8 marzo, festa nazionale in Eritrea: il riconoscimento del ruolo delle donne
Dalla guerra di liberazione contro l’Etiopia alla conquista dei diritti, le donne eritree hanno combattuto in prima linea e continuano a essere protagoniste della trasformazione del Paese.
Combattente eritrea durante la guerra di liberazione contro l’Etiopia. Si stima che circa un terzo dei guerriglieri fosse costituito da donne. Foto: Ministero dell’Informazione eritreo
L’8 marzo, in Eritrea, non è solo la Giornata internazionale della donna: è festa nazionale.
Il Paese celebra il contributo fondamentale delle donne eritree alla lunga guerra di liberazione che si conclude il 24 maggio 1991 con l’indipendenza.
Un riconoscimento raro, nato da una storia altrettanto rara: quella di migliaia di donne che hanno combattuto in prima linea, sostenuto la resistenza dall’estero e contribuito a cambiare non solo il destino del Paese, ma anche il proprio ruolo nella società.
La lotta armata contro l’annessione all’Etiopia inizia nel 1961, anche se le prime forme di resistenza erano già nate negli anni precedenti. Alla fine del colonialismo italiano l’Eritrea si trova al centro degli interessi delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Si decide infine che il territorio venga federato con l’Etiopia. Una federazione che, nelle intenzioni dell’imperatore Hailè Selassiè, rappresenta solo il primo passo verso l’annessione definitiva.
Su questo sfondo si sviluppa anche il percorso delle donne eritree, che combatteranno accanto ai compagni per l’indipendenza, accelerando, in un certo senso, il proprio processo di emancipazione.
In quegli anni molte giovani donne abbandonano il ruolo tradizionale di madri e mogli per indossare i pantaloni e diventare guerrigliere. Altre lasciano il Paese, ma continuano a sostenere la lotta dall’estero, organizzando raccolte fondi e inviando aiuti dall’Europa o dall’America.
Ascoltando le donne eritree emerge spesso il racconto di una vita vissuta in bilico tra pubblico e privato, tra la lotta e la famiglia. Molte di loro sono costrette a lasciare l’Eritrea, soprattutto dopo il 1974, quando in Etiopia il Derg, la giunta militare guidata da Mengistu Hailè Mariam, rovescia l’impero del negus Hailè Selassiè.
Anni fa, durante un’intervista con Filipos, una donna eritrea che vive in Italia da oltre vent’anni, le chiesi se le mancasse la sua famiglia.
“La famiglia è il mio Paese”, mi rispose.
“Ho perso mio marito durante la guerra di liberazione. Eravamo sposati e combattevamo fianco a fianco. Ero in prima linea con i compagni. Poi mio marito è morto, come molti altri. Da allora la mia famiglia è la patria”.
La generazione delle donne poco più che adolescenti negli anni Sessanta e Settanta ha perso quasi sempre un parente, spesso più di uno, durante i lunghi anni della guerra di liberazione.
Molte di loro sono convinte che il sentimento di “aver fatto la cosa giusta”, combattendo per la patria, abbia contribuito a creare un Paese capace di convivere serenamente con etnie e religioni differenti.
Le donne eritree sono determinate, senza rimpianti per una vita che avrebbe potuto essere più tradizionale. Sono orgogliose di aver sostenuto i combattenti anche dall’estero, inviando il denaro necessario per acquistare medicinali e beni di prima necessità.
Dopo il 1974, tuttavia, l’occupazione etiopica diventa particolarmente dura.
Il Derg smantella molte delle strutture economiche ancora esistenti, nazionalizza le aziende, trasferisce i macchinari in Etiopia, distrugge le infrastrutture e arriva perfino a bruciare i libri delle biblioteche.
Cambia anche la lingua nelle scuole: non più il tigrino, ma l’amarico, che gli eritrei non conoscono.
Circa un terzo dei combattenti per l’indipendenza erano donne.
A loro si aggiungono le tante che hanno sostenuto la lotta diffondendo le informazioni e le donne della diaspora.
Numeri che spiegano perché, accanto alla battaglia contro l’oppressione, sia nata anche la sfida contro le antiche norme sociali che relegavano le donne a un ruolo subordinato.
Nel 1979, nelle zone liberate, nasce l’Unione delle Donne Eritree, (NUEW) che continuerà il proprio lavoro dopo l’indipendenza. Anche grazie al suo impegno il Paese ha raggiunto gli obiettivi del Millennio sulla salute delle donne e dei bambini.
Nel 2007 l’Eritrea è inoltre tra i primi Paesi africani a mettere al bando le mutilazioni genitali femminili. In questo processo il ruolo delle donne è stato decisivo: si è trattato non solo di proibire una pratica, ma di aiutare le comunità a comprenderne i rischi e offrire alternative economiche e di lavoro alle donne che la praticavano.
Visitando l’Eritrea si percepisce l’impegno femminile in tutti i settori della società. Le ragazze non sono più obbligate a sposarsi giovanissime: l’età minima per il matrimonio è stata portata da 15 a 18 anni.
Oggi le giovani donne conoscono i propri diritti, anche grazie alle generazioni precedenti. Tra questi, per esempio, il diritto di ereditare la terra, che in passato era riservata ai figli maschi.
Un altro traguardo importante raggiunto dopo l’indipendenza è la diffusione dell’istruzione femminile.
In passato in Eritrea esistevano 471 scuole frequentate da circa 220 mila studenti e una sola università ad Asmara. Oggi le scuole sono oltre 1.500, con circa 860 mila studenti e sette college distribuiti nelle diverse regioni del Paese. La metà degli studenti è donna.
Per favorire la frequenza scolastica delle ragazze, l’Unione delle Donne ha promosso progetti molto concreti.
Nei villaggi dove l’acqua potabile viene trasportata con taniche e i pozzi sono lontani dalle abitazioni, questo compito era tradizionalmente affidato alle figlie femmine, che per tale motivo non andavano a scuola.
La soluzione trovata è stata quella di fornire alle famiglie un’asina e un grande contenitore per l’acqua, in modo che il trasporto potesse essere svolto da altri membri della famiglia senza sottrarre le ragazze alle lezioni.
Come scrive il giornale online eritreo Red Sea Beacon, ogni cittadino eritreo, direttamente o indirettamente, ha partecipato alla lotta per l’indipendenza. La battaglia non si combatteva solo sul campo, ma anche nei villaggi, nelle città, nei campi profughi e nei luoghi della diaspora.
Per trent’anni le donne hanno combattuto spalla a spalla con gli uomini, impugnando armi, guidando mezzi, curando i feriti e partecipando alla pianificazione delle operazioni militari. Il loro contributo non è stato simbolico, ma operativo.
Per questo la valuta nazionale eritrea, la Nakfa, dal nome della città simbolo della resistenza, porta sulle banconote i volti non solo degli uomini ma anche delle donne appartenenti alle diverse etnie del Paese.
Un riconoscimento visibile a chi ha combattuto per l’indipendenza.
Ed è forse anche per questo che, in Eritrea, l’8 marzo non è soltanto una giornata simbolica: è la memoria concreta di una libertà conquistata insieme, da uomini e donne.
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