccoli, “bambini che corrono per il giardino, il bar della scuola ha appena sfornato i dolci alla cannella, qualche ragazzo ripassa per l’interrogazione prima di entrare”.

Sono più di mille i giovani con la “voglia di italiano”, che sognano di completare gli studi nelle nostre università.

Ma non per tutti i ragazzi etiopici la realtà è così lieta.

A marzo una missione cattolica che opera nel Tigray ha organizzato la distribuzione di beni di prima necessità, destinata soprattutto a donne in gravidanza e bambini. Duecento persone che vivono tuttora nei campi per sfollati hanno ricevuto sale, zucchero, olio e integratori alimentari.

Il Tigray, a circa ottocento chilometri da Addis Abeba, è una regione che porta i segni della guerra contro il governo federale durata due anni, dal 2020 al 2022. La popolazione continua a pagarne il prezzo: secondo alcune stime il conflitto tra l’esercito federale e le forze del Tplf (Tigray People’s Liberation Front) avrebbe provocato fino a 600 mila morti, oltre a centinaia di migliaia di sfollati e una grave crisi alimentare.

E forse non è ancora finita. Proprio dal Tigray tornano a soffiare venti di guerra, come segnalano diverse agenzie.

La BBC scrive che il timore di un nuovo conflitto sta spingendo molti giovani a lasciare la regione. Chi può permetterselo prende un volo per Addis Abeba, gli altri cercano di raggiungere la capitale con gli autobus. Intanto i prezzi salgono, le persone fanno scorta di beni alimentari e prelevano contanti in banca nonostante il limite giornaliero di 2.000 birr, circa dieci euro a persona.

Anche Addis Standard, giornale etiopico, riporta la notizia delle fughe notturne da Mekelle, capoluogo del Tigray. Ogni notte decine di giovani uomini con zaini e valigie cercano un autobus per Addis Abeba, preoccupati per un nuovo imminente conflitto.

Mentre il mondo osserva la guerra in Medio Oriente, nel nord dell’Etiopia le tensioni restano alte. La pace di Pretoria, firmata nel 2022 per porre fine al conflitto tra governo federale e Tplf,  appare oggi molto fragile.

Dopo il 2022 i combattimenti interni si sono estesi anche alla regione Amhara, dove gruppi armati locali, i Fano, si sono scontrati con l’esercito federale, di cui in precedenza erano alleati, in un contesto di crescente instabilità.

Nonostante questo scenario, Addis Abeba continua a presentarsi al mondo come un luogo sicuro e la capitale diplomatica dell’Africa.

A febbraio la città ha ospitato, oltre al vertice dell’Unione Africana, la seconda conferenza Italia-Africa. Insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono arrivati i rappresentanti delle principali aziende coinvolte nel Piano Mattei: Enel, Eni, Leonardo, Terna, Snam, Sace, Simest, Acea.

Aprendo i lavori della conferenza, la premier Meloni ha parlato nuovamente di “cambio di paradigma” nei rapporti con l’Africa, di relazioni che non devono essere né “predatorie” né “paternalistiche”, ma fondate sulla collaborazione. Per il momento il piano Mattei ha messo sul tavolo 5,5 miliardi di euro destinati a quattordici paesi africani, tra i quali l’Etiopia.

Secondo chi era presente, il premier etiope Abiy Ahmed avrebbe definito l’incontro “un momento chiave nei rapporti tra Italia ed Etiopia”.

In quegli stessi giorni però delle turbolenze dell’Etiopia o delle rivendicazioni sull’accesso a un porto sul Mar Rosso, non si è scritto nulla, forse non sarebbe stato in tema.  Solo qualche accenno, Il Sole 24 Ore, citando l’analista Magnus Taylor dell’International Crisis Group, ha scritto che le tensioni tra Eritrea, Tigray e Addis Abeba restano uno dei nodi più delicati della regione e che potrebbero essere attenuate anche dai buoni rapporti diplomatici che Roma intrattiene sia con Asmara sia con Addis Abeba.

Ma torniamo alla domanda centrale: quale immagine ha dato di sé Addis Abeba durante  le conferenze internazionali?

Difficile dirlo.

In chiusura di un lungo articolo sugli incontri diplomatici si legge di “discorsi che si perdono nella notte di Addis Abeba, invasa dai leader e circondata dalla miseria”.

Una miseria che però gli ospiti internazionali non devono vedere.

Secondo un missionario che vive da molti anni in Africa e oggi si trova in Etiopia, la vita nel paese è difficile e la tensione, in vista delle elezioni previste nei prossimi mesi, molto alta. Ad Adua, nel Tigray, gli sfollati hanno esaurito anche la farina. Una donazione permetterà di distribuire cinquemila panini al giorno ai bambini costretti a vivere ancora nei campi.

