8 luglio, un anno fa accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia

8 luglio, un anno fa, accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia

 Un anno fa, l’8 luglio ad Asmara è stato firmato un accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia.

Il presidente Isaias Afwerki e il premier etiopico Abiy Ahmed hanno firmato un accordo di pace e cooperazione, da molti definito “storico”.
Una svolta politica resa possibile dal cambiamento in Etiopia. Anni di tensioni e malcontento contro il potere accentrato nelle mani della minoranza tigrina, provocano nel paese uno stato d’emergenza con le dimissioni del primo ministro Heilemariam Desalegn.
Così, per la prima volta dagli anni Novanta, l’incarico di primo ministro è affidato a un uomo che appartiene all’etnia oromo. Un gruppo etnico che, insieme agli amhara, rappresenta il 60 per cento del paese.
Già nel discorso d’insediamento il nuovo premier, oltre a parlare della situazione interna, dice che i rapporti con l’Eritrea dovrebbero riprendere.
Di lì a poco, il 5 giugno, dichiara di accettare completamente gli Accordi di Algeri (2002), mettendo così fine alla condizione d’instabilità seguita alla guerra del 1998-2000. Allora infatti l’Etiopia, con premier Meles Zenawi, sostenuta dall’Occidente, si era rifiutata di attenersi alle condizioni di pace “definitive e vincolanti” stabilite dalla commissione internazionale.
Quindici giorni dopo questa dichiarazione d’apertura il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh e l’adviser del Presidente, Yemane Ghebreab vanno ad Addis Abeba.
È il primo passo per il disgelo. In seguito, l’8 luglio, il premier Abiy arriva ad Asmara.
La parola pace è la più ricorrente durante gli incontri tra lui e il presidente Isaias. Una pace che prepara aperture per lo sviluppo e la collaborazione.
Le immagini di quei giorni mostrano bandiere etiopiche ed eritree che sventolano affiancate. La felicità corre per le strade della capitale ma anche in rete. Arriva alla diaspora eritrea che vive all’estero e che gioisce seguendo gli accadimenti.

La firma ufficiale dell’accordo di pace e cooperazione tra i due paesi avviene l’8 luglio e, con essa, si dice, inizia una nuova era.
Poco dopo è la volta del presidente Isaias che va ad Addis Abeba per suggellare la ritrovata fratellanza.
In effetti di lì a poco si riaprono i confini chiusi da vent’anni. Le truppe smobilitano lasciando il posto alle relazioni diplomatiche che riprendono casa nelle due capitali. Si riattivano le linee telefoniche e la compagnia aerea Ethiopian Airline vola tra le due capitali.
A settembre Isaias Afwerki e Abiy Ahmed vanno in Arabia Saudita e a Jeddah firmano un accordo di pace e cooperazione.
Intanto per gli eritrei la buona notizia è che sui loro mercati arrivano anche le merci etiopiche. Inoltre le persone sono felici di incontrare amici e parenti rimasti a lungo lontani.
Per l’Eritrea pace significa anche ripresa delle relazioni internazionali e fine dell’isolamento.
Le Nazioni Unite revocano le sanzioni. Ora l’Eritrea siede nel Consiglio per i Diritti Umani ed è alla presidenza del processo di Khartoum, il forum per negoziare con l’Europa su molti temi, alcuni caldi come quello dei migranti.
Ciò che lo stallo della vecchia politica aveva impedito per quasi vent’anni, accade in meno di uno.
Naturalmente però non si sono azzerati tutti i problemi.
In Etiopia, nonostante i dati sulla crescita del Paese siano buoni, confermati dagli investimenti dall’estero, la situazione interna non è priva di spine. Subito dopo il suo insediamento il premier Abiy, un giovane uomo con un ottimo curriculum militare e civile, subisce un attentato.
Sul palco dove avrebbe dovuto parlare, in una piazza della capitale, è lanciata una bomba. Scampato all’esplosione, qualche mese dopo deve fronteggiare una rivolta di militari che chiedono un aumento di stipendio. Non una semplice trattativa sindacale. Le poche immagini diffuse in rete lasciano trapelare la forte tensione delle ore che precedono l’accordo.
Fino ad arrivare nelle scorse settimane al fallimento del colpo di Stato.
Nella regione Amhara il generale Asaminew Tsige uccide il governatore,  Ambachew Mekonnen  e il suo consigliere, durante una riunione politica. Mentre ad Addis Abeba, poche ore dopo, è ucciso nella sua abitazione il capo di Stato Maggiore, generale Seare Mekonnen, uomo chiave nel governo del premier.
Insomma, quella tra Eritrea ed Etiopia è una pace da difendere con forza, attaccata su fronti diversi.
Tuttavia la distensione che porta con sé è l’unica arma per lo sviluppo dell’Eritrea, ma anche per l’Etiopia. Tra i due paesi il nodo più importante ora è quello delle infrastrutture.Iniziando dall’impegno preso per la ristrutturazione, l’ampliamento e l’utilizzo dei porti eritrei di Massawa e Assab.
Per l’Europa, in particolare per l’Italia la pace tra i due paesi significa possibilità d’investimenti, non solo in Etiopia ma anche in Eritrea.
In effetti i viaggi dell’anno scorso nel Corno d’Africa e le tappe in Eritrea del premier Giuseppe Conte e della vice ministra agli Esteri, Emanuela Del Re, hanno riavvicinato al nostro paese un’area strategica rimasta a lungo in ombra.

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