Ma i problemi non riguardano solo le regioni più lontane. Anche nella capitale, al di là della calma apparente, la situazione sociale è complessa.

Proprio il restyling per l’arrivo degli ospiti stranieri, in occasione degli incontri Italia-Africa e del vertice dell’Unione Africana, ha comportato una drastica “pulizia” delle strade.

A farne le spese sono stati soprattutto i ragazzi che vivono in quelle strade.  Migliaia di giovani che definiremmo “fragili” sono stati allontanati dal centro e trasferiti in accampamenti di fortuna, perché la loro presenza non rovinasse l’immagine di una città ricca e moderna.

“Quanta tristezza vederli trattati come spazzatura”, scrive il missionario.

Una “spazzatura” che avrebbe tolto luce alla “Dubai d’Africa”, come il premier Abiy Ahmed sogna diventi Addis Abeba.

Osservando quanti sforzi il premier abbia dedicato alla trasformazione urbanistica della capitale, qualcuno ironicamente lo definisce, “più sindaco che premier”, sottolineandone anche il distacco dal resto della popolazione.

Addis Abeba, del resto, è da sempre una città un po’ separata: sede della diplomazia africana e di numerose organizzazioni internazionali, vive una dimensione internazionale molto lontana dalla realtà delle altre regioni, segnate da conflitti e crisi economiche.

Il contrasto è evidente. Mentre il centro della capitale resta luminoso anche di notte, altrove le aziende devono fare i conti con frequenti blackout e con la scarsità di energia.

Negli ultimi anni inoltre interi quartieri storici della capitale sono stati demoliti per far posto al “lustro” dei nuovi progetti urbanistici. Una scelta ricaduta sugli abitanti delle vecchie case dei quartieri storici, spesso di etnia Amhara, sfollati e costretti a lasciare la città. E così Addis perde   il suo tipico melting pot, sospirano in molti.

Anche la classe media sta vivendo una crisi profonda. Come spiega un’analista locale, insegnanti e medici subiscono il peso di un’inflazione sempre più forte. Il potere d’acquisto è crollato.

Per tanti arrivare alla fine del mese è diventato difficile.

E in molte famiglie si mangia ormai una sola volta al giorno. Anche questa è Addis Abeba.

English version 

***

Addis Ababa: a diplomatic showcase while the country struggles

Diplomacy, the Mattei Plan and new urban projects dominate the Ethiopian capital, while fears of renewed conflict return in the country’s north.

Addis Ababa can be seen through very different lenses.

On one side there is the West, with its parameters, its knowledge and its expectations about Africa. On the other, Ethiopia itself.

At the end of February, for instance, the cultural pages of the Italian newspaper La Stampa described a visit to Ethiopia by the director of the Turin International Book Fair, who travelled to Addis Ababa to meet students at the Italian school in the capital. An interesting initiative bringing together writers and young readers.

The Italian comprehensive institute in Addis Ababa, under the shade of a sycamore tree, hosts both children and teenagers: “children running in the garden, the school café has just baked cinnamon pastries, and some students review their lessons before going into class.”

More than a thousand students share what the article describes as a “desire for Italian”, dreaming of completing their studies in Italian universities.

Yet for many Ethiopian youths the reality is far less cheerful.

In March a Catholic mission operating in Tigray organized the distribution of basic supplies, mainly for pregnant women and children. Two hundred people still living in camps for internally displaced persons received salt, sugar, oil and nutritional supplements.

Tigray, about 800 kilometers from Addis Ababa, still bears the scars of the war fought between the federal government and the Tigray People’s Liberation Front (TPLF) between 2020 and 2022. The population continues to pay the price: according to some estimates the conflict may have caused up to 600,000 deaths, in addition to hundreds of thousands of displaced people and a severe food crisis.

And the crisis may not be over yet. According to several agencies, the winds of war are again blowing in Tigray.

The BBC reports that fears of renewed conflict are pushing many young people to leave the region. Those who can afford it take flights to Addis Ababa; others try to reach the capital by bus. Meanwhile prices are rising, people are stockpiling food and withdrawing cash from banks despite a daily limit of 2,000 birr — roughly ten euros per person.

The Ethiopian newspaper Addis Standard has also reported nighttime departures from Mekelle, the regional capital. Every night dozens of young men with backpacks and suitcases search for buses heading to Addis Ababa, worried about a new outbreak of fighting.

While the world’s attention is focused on the war in the Middle East, tensions remain high in northern Ethiopia. The Pretoria peace agreement signed in 2022 to end the conflict between the federal government and the TPLF now appears increasingly fragile.

Since 2022 violence has also spread to the Amhara region, where local armed groups known as the Fano have clashed with federal forces — despite having previously fought alongside them — in an increasingly unstable environment.

Despite this context, Addis Ababa continues to present itself to the world as a safe place and as Africa’s diplomatic capital.

In February the city hosted not only the summit of the African Union but also the second Italy–Africa conference. Italian Prime Minister Giorgia Meloni attended together with representatives of major companies involved in the Mattei Plan, including Enel, Eni, Leonardo, Terna, Snam, Sace, Simest and Acea.

Opening the conference, Meloni again spoke of a “paradigm shift” in relations between Europe and Africa: relations that should be neither “predatory” nor “paternalistic”, but based on cooperation. The Mattei Plan currently allocates 5.5 billion euros to fourteen African countries, including Ethiopia.

According to those present, Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed described the meeting as “a key moment in relations between Italy and Ethiopia.”

Yet during those same days little was written about Ethiopia’s internal tensions or about Addis Ababa’s dispute over access to a port on the Red Sea. Only a few references appeared in the Italian newspaper Il Sole 24 Ore, which quoted International Crisis Group analyst Magnus Taylor. According to Taylor, tensions between Eritrea, Tigray and Addis Ababa remain one of the region’s most delicate issues, though they could potentially be eased by Rome’s diplomatic relations with both Asmara and Addis Ababa.

But the key question remains: what image of itself did Addis Ababa present during these international meetings?

It is difficult to say.

At the end of a long article about the diplomatic gatherings one line reads of “speeches fading into the night of Addis Ababa, crowded with leaders and surrounded by misery.”

A misery that international guests are not supposed to see.

According to a missionary who has lived in Africa for many years and is now based in Ethiopia, life in the country has become increasingly difficult and tensions remain high ahead of elections expected in the coming months. In Adwa, in Tigray, displaced families have even run out of flour. A donation will allow five thousand pieces of bread to be distributed daily to children still living in camps.

But the problems do not concern only distant regions. Even in the capital, beneath the surface calm, the social situation is complex.

Preparations for the arrival of foreign guests during the Italy–Africa meetings and the African Union summit included a sweeping “clean-up” of the city’s streets.

Those who paid the price were mainly the young people who usually live there. Thousands of vulnerable youths were removed from the city center and transferred to makeshift camps so that their presence would not spoil the image of a modern and prosperous city.

“It is heartbreaking to see them treated like garbage,” the missionary writes.

A “garbage” that would have dimmed the shine of the “Dubai of Africa,” as Prime Minister Abiy Ahmed envisions Addis Ababa becoming.

Observing the energy the prime minister has devoted to transforming the capital, some analysts jokingly describe him as “more of a mayor than a prime minister,” pointing to the gap between the city’s ambitious projects and the reality faced by much of the population.

Addis Ababa has long been a somewhat separate city: host to African diplomacy and numerous international organizations, it lives an international life far removed from that of many Ethiopian regions marked by conflict and economic hardship.

The contrast is striking. While the center of the capital remains brightly lit at night, elsewhere companies struggle with frequent power cuts and energy shortages.

In recent years entire historic neighborhoods have been demolished to make way for the “shine” of new urban projects. The decision has displaced residents of old districts — often belonging to the Amhara community — who have been forced to leave the city. With them, many say, Addis Ababa risks losing its traditional melting pot.

The Ethiopian middle class is also experiencing a deep crisis. As one local analyst explains, teachers and doctors are struggling under the weight of soaring inflation. Purchasing power has collapsed.

For many people, reaching the end of the month has become increasingly difficult.

And in many households there is now only one meal a day.

That too is Addis Ababa.

 

 

 

 

Marilena Dolce

Giornalista e fondatrice di EritreaLive, giornale indipendente dedicato al Corno d’Africa.

Da oltre dieci anni segue con continuità le dinamiche politiche e sociali dell’Eritrea e dell’Etiopia, con particolare attenzione ai rapporti regionali e agli equilibri geopolitici dell’area.

Ha collaborato con la testata online Affari Italiani, pubblicando articoli e analisi dedicati al Corno d’Africa e contribuendo alla copertura giornalistica di una regione spesso poco rappresentata nel panorama mediatico europeo.

Attraverso EritreaLive sviluppa un lavoro di informazione e analisi volto a rendere comprensibili le trasformazioni del Corno d’Africa a un pubblico italiano e internazionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